
Lorenzo Maria Pacini
C'è qualcosa di profondamente comico - e insieme tragico - nel vedere l'improvvisa conversione morale della politica italiana sul tema Israele.
Una folgorazione tardiva, quasi mistica. Fino a ieri il governo italiano, buona parte del Quirinale istituzionale e l'intero coro dei commentatori mainstream sembravano gareggiare a chi riuscisse a pronunciare più volte la parola "diritto alla difesa" senza mai nominare le decine di migliaia di morti palestinesi, i bambini sotto le macerie, gli ospedali distrutti, i convogli umanitari colpiti, le immagini di Gaza trasformata in una distesa lunare.
Per mesi - anzi, per anni - chiunque osasse criticare il governo Netanyahu veniva trattato come un pericoloso estremista, un ingenuo, oppure direttamente un antisemita mascherato. Bastava chiedere un cessate il fuoco o ricordare che il diritto internazionale esiste ancora, almeno sulla carta, per essere guardati con lo stesso sospetto riservato a chi entra in banca con il passamontagna.
Poi, all'improvviso, il miracolo.
Donald Trump, l'uomo che riesce a dettare la linea geopolitica mondiale con la stessa eleganza con cui un elefante attraversa una cristalleria, lascia intendere che Netanyahu avrebbe fatto "quello che gli avrebbe detto lui". Ed ecco che, come per magia, il panorama politico-mediatico italiano cambia tonalità. Non più silenzi imbarazzati. Non più equilibrismi linguistici degni del Cirque du Soleil. Non più "Israele ha diritto a difendersi" pronunciato in automatico come una formula liturgica.
No, improvvisamente arrivano le parole grosse. Sergio Mattarella parla di "trattamento incivile" e di "livello infimo" riferendosi al comportamento del ministro Ben Gvir verso gli attivisti della Flotilla fermati in acque internazionali. Giorgia Meloni pretende "scuse". Antonio Tajani invoca addirittura sanzioni europee. Editorialisti che fino a due settimane prima spiegavano con aria grave che "bisogna comprendere il contesto" adesso scoprono indignazione, dignità umana, diritto internazionale e perfino una vaga idea di proporzionalità.
Che coincidenza straordinaria. Non quando cadevano le bombe. Non quando venivano rasi al suolo interi quartieri. Non quando organizzazioni internazionali denunciavano crimini di guerra. Non quando la Corte Internazionale di Giustizia parlava di rischio plausibile di genocidio. No. La soglia morale della politica italiana viene superata quando un ministro israeliano pubblica video umilianti e quando da Washington arriva il segnale che il vento sta cambiando.
È il solito copione della politica italiana: atlantismo servile travestito da prudenza diplomatica. Finché l'alleato americano copre, si tace. Quando l'alleato americano storce il naso, ecco che improvvisamente spuntano gli statisti indignati, i garantisti dei diritti umani, i custodi della civiltà occidentale.
In questo teatrino dell'ipocrisia, il ruolo più grottesco spetta probabilmente ai grandi commentatori televisivi e ai giornaloni. Per mesi hanno raccontato il massacro di Gaza come se fosse un inevitabile fenomeno atmosferico. Una tragedia, sì, ma sempre accompagnata da quel tono paternalistico con cui si commenta il traffico durante un temporale: spiacevole, ma inevitabile. Le vittime palestinesi diventavano numeri astratti, note a piè di pagina, dettagli fastidiosi da liquidare rapidamente prima di tornare ai veri protagonisti del racconto: le esigenze strategiche israeliane, gli equilibri regionali, la sicurezza occidentale. E guai a rompere la narrazione. Chi parlava di apartheid veniva accusato di esagerazione. Chi denunciava la distruzione sistematica di Gaza era un propagandista. Chi ricordava le violazioni del diritto internazionale era un animebelle da salotto.
Poi arriva Trump.
Allora, miracolosamente, anche i giornalisti scoprono che Ben Gvir è un estremista. Che Netanyahu forse qualche problema ce l'ha. Che Israele potrebbe aver superato qualche limite. Addirittura qualcuno osa pronunciare parole che fino a ieri sembravano proibite. La scena ricorda certi film comici italiani degli anni Sessanta: tutti fedeli al potente di turno finché il potente resta forte. Poi, appena cambia il clima, parte la corsa a prendere le distanze. Una gara olimpica di smarcamenti, distinguo, precisazioni, sfumature. "Ma noi non abbiamo mai appoggiato gli eccessi." "Abbiamo sempre chiesto moderazione." "Bisogna distinguere tra il diritto di Israele a difendersi e le azioni del governo Netanyahu." Certo. Adesso. Peccato che per mesi qualsiasi critica venisse trattata come una minaccia all'ordine morale dell'Occidente.
L'episodio della Flotilla è emblematico proprio per questo. Non perché sia il peggiore episodio accaduto negli ultimi mesi - purtroppo ce ne sono stati di ben più sanguinosi - ma perché ha reso impossibile continuare a fingere. Gli attivisti bendati, umiliati e trattati come trofei da esibire sui social hanno prodotto un cortocircuito mediatico. Troppo esplicito, troppo volgare, troppo difficile da rivestire con il linguaggio asettico della diplomazia. E così il governo italiano, che fino al giorno prima sembrava incapace persino di alzare il tono della voce con Tel Aviv, scopre improvvisamente la fermezza. Naturalmente si tratta di una fermezza molto teatrale e molto italiana: indignazione a favore di telecamera, convocazioni diplomatiche, dichiarazioni solenni, parole durissime. Tutto molto scenografico. Ma sempre accuratamente calibrato per non compromettere davvero nulla. È una politica estera fatta di posture. Di recite. Di dichiarazioni pensate più per i talk show che per incidere realmente.
Nel frattempo, la stessa Giorgia Meloni continua a muoversi dentro una logica geopolitica completamente subordinata agli interessi strategici atlantici. Mentre si alza la voce contro Ben Gvir, il governo lavora sulle alleanze nel Golfo, sul controllo dei flussi migratori, sulla sicurezza energetica legata allo stretto di Hormuz. La retorica dei diritti umani dura lo spazio di una conferenza stampa; la realpolitik torna puntuale appena si spengono le telecamere. Ed è qui che il trasformismo italiano raggiunge livelli quasi artistici. Perché non si tratta soltanto di opportunismo politico. Quello esiste da sempre. Il problema è la rapidità con cui viene riscritta la memoria collettiva. Come se gli ultimi mesi non fossero mai esistiti. Come se le difese a oltranza di Netanyahu non fossero state pronunciate negli studi televisivi italiani ogni singola sera.
Improvvisamente diventano tutti critici. Tutti prudenti. Tutti scandalizzati. Persino quei commentatori che liquidavano ogni denuncia sulle vittime civili come "propaganda di Hamas" adesso parlano con aria severa di "errori politici" israeliani. Una metamorfosi così veloce da far impallidire i camaleonti. In fondo, il meccanismo è semplice. La politica italiana contemporanea non elabora quasi mai una posizione autonoma. Aspetta segnali. Interpreta gerarchie. Fiuta gli orientamenti delle grandi potenze e poi si adegua con la velocità di un algoritmo.
Trump manda un messaggio ? Roma recepisce. Washington cambia tono ? I giornali italiani aggiornano il lessico. L'amministrazione americana lascia capire che Netanyahu potrebbe essere diventato ingombrante ? Ed ecco apparire editoriali pieni di "distinguo" e "riflessioni critiche". Il tutto senza il minimo imbarazzo. Nessuno che dica: abbiamo sbagliato. Nessuno che ammetta: abbiamo taciuto troppo. Nessuno che riconosca: abbiamo raccontato solo una parte della tragedia. No. Si cambia semplicemente linea narrativa, come si cambia grafica televisiva a inizio stagione. Ed è forse questo l'aspetto più deprimente dell'intera vicenda: l'assenza totale di memoria e di responsabilità. La convinzione che basti cambiare tono oggi per cancellare mesi di silenzi, complicità politiche e giustificazioni mediatiche. Nel frattempo, però, Gaza resta distrutta. Le vittime restano morte. Le famiglie restano sotto le macerie. E la credibilità morale dell'Occidente continua a sgretolarsi. Ma almeno adesso i nostri leader istituzionali possono finalmente mostrarsi indignati senza rischiare di andare controcorrente.
Che coraggio. Che straordinario tempismo. E soprattutto: che impressionante sincronizzazione con gli umori del padrone americano.
La verità è che questa improvvisa durezza contro il governo Netanyahu non nasce da una conversione etica. Nasce dalla percezione che qualcosa stia cambiando nei rapporti di forza internazionali. E allora i professionisti dell'equilibrismo iniziano a spostarsi prudentemente verso la nuova posizione. È il classico istinto di sopravvivenza delle classi dirigenti italiane: stare sempre dalla parte giusta, purché la parte giusta sia stata prima approvata altrove. Così oggi assistiamo allo spettacolo dei voltagabbana seriali. Gli stessi che fino a ieri accusavano di estremismo chi denunciava le atrocità. Gli stessi che invitavano alla prudenza linguistica. Gli stessi che si scandalizzavano più per uno slogan universitario che per un quartiere raso al suolo.
Adesso recitano la parte degli indignati. Male, peraltro. Perché il problema dell'opportunismo politico è che lascia sempre tracce. E gli archivi esistono. Restano le dichiarazioni, i titoli, i talk show, le interviste, le giustificazioni infinite offerte a qualunque azione del governo israeliano. Restano soprattutto mesi di disumanizzazione sistematica del popolo palestinese, raccontato troppo spesso come una presenza astratta, quasi fastidiosa, mai davvero degna dello stesso livello di empatia riservato ad altre vittime. E allora vedere oggi questa improvvisa gara all'indignazione produce inevitabilmente un effetto grottesco.
Come quei cortigiani nei romanzi storici che insultano il sovrano appena capiscono che il re sta perdendo potere. Con una differenza: qui non siamo dentro una satira di costume. Qui ci sono di mezzo migliaia di morti. E un sistema politico-mediatico che ha dimostrato ancora una volta quanto sia fragile la propria autonomia morale quando entra in gioco la disciplina geopolitica dell'Occidente. Ma tranquilli: appena cambierà di nuovo il vento internazionale, gli stessi opinionisti troveranno immediatamente nuove formule, nuove sfumature, nuovi equilibrismi.
Del resto, in Italia il trasformismo non è un incidente della politica. È la sua forma più pura.