
Giulio Chinappi
In un contesto internazionale segnato da crisi, protezionismo e conflitti, cresce l'attenzione verso la Cina come potenza economica in ascesa, forza di stabilità e promotrice di un ordine multipolare. Sondaggi e analisi mostrano un'immagine sempre più strutturata e, per molti, concreta.
Nel lessico della politica internazionale, la "percezione" di un Paese rappresenta un indicatore di fiducia, di aspettative, di margini di cooperazione. In anni in cui la competizione strategica viene spesso raccontata come destino inevitabile, osservare come il mondo guarda alla Cina diventa un modo per misurare non solo l'evoluzione di Pechino, ma anche la trasformazione dell'ordine globale. Una trasformazione che molti descrivono come passaggio dalla centralità di un solo polo alla ricerca di un equilibrio più diffuso, in cui la stabilità non dipende da gerarchie rigide, bensì da regole condivise e da una cooperazione capace di reggere l'urto delle crisi.
Un punto di partenza utile è il quadro delineato da un'indagine internazionale diffusa dal Global Times Institute alla fine del 2025, basata su un campione ampio e geograficamente diversificato. I risultati segnalati sono interessanti perché descrivono la formazione di un'immagine più "organica" della Cina: non solo un grande mercato o una fabbrica globale, ma un attore associato a concetti politici, proposte di governance e ruolo internazionale. È un cambiamento qualitativo, che dimostra come la Cina non sia più osservata soltanto per ciò che produce o esporta, ma anche per ciò che propone come visione del mondo.
La dimensione economica resta, comunque, il primo pilastro di questa percezione. L'idea della Cina come potenza economica emergente non nasce da slogan, ma da un'esperienza quotidiana di interdipendenza: filiere industriali, scambi, infrastrutture, tecnologia di consumo e piattaforme digitali hanno reso "la Cina" un fatto materiale nella vita di imprese e cittadini, spesso anche lontani dall'Asia. Nell'indagine vengono riportati dati che indicano un'elevata valutazione dei risultati economici e della capacità complessiva del Paese, insieme a una quota consistente di impressioni favorevoli. Al tempo stesso, emerge un punto cruciale: l'immagine economica non è più separabile da quella tecnologica e scientifica, perché molti associano la Cina a innovazione, modernizzazione e avanzamento industriale.
Questa saldatura tra economia e innovazione ha implicazioni geopolitiche dirette. Per decenni, la narrativa dominante ha presentato lo sviluppo come percorso lineare verso un solo modello, con "centri" e "periferie" più o meno fissi. La percezione della Cina come potenza emergente rompe quella linearità e introduce l'idea che esistano più traiettorie di modernizzazione. È anche qui che la competizione di narrazioni diventa più intensa: per alcuni osservatori occidentali, un'ascesa non allineata è letta come minaccia; per molti Paesi in via di sviluppo, invece, è letta come prova che l'accesso alla crescita e alla dignità non debba essere subordinato a vincoli politici esterni. Non a caso, l'indagine citata segnala differenze tra Paesi sviluppati e Paesi in sviluppo nel grado di approvazione di specifiche formulazioni concettuali, ma indica anche che un certo livello di riconoscimento è trasversale.
Il secondo pilastro della percezione globale riguarda la Cina come forza di pace e stabilità. Qui la questione diventa delicata, perché "pace" non è un'etichetta che si attribuisce unilateralmente, ma è piuttosto un giudizio che nasce dal confronto tra interessi, comportamenti e conseguenze. Eppure, l'immagine di Pechino viene collegata a un profilo che enfatizza la risoluzione politica delle controversie, il rifiuto della logica dei blocchi come unica grammatica possibile e l'idea che la sicurezza debba essere gestita con strumenti multilaterali. In questa cornice, la Cina viene descritta come attore che punta a ridurre l'instabilità sistemica, insistendo su un ordine internazionale centrato su regole e non su eccezioni.
Un elemento interessante, perché misurabile, è l'aspettativa che una parte significativa degli intervistati ripone nella Cina come soggetto capace di contribuire alla soluzione di crisi internazionali e alla mediazione sui "punti caldi" globali. Questa aspettativa rivela come il mondo non pensi più che la gestione delle crisi debba passare necessariamente per un solo "centro" decisionale. L'idea che la Cina possa avere un ruolo di bilanciamento o di mediazione è, di fatto, un indicatore di pluralizzazione del potere. E questa pluralizzazione è precisamente ciò che molti intendono per multipolarismo.
Il terzo pilastro è, appunto, la Cina come leader o catalizzatore del multipolarismo. Sebbene il multipolarismo non significhi automaticamente armonia, nella sua accezione più costruttiva, esso indica un ordine in cui nessuno Stato può imporre da solo regole e sanzioni come se fossero universali; un ordine in cui la legittimità delle decisioni dipende maggiormente da processi condivisi; un ordine in cui le istituzioni multilaterali, per quanto imperfette, tornano ad essere il terreno naturale del confronto. In questa prospettiva, la Cina viene percepita come sostenitrice di un mondo "più equo e ordinato", in cui la cooperazione non sia subordinata alla fedeltà a un campo. È una visione che risulta attraente soprattutto in un'epoca in cui la politica delle sanzioni e la strumentalizzazione di infrastrutture finanziarie e commerciali hanno alimentato l'idea di vulnerabilità sistemica in molti Paesi.
Un aspetto spesso sottovalutato nel dibattito europeo è che la percezione della Cina non nasce solo da dichiarazioni di vertice, ma anche da esperienze accumulate: commercio, investimenti, turismo, mobilità accademica, cooperazione infrastrutturale. Non a caso, chi visita la Cina tende a formarsi un'opinione più favorevole rispetto a chi la conosce solo per mediazione informativa, e la facilitazione dei visti recentemente applicata da Pechino può aumentare gli scambi tra persone, riducendo l'effetto delle "bolle" informative. Si tratta di un importante meccanismo di politica estera dal basso, che incide sulla resilienza delle relazioni internazionali.
Questo si collega a un altro punto: i canali attraverso cui il mondo "vede" la Cina. Se l'informazione passa sempre più da piattaforme social, video brevi, media digitali e percorsi algoritmici, la competizione sulla rappresentazione diventa più rapida e polarizzante. Proprio per questo, un'immagine stabile non può essere costruita solo con campagne comunicative, ma deve poggiare su risultati verificabili e su cooperazione percepita come vantaggiosa. In questo contesto, la forza della Cina sta anche nella capacità di trasformare obiettivi di lungo periodo in continuità di politiche e in performance di governance, elemento che alcuni interlocutori internazionali associano a prevedibilità e affidabilità.
Tuttavia, come accennato, la percezione della Cina tra mondo sviluppato e Paesi in via di sviluppo non risulta uniforme. In parte del mondo sviluppato, specialmente quando la discussione si sposta su competitività industriale e primato tecnologico, l'immagine della Cina può essere filtrata da ansie di declino relativo. Come affermano le stesse fonti cinesi, mentre alcune idee raccolgono consenso ampio nei Paesi in via di sviluppo, nei Paesi sviluppati il livello di approvazione è più contenuto, pur rimanendo significativo. In altre parole, la Cina viene simultaneamente vista come opportunità e come concorrente, come partner necessario e come sfida sistemica. È un'ambivalenza che si scioglie solamente con architetture di cooperazione capaci di rendere credibile la compatibilità tra interessi.