
Daniele Lanza
Nel mezzo trambusto generato dalle ambizioni dichiarate di Donald Trump nei confronti della Groenlandia (formalmente ancora parte del regno di Danimarca), non si può fare che domandarsi quanto di vero vi sia negli allarmismi che vedono il colosso cinese avanzare minacciosamente verso l'oceano glaciale artico onde formare una nuova area di potere assieme all'alleato russo
Nel mezzo trambusto generato dalle ambizioni dichiarate di Donald Trump nei confronti della Groenlandia (formalmente ancora parte del regno di Danimarca), non si può fare che domandarsi quanto di vero vi sia negli allarmismi che vedono il colosso cinese avanzare minacciosamente - secondo gli osservatori occidentali - verso l'oceano glaciale artico onde formare una nuova area di potere assieme all'alleato russo. Sorvolando doverosamente le osservazioni in merito all'ovvia strumentalizzazione di tale visione a scopo di diffondere panico tra le elite politiche europee ed americane onde rendere più giustificabili eventuali azioni di forza, ed evitando di sottolineare l'imbarazzante contraddizione derivanti da tali azioni (invadere ed annettere un territorio di milioni di km/q per contrastare un rivale e fare tutto ciò nel nome del rispetto del diritto internazionale), può tuttavia essere aggiunto - ad onore dell'onestà - che esiste un fondo di verità quando si parla a proposito di crescita dell'economia cinese anche nell'estremo nord.
Di cosa si parla esattamente ? L'interessamento cinese per il grande nord è qualcosa che in realtà nasce da lontano, sebbene per molto tempo non sia seguita alcuna azione concreta: la prima menzione si ha nel 1925 quando lo stato cinese dell'epoca firma un trattato che consente alla Cina di allora accesso e attività commerciale presso le Svalbard in Norvegia. Per buona parte del XX secolo le circostanze non ordinarie di politica interna ed estera non consentono a Pechino di sviluppare tale interesse e conseguentemente le rotte commerciali verso quelle latitudini: occorre aspettare molto tempo perchè tutto si rimetta in moto e cioè fin verso la fine degli anni 80 quando a Shanghai viene fondato l'Istituto cinese di ricerca polare (entità accademica di grande rilievo) cui seguono le prime spedizioni verso i due poli nel corso degli anni 90. Nel giro di una decina di anni da quel momento viene dunque a crearsi una vera politica artica cinese che si evolve nel corso delle due decadi ancora successive (nel 2004 viene messa in funzione una stazione di ricerca scientifica presso le Svalbard, mentre nel 2013 il paese ottiene un posto come osservatore permanente nel Consiglio dell'artico, ed infine nel 2015 per la prima volta un vascello cinese raggiunge le cose dell'Alaska, mentre altri ancora iniziano a seguire la cosiddetta rotta nord-ovest ossia circumnavigando le coste del polo nord). Il punto di svolta in tutto questo può essere considerato il "foglio bianco" della politica artica - divenuto pubblico nel 2018 - che costituisce il comunicato ufficiale da parte di Pechino in merito alla propria strategia in questo contesto geografico. Il foglio in questione rimane al momento l'unico documento programmatico che delinei una strategia cinese nella regione polare, iniziando col definire la Repubblica Popolare Cinese come "uno stato quasi artico", malgrado una sostanziale distanza fisica tra i confini cinesi e il polo nord. Nel documento, oltre a ricordare principi base di coesistenza (come il rispetto del diritto internazionale, sostenibilità, rispetto e cooperazione) si lasciano in sostanza trasparire gli interessi strategici suddivisi in 4 aree principali: la ricerca scientifica in primo luogo, come anche le rotte di comunicazione, le risorse naturali e la presenza strategica (quest'ultima finalità criticata dalle potenze occidentali, malgrado queste ultime siano egualmente coinvolte in interessi strategici nell'area con evidente applicazione militare potenziale). In merito alle vie di comunicazione menzionate, assume particolare rilevanza la cosiddetta "Via della seta polare" che costituisce un punto centrale nella politica artica cinese: si intende una estensione delle vie di trasporto - traversole coste del polo nord - utile a diversificare quelle già esistenti tra Asia, Europa e Nordamerica. Anche in questo caso da parte occidentale si leva un coro di critiche atte a rimarcare come tale espansione nelle comunicazioni possa fungere da veicolo per incrementare la presenza cinese nell'area a scapito degli stati artici stessi già presenti lì da sempre (in particolare i think tank ed analisti americani e atlantisti non perdono occasione per evocare ed anzi suggerire un potenziale conflitto di interessi tra Mosca e Pechino, sperando per l'appunto che serva a separare i due alleati). La realtà tuttavia è che la tendenza è inevitabile considerato il potenziale economico cinese e le politiche protezioniste da parte di Europa e Stati Uniti - in particolare sotto l'amministrazione Trump - finalizzate a contenere la Cina (cosa che contraddice, tra l'altro, il principio di libero scambio soventemente invocato dai paesi del G-7 ogniqualvolta vi è la possibilità di un guadagno). Lo spazio artico - meno regolato giuridicamente, rispetto ad altre zone del mondo, per chiari motivi - diventa giocoforza arena di possibile espansione. La presenza cinese nel consiglio dell'artico è quindi forse più attiva - paradossalmente - di qualsiasi stato che sia membro a pieno effetto: dal punto di vista della sicurezza nazionale l'apertura di nuove rotte traverso l'artico (laddove è previsto un costante scioglimento dei ghiacci a vantaggio della navigazione) rappresenterebbe un grande passo avanti in quanto risulterebbe facilitato l'arrivo di materie prime e prodotti in Cina, aggirando le rotte usuali. Queste ultime infatti - come lo stretto di Malacca traverso il quale ancora oggi l'80% delle merci russe arriva sui mercati cinesi - sono sostanzialmente controllate dalle flotte delle potenze occidentali (in particolare dagli USA) che in un qualsiasi momento potrebbero restringerne l'accesso o addirittura annullarlo in caso di guerra dichiarata. Se ne ricava che da un punto di vista cinese, la volontà di espandersi nell'artico ha un suo fondamento logico e giusitifcazione, che finora ha potuto attuare solo attraverso la stretta partnership politica di cui gode con Mosca: è attraverso la lunghissima costa artica del continente russo che si sviluppa infatti la presenza economica cinese, mentre la fascia occidentale (scandinava e nordamericana) vede un impegno molto più limitato: in altre parole la presenza cinese al moemnto si esprime principalmente attraverso la Russia, per forza di cose, dal momento che la resistenza e il protezionismo di Washington ed altri stati rende arduo penetrare in altre zone.
Da tutto questo si osserva dunque che nemmeno il poco regolato artico - giuridicamente parlando - è immune ai grandi trend della geopolitica globale: si ha a che fare con un artico monopolizzato da paesi appartenenti all'Alleanza atlantica da un lato, e un altro che vede invece una efficace partnership sino-russa in ascesa, ma costantemente ostacolata (da notare il grande progetto - respinto - di trasformare Kirkenes, in Norvegia, in una "Singapore europea", grazie al coinvolgimento del gigante cinese COSCO, attivo nel campo delle spedizioni e di proprietà statale). In conclusione si può affermare che la volontà e le risorse da parte cinese di estendere la sinosfera fin nell'estremo nord esistono effettivamente: questo tuttavia altro non è che la naturale traiettoria di sviluppo di qualsiasi potenza emergente in ogni parte del mondo, da sempre nella storia delle relazioni internazionali. Pechino d'altro canto non ha fatto sinora alcun ricorso allo strumento militare, sottolineando anzi il proprio rispetto del diritto internazionale nel già citato documento del 2018: pertanto il proprio procedere - per quanto ritenuto una minaccia da occidente - rispetta per il momento tutti i parametri di liceità riconosciuti.
L'esatto opposto si osserva da oltreoceano, laddove si utilizza il trend appena descritto come scusa per un azione diretta e di tipo militare (in Groenlandia) pur di fermare Pechino e Mosca: come a dire che la sicurezza statunitense giustifica anche l'azione armata, come molti think tank nordamericani e atlantisti si accingono ad affermare al fine di dare un fondamento ideologico alla possibile mossa di Donald Trump nel vicino futuro. Senza dubbio, un diritto molto "allargato" all'autodifesa, un'intepretazione molto libera di essa che ad altre potenze (rivali in particolare) non viene concessa, primo tra tutti il diritto alla sicurezza dello stato russo sullo scacchiere ucraino: ma questo doppio standard è oltremodo noto e vi è già stato dedicato molto tempo e scritti.