30/01/2026 strategic-culture.su  8min 🇮🇹 #303349

 Usa : nouvel assassinat à Minneapolis, par la police de Trump

Legge e fuoco lungo le frontiere americane

Daniele Lanza

Assieme alle sparatorie in Minnesota, deflagrano le tante contraddizioni interne dell'identità statunitense.

Momenti di alta tensione al di là dell'Atlantico: la polizia di frontiera statunitense è coinvolta per la seconda volta - nel giro di sole due settimane - in un caso di cronaca che vede un cittadino statunitense (un infermiere trentesettenne) abbattuto per strada a colpi di arma da fuoco da agenti in servizio. Si tratta dunque della seconda vittima in un lasso di tempo molto breve, dopo quella di una giovane donna - ugualmente uccisa mentre era a bordo della propria autovettura - quindi un caso che rischia di innescare grandi proteste, oltre che profonde riflessioni, su più temi che vanno a costituire le basi di una tormentata identità americana nella contemporaneità.

Vediamo di precisare il come e perchè gli eventi in questione non rappresentano semplice cronaca, bensì potenzialmente la miccia di qualcosa di molto più grande, partendo dalla basilare dinamica dei casi in questione. Il luogo dell'azione è lo stato del Minnesota, come si sa, importante zona di passaggio al confine col Canada, mentre i protagonisti della vicenda sono gli agenti dell'ICE (Immigration Customs and Enforcement), ossia un'agenzia di polizia che si occupa della lotta all'immigrazione illegale. A tale merito bisogna precisare innanzitutto come esistano negli USA due agenzie di sicurezza che si occupano del medesimo campo: la prima è la più nota US Border Patrol ovvero la polizia di frontiera vera e propria che vigila sugli ingressi clandestini, operando la maggior parte degli arresti nei pressi delle zone limitrofe ai confini, mentre invece l'ICE ha compiti di carattere maggiormente investigativo che si estendono fino a centinaia di km di distanza dal confine in questione. In sintesi, la polizia di frontiera ha compiti prevenzione del crimine più immediati e circoscritti alle zone di passaggio strettamente dette, mentre l'ICE ha una natura più sottile e di lungo termine, estendendo la propria area di operatività anche in profondità del territorio statunitense (fino a 160 miglia secondo la legge, ma nella prassi assai di più): in pratica ha la facoltà di perseguire e fare indagini sui migranti illegali anche molto all'interno del paese, godendo della facoltà - rara nell'ordinamento legale americano - di effettuare perquisizioni nelle case anche senza un mandato del tribunale. Una situazione questa, che mette giocoforza la suddetta agenzia anti-immigrazione a diretto contatto con la popolazione statunitense, con normali cittadini non coinvolti nella questione (o con migranti illegali che tuttavia nel frattempo hanno trovato modo di integrarsi efficacemente nel tessuto sociale), il che rende l'operato della polizia più invasivo e maggiormente soggetto a creare situazioni di violenza fuori controllo. Situazioni come quelle che hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani negli ultimi tempi, ed evocano domande latenti nell'opinione pubblica, quali i limiti legali di azione delle agenzie di sicurezza, il diritto o meno di portare armi da parte di cittadini statunitensi ed infine - tema più critico in assoluto - in merito all'immigrazione stessa.

Il diritto di effettuare controlli senza un mandato del giudice in effetti aggira il 4° emendamento della costituzione americana - fondamentale nella civiltà giuridica e sociale statunitense - che assicura il fondamentale diritto all'inviolabilità della propria dimora, salvo decisioni del tribunale stesso (in altre parole il concetto di innocenza fino a prova contraria); come se questo non bastasse viene aggirato anche il 2° emendamento che garantisce la facoltà di portare armi da fuoco: l'ultima vittima è appurato portasse una pistola con sè e questo è stato l'argomento con cui la polizia ha giustificato il proprio operato (cioè affermando che il soggetto fosse un pericolo dal quale occorreva difendersi: la cosa tuttavia viene messa in dubbio dalle prove emerse al momento). Il punto di tutto è che il caso del giorno, pur nella sua apparente semplicità, è in realtà molto complesso per la sua portata potenziale nello scuotere l'opinione pubblica, nel far emergere domande di fondo su quella che è l'identità politica e sociale americana, soprattutto durante un'amministrazione così divisiva come quella di Donald Trump.

Al di là dei punti sopramenzionati, lo spettro più profondo che si evoca è quello rappresentato dalle stesse agenzie di polizia protagoniste del caso, delle quali si chiede il ritiro ora dalla città di Minneapolis dove è il tutto è avvenuto: il punto è la posizione della società statunitense in merito al tema migratorio, con tutto quello che esso comporta.

Non è chiaramente necessario ricordare il grado di criticità di tale tematica nella vita del gigante a stelle e strisce e la misura in cui influenza la sua politica, interna in primo luogo e sul lungo termine anche estera. Il punto di fondo è che le sparatorie di Minneapolis in questi giorni, mettono in luce come il problema migratorio sia divenuto un vero e proprio conflitto, non più limitato alle zone di frontiera, così come tradizionalmente lo si concepiva, ma un qualcosa che investe il paese in profondità fin nei suoi angoli, non lasciando alcuna area realmente al sicuro di tutto questo. In altre parole, uno dei tanti segnali di una grande guerra che sta gradualmente deflagrando nel corpo dell'intero paese.

Ricordiamo che gli Stati Uniti, nell'ultima generazione hanno incassato un flusso migratorio tale da ridisegnarne i connotati culturali ed etnici: la statistica di base dice che tra il 1980 e il 2025 la popolazione statunitense è passata da 226 a 345 milioni, vale a dire un salto di oltre 100 milioni di abitanti nel giro di meno di 50 anni di tempo. Qualcosa di mai visto per proporzioni e rapidità del fenomeno: cifre che indicano una radicale metamorfosi in atto del volto della nazione americana, delle sue abitudini e mentalità, fissate sin dai suoi esordi storici. In concreto la popolazione "bianca" - secondo i dati dell'american census bureau, dipendente dal ministero degli interni - sarebbe pari al 57% dell'intera popolazione residente: questo rispetto al 79% del 1980 o al 90% del 1960, ovvero un calo di oltre 30 punti percentuali nell'arco di 60 anni (o di 20 punti se consideriamo solo gli ultimi 40). Approssimativamente, ogni decennio vede svanire un segmento dell'identità statunitense così come essa è considerata essere dalle fasce più conservatrici della società: la nazione anglosassone sorta gradualmente nei secoli dell'età moderna ed affrancatasi dall'alveo imperiale britannico con la rivoluzione del 1776 (e tutto sommato sopravvissuta per buona parte del 900, sino alla generazione del secondo dopoguerra) sta gradualmente "evaporando" - generazione dopo generazione, complice l'inverno demografico che affligge tutte le società post industriali - lasciando posto ad una nuova, i cui connotati sono difficili persino da immaginare. Gli Stati Uniti quali "nazione anglosassone" - come si è abituati a definirli per antonomasia - vengono sempre più rapidamente sostituiti da una "nazione globale": un superamento storico dovuto a meccanismi socioeconomici di grandissima scala derivanti al sistema di fondo di cui Washginton è alfiere da oltre un secolo (liberalismo), che se da un lato ne fanno la prima potenza finanziaria sul pianeta, dall'altro determinano un inesorabile processo di "sostituzione etnica" al suo interno (nella misura cioè in cui la società, oramai prospera, necessita di un flusso demografico costante che garantisca la presenza di classi subordinate, mantenendo l'equilibrio di base della piramide socioeconomica tradizionale). In parole altre è proprio il liberalismo - ontologicamente connesso alla mentalità anglosassone d'oltreoceano - a determinare la sua stessa estinzione (cioè dell'elemento etnico da cui nasce): questo è naturale, poichè il modello capitalistico è del tutto indifferente alla preservazione delle identità, trattando essenzialmente la società che governa secondo un meccanismo atto esclusivamente a produrre ed entro il quale gli individui sono pedine (non importa se le pedine cambiano, basta che seguitino ad esistere nella loro funzione produttiva).

Senza addentrarci troppo nel campo della filosofia e della sociologia, possiamo affermare che questo è l'autentico enigma americano - se così vogliamo chiamarlo - le cui radici sono state poste molto tempo fa, nei secoli passati, ma che vedrà la massima manifestazione nel secolo in corso, lungo il quale dovrà affrontare quindi 2 temi capitali: il primo concerne la politica estera e vede l'eventuale sorpasso del gigante cinese nell'arena globale, mentre il secondo - il tema del giorno - concerne la vita interna del paese e potrebbe vedere la scomparsa della nazione americana (in senso tradizionale) con tutte la gamma di potenziali conseguenze - fenomeni di disgregazione sociale, conflitti, potenziali scissioni territoriali - che ciò può generare.

Come ovvio, impossibile formulare previsioni precise per processi di lungo termine, estremamente complessi, che occuperanno i 50 anni a venire: a prescindere dagli esiti che saranno, è tuttavia chiaro che nei casi di cronaca odierna si possono cogliere le prime avvisaglie di un grande confronto che vedrà contrapposta la società al il proprio stesso stato, o per meglio dire ancora, governanti e governati (per l'ennesima volta). Le elite, mosse dall'imperativo di preservare lo status quo a prescindere dallo stato d'animo delle masse e queste ultime, viceversa, nel tentativo di difendersi da poteri alti che non più le rispecchiano. Il dilemma che evocano le sparatorie di Minneapolis è anche questo, sebbene sia soltanto l'inizio di un dramma che si svilupperà per le generazioni a venire e non soltanto negli USA, ma in tutto l'occidente.

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