
Lorenzo Maria Pacini
Se i leader europei contrari a Trump hanno pensato di poterlo superare in astuzia con una mossa del genere, è evidente che non hanno ancora compreso appieno il gioco che sta mettendo in atto la Casa Bianca.
Groenlandia e sicurezza regionale
La recente evoluzione della posizione statunitense sulla Groenlandia ha riportato al centro del dibattito internazionale il tema della sicurezza artica e, più in generale, la tenuta delle relazioni transatlantiche. Le dichiarazioni e le iniziative del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, culminate durante il World Economic Forum di Davos, hanno inizialmente generato forti tensioni con gli alleati europei e con la NATO, per poi lasciare spazio a un parziale riposizionamento diplomatico. Qualcosa di inaspettato, che costringe i leader europei a pensare a nuove soluzioni, e che rappresenta l'occasione di "superare" Trump.
Nel corso degli incontri, Mark Rutte ha chiarito che l'intesa di principio raggiunta con il presidente Trump non riguarda un trasferimento di sovranità territoriale, bensì un rafforzamento del ruolo della NATO nella sicurezza artica. Secondo il Segretario Generale, il quadro delineato richiederà un maggiore impegno da parte degli alleati, inclusi quelli non artici, nella protezione di una regione sempre più rilevante dal punto di vista strategico, militare ed economico. I primi risultati di questo sforzo dovrebbero essere visibili già nel breve periodo, con l'auspicio di un'implementazione sostanziale entro l'inizio del 2026.
La responsabilità operativa di tradurre l'indirizzo politico in misure concrete spetterà ai comandi militari della NATO, chiamati a definire le esigenze di sicurezza aggiuntive, che potrebbero includere un aumento della presenza militare, una maggiore sorveglianza e l'eventuale sviluppo di sistemi di difesa multilivello, come il progetto di difesa missilistica noto come Golden Dome. Rutte ha inoltre sottolineato che tale rafforzamento non avverrà a discapito del sostegno all'Ucraina, che continua a dipendere in larga misura dall'assistenza militare dei Paesi membri dell'Alleanza nel conflitto con la Russia.
C'è poi da considerare che, per la NATO, le minacce ci Trump di far uscire le truppe militari americane dall'Alleanza, implica un ridimensionamento enorme di tutta la NATO, esponendo i Paesi ad alti rischi per la loro sicurezza. Detto in altre Parola, gli europei sanno che una NATO indebolita significherebbe una posizione di enorme svantaggio nei confronti della Russia, a cui hanno dichiarato ripetutamente guerra.
La retorica di Trump e le reazioni europee
Parallelamente, il presidente Trump ha operato una significativa revisione della propria retorica sulla Groenlandia, seguendo uno schema che ormai abbiamo imparato a riconoscere: Trump provoca, aggredisce, minaccia, quindi attende le reazioni e poi cambia direzione, ripensa le sue parole, modera i toni. In questo modo, il Potus è riuscito ad usare più volte la confusione che aveva creato per ottenere risultati.
Dopo aver in precedenza evocato l'ipotesi di un'acquisizione territoriale e aver minacciato l'imposizione di dazi contro alcuni alleati europei, il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti non faranno ricorso alla forza e che i loro obiettivi strategici potrebbero essere raggiunti anche senza un'ownership formale dell'isola. In diverse interviste, Trump ha detto che Washington punta a ottenere un accesso militare esteso e duraturo, presentando l'eventuale accordo come vantaggioso e a basso costo per gli Stati Uniti. La sospensione delle minacce tariffarie, annunciata dopo l'incontro con Rutte, ha contribuito ad allentare la pressione sui rapporti con l'Europa, ma non ha dissipato del tutto le preoccupazioni degli alleati. Le dichiarazioni ambigue del presidente, che continuano a lasciare aperta la possibilità di sviluppi futuri più radicali, sono state accolte con cautela dalle capitali europee, consapevoli della volatilità della posizione statunitense.
I governi europei, e in particolare la Danimarca, hanno ribadito con fermezza che la sovranità sulla Groenlandia non è oggetto di negoziazione. Il primo ministro danese Mette Frederiksen e il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen hanno chiarito che solo la Danimarca e la Groenlandia stessa sono titolate a prendere decisioni sul futuro del territorio. Allo stesso tempo, Copenaghen si è detta disponibile a discutere un ampliamento della cooperazione in materia di sicurezza, investimenti e presenza militare, facendo riferimento all'accordo di difesa bilaterale del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca come base giuridica per eventuali aggiornamenti. Perché, diciamoci la verità, la disparità militare fra USA e Danimarca è rilevante quando si parla di "attaccare", e i leader europei lo sanno molto bene.
All'interno dell'Unione Europea, la crisi ha innescato un intenso coordinamento diplomatico volto a presentare una posizione unitaria nei confronti di Washington. Funzionari europei hanno sottolineato come la minaccia di ritorsioni tariffarie da parte dell'UE, unita alle preoccupazioni per l'impatto economico sui consumatori statunitensi e alle resistenze del Congresso americano, abbia contribuito a favorire il ripensamento di Trump. Qui il ruolo di Mark Rutte è stato ampiamente riconosciuto come decisivo nel delineare una via di de-escalation accettabile per entrambe le parti.
Dal punto di vista istituzionale, la vicenda ha messo in luce i limiti e le potenzialità della NATO come forum di gestione delle tensioni tra alleati. Pur non avendo alcun mandato per negoziare trasferimenti territoriali, il Segretario Generale ha utilizzato la cornice dell'Alleanza per ricondurre la questione della Groenlandia entro un perimetro di cooperazione multilaterale, centrato sulla sicurezza collettiva dell'Artico. Questo approccio ha permesso di trasformare una crisi potenzialmente dirompente in un dibattito strategico più ampio sul ruolo dell'Alleanza in una regione sempre più contesa.
Tuttavia, numerosi leader europei hanno avvertito che la crisi ha lasciato strascichi significativi in termini di fiducia. Le minacce statunitensi e la percezione di un ricorso strumentale alla pressione economica hanno alimentato un dibattito, fino a poco tempo fa impensabile, sulla necessità per l'Europa di ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, non solo in ambito economico ma anche in quello della sicurezza. In questo senso, la questione della Groenlandia è diventata un catalizzatore di riflessioni più ampie sulla resilienza strategica europea.
La temporanea distensione sulla Groenlandia non equivale a una soluzione definitiva. Sebbene il riposizionamento di Trump e il rafforzamento del ruolo della NATO abbiano contribuito a disinnescare l'immediata escalation, restano aperti nodi cruciali relativi alla presenza militare statunitense, alla governance dell'Artico e alla qualità del rapporto transatlantico. Resta presente il rischio che la percezione di una crisi rientrata induca a sottovalutare le lezioni apprese.
In prospettiva, la gestione della sicurezza artica potrebbe rappresentare sia una fonte di rinnovata cooperazione tra alleati sia un banco di prova per la capacità dell'Occidente di adattarsi a un contesto internazionale sempre più competitivo. La vicenda della Groenlandia evidenzia, in definitiva, come le questioni territoriali, la sicurezza collettiva e la diplomazia economica siano oggi profondamente interconnesse, rendendo indispensabile un approccio multilaterale fondato sul rispetto della sovranità e sulla fiducia reciproca tra partner.
Elezioni in vista, un'opportunità per gli europei anti-Trump
Dal punto di vista europeo, le elezioni di metà mandato rappresentano un passaggio cruciale, poiché offrono la possibilità di riequilibrare i rapporti di forza interni al sistema politico statunitense, limitando il margine di manovra dell'esecutivo attraverso una possibile avanzata del Partito Democratico al Congresso. In questo quadro, la strategia europea appare orientata a valorizzare e, in alcuni casi, amplificare le contraddizioni della politica estera trumpiana, soprattutto laddove essa entra in tensione con alleati storici, con il diritto internazionale o con assetti multilaterali consolidati.
Le prese di posizione europee su dossier come la Groenlandia, la sicurezza artica, i dazi commerciali o il ruolo della NATO non vanno dunque lette esclusivamente come risposte difensive a specifiche iniziative americane, ma anche come strumenti di segnalazione politica rivolti all'opinione pubblica e agli attori istituzionali statunitensi. Rendere visibile il costo diplomatico, economico e reputazionale delle scelte dell'amministrazione repubblicana serve, in questa prospettiva, a rafforzare le argomentazioni delle forze politiche americane più critiche verso Trump, contribuendo indirettamente a un clima interno meno favorevole alla sua agenda.
Un elemento centrale di questa strategia è il ricorso al multilateralismo come contrappeso narrativo e istituzionale all'unilateralismo percepito di Washington. L'insistenza europea sulla coesione dell'Unione, sul coordinamento in seno alla NATO e sul rispetto della sovranità degli Stati membri consente di costruire un fronte compatto che, pur evitando uno scontro diretto, segnala con chiarezza i limiti entro cui l'Europa è disposta a cooperare. Questo atteggiamento rafforza l'immagine di un'Europa responsabile e prevedibile, in contrasto con una rappresentazione dell'America repubblicana come attore imprevedibile e incline alla coercizione, una dicotomia che risuona favorevolmente presso ampi settori dell'elettorato democratico statunitense.
Inoltre, la tempistica delle pressioni europee non appare casuale. Agire a ridosso delle mid-term significa massimizzare l'impatto politico di eventuali tensioni transatlantiche, nella consapevolezza che il Congresso, più sensibile agli umori dell'elettorato e ai riflessi economici delle crisi internazionali, può diventare un interlocutore alternativo o un freno alle iniziative presidenziali. In questo senso, l'Europa sembra scommettere su una futura interlocuzione privilegiata con un'America politicamente più frammentata e, auspicabilmente, più incline al compromesso multilaterale.
L strategia anti-trumpista adottata da una parte degli attori europei non va interpretata come un semplice riflesso ideologico, bensì come una scelta di politica estera, a tratti folle, a tratti razionale secondo i canoni europei. Sicuramente una scelta molto pericolosa in questo momento. La volontà di esercitare una pressione sistemica sull'America repubblicana in un momento di vulnerabilità politica interna, nella speranza che un rafforzamento democratico produca un riequilibrio dell'agenda statunitense e apra la strada a relazioni transatlantiche più inclini ai voleri di Londra, Parigi e Bruxelles, è una volontà che l'Europa intera rischia di pagare cara.
Se i leader europei anti-Trump hanno pensato di poter superare lo stesso Trump con una mossa del genere, evidentemente ancora non hanno ben chiaro a che gioco sta giocando la Casa Bianca.