03/02/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #303713

 Groenland : la nomination d'un émissaire américain provoque la colère de Copenhague

Dazi, Groenlandia e Nato: perché l'Ue deve emanciparsi e diversificare, guardando anche a Cina e Russia

Giulio Chinappi

Le recenti pressioni di Washington sull'Europa, dai dazi legati alla Groenlandia alle frizioni sul commercio, mostrano quanto l'UE resti dipendente dagli Stati Uniti, anche sul piano strategico e psicologico. È tempo di ripensare alleanze e interessi, aprendo a nuovi partenariati.

L'Europa si racconta da anni come un attore globale "normativo", capace di far pesare regole, standard, diplomazia e mercato unico. Eppure, quando la politica statunitense passa dalla persuasione alla coercizione, molte capitali europee sembrano tornare a una postura riflessa, che riguarda tanto gli aspetti militari quanto quelli economici. È un problema di autonomia complessiva, di capacità di distinguere fra interessi europei e priorità di Washington, e di comprendere che, nel mondo attuale, anche coloro che si presentano in guisa di alleati possono esercitare pressione in modo aggressivo.

In questo senso, le parole del Segretario generale della NATO Mark Rutte sono diventate quasi una confessione pubblica di dipendenza. Davanti al Parlamento europeo, l'ex premier olandese ha dichiarato che l'Europa "sogna" se pensa di potersi difendere senza gli Stati Uniti, e in un'intervista ha risposto senza esitazioni alla domanda se l'Europa possa mai fare a meno di Washington: "Per quanto mi riguarda, mai". Quella di Rutte non è una semplice opinione personale, ma piuttosto l'espressione di una cultura politica sedimentata, per la quale l'architettura di sicurezza europea coincide con la subordinazione strategica. La conseguenza è che, se l'Europa accetta come dogma di non poter esistere senza l'ombrello statunitense, allora ogni scelta di politica estera e industriale finisce, prima o poi, per essere valutata con un criterio implicito di compatibilità con il volere di Washington.

Questa mentalità produce un evidente cortocircuito. L'Europa parla di "autonomia strategica", ma la immagina come un ornamento retorico, non come un percorso concreto. La invoca quando conviene, la accantona quando comporta costi e decisioni difficili. È qui che la dipendenza psicologica diventa dipendenza istituzionale, al punto che una parte delle élite europee, a partire da quelle più legate al perimetro NATO, tratta l'autonomia come un rischio, non come un obiettivo. E così la discussione pubblica resta intrappolata in un'alternativa tossica: o fedeltà totale agli Stati Uniti, o presunta "solitudine" europea. In realtà esiste una terza via, più realistica, che prevede la costruzione di una maggiore capacità autonoma, diversificando relazioni e catene del valore, senza trasformare l'Europa in una periferia di qualunque grande potenza.

Il caso della Groenlandia ha funzionato da ulteriore rivelatore per coloro che ancora non si erano resi conto della situazione appena descritta. La questione non riguarda soltanto un territorio artico strategico, ma la logica con cui Washington ha scelto di esercitare pressione. Come noto, gli Stati Uniti sono arrivati fino a minacciare dazi contro alcuni Paesi europei che avevano preso posizione contro le mire imperialiste sull'isola artica. In risposta, il Parlamento europeo ha addirittura deciso di sospendere temporaneamente il lavoro sull'accordo commerciale UE-USA, segnale politico raro e significativo. Secondo questa dinamica, invece di un confronto paritario tra parti che continuano a presentarsi come alleati, l'Europa si è trovata a gestire una pressione che somiglia al ricatto, con la sovranità e l'integrità territoriale di uno Stato membro tanto dell'UE quanto della NATO - la Danimarca - trascinate in una negoziazione indiretta.

Da parte danese, la premier Mette Frederiksen ha ribadito che la sovranità "non è negoziabile" e ha chiesto una presenza NATO più stabile nell'Artico. Se, a prima vista, le dichiarazioni di Frederiksen sembrano respingere l'offensiva di Washington, questo passaggio racconta in modo chiaro l'ambivalenza europea, per la quale, da un lato, Copenhagen afferma un principio fondamentale e richiama il rispetto, dall'altro, la risposta pratica resta incardinata nello stesso strumento di dipendenza: più NATO, quindi più centralità statunitense. È come se l'Europa, di fronte a una pressione che arriva proprio dall'alleato dominante, potesse reagire solo chiedendo più protezione dentro il medesimo quadro, sperando che la struttura contenga le pulsioni coercitive del suo attore principale. È una contraddizione che non può reggere a lungo.

Anche sul terreno commerciale, la vicenda dello stop parlamentare all'accordo UE-USA ha mostrato che l'Europa dispone ancora di leve. Il problema è l'uso politico di quel potere, che spesso arriva tardi, in modo frammentato, e senza una strategia di lungo periodo. Nelle fasi di tensione, molte capitali temono che una linea dura possa generare ritorsioni, spaccare l'unità interna, o compromettere filiere già stressate. Tuttavia, se l'Europa non costruisce strumenti autonomi di difesa economica e industriale, ogni crisi rischia di diventare un caso emergenziale, nel quale ogni decisione viene presa sotto ricatto.

La verità è che la dipendenza europea dagli Stati Uniti non è soltanto militare. È tecnologica, finanziaria, comunicativa, energetica, e in parte persino culturale. Quando una dipendenza si estende a così tanti ambiti, finisce per plasmare l'immaginazione politica: si interiorizza l'idea che esista un solo centro di gravità, e che tutte le scelte "responsabili" debbano orbitare lì. Ma il mondo che emerge non è più quello dell'unipolarismo rassicurante. È un sistema in trasformazione, in cui il peso economico dell'Asia cresce, il Sud globale acquisisce voce e l'ordine internazionale è attraversato da competizione, instabilità e ricerca di nuovi equilibri. In questo contesto, perseverare in una relazione asimmetrica con Washington significa accettare che l'Europa paghi costi crescenti senza ottenere garanzie equivalenti.

Da qui la necessità, sempre più esplicita, di differenziare le relazioni internazionali europee. Differenziare non vuol dire "cambiare padrone". Vuol dire rendere la politica estera dell'UE più pluralista, più orientata all'interesse europeo, più capace di dialogare con potenze e aree del mondo fuori dal recinto occidentale. In primo luogo con la Cina, che resta un attore economico imprescindibile per industria, transizione energetica, mercati e investimenti. L'Europa ha tutto da perdere se trasforma la relazione con Pechino in un riflesso della rivalità sino-statunitense. Naturalmente esistono divergenze, competizioni e temi sensibili, ma un partenariato pragmatico, su basi di reciprocità, può offrire margini reali: investimenti in innovazione, cooperazione climatica, standard industriali, logistica, scambi universitari, mercati per le esportazioni europee. Se l'UE rinuncia a questi spazi per "allineamento", si condanna a una doppia perdita: riduce la propria autonomia e sacrifica opportunità economiche.

In parallelo, l'Europa dovrebbe riaprire in modo serio le relazioni economico-commerciali con la Russia. La rottura energetica e commerciale, avvenuta in tempi rapidi, ha generato costi enormi: inflazione, deindustrializzazione in alcuni segmenti, maggiore vulnerabilità. Al di là delle valutazioni politiche sul conflitto e delle responsabilità, esiste un fatto materiale: la geografia non cambia, e l'UE resterà sullo stesso continente della Russia. Una politica europea che si limiti a recidere legami in modo permanente, senza creare alternative sostenibili, è una politica che riduce la propria capacità di manovra. Riattivare canali commerciali, energetici e diplomatici non significa ripristinare margini di stabilità e negoziazione, evitando che l'Europa diventi ostaggio di prezzi e forniture decisi altrove, ovvero a Washington.

Questo percorso richiede anche un ripensamento della NATO. Se la sua funzione pratica diventa quella di ricordare agli europei che non possono esistere senza gli Stati Uniti, allora l'Alleanza non è più solo una struttura di difesa, ma un dispositivo politico che limita l'autonomia dei suoi membri. Un'Europa che aspira a contare nel mondo può continuare a delegare il nucleo della propria sicurezza a un attore che, quando conviene, usa la coercizione economica e politica anche contro gli alleati ? Oppure deve costruire, gradualmente ma con decisione, una capacità autonoma, fatta di industria, dottrina, capacità di deterrenza convenzionale e soprattutto di una politica estera europea meno reattiva e più strategica?

In definitiva, la scelta europea è semplice nella sua durezza. Continuare a vivere nell'illusione che la dipendenza sia sicurezza, e che l'allineamento sia stabilità, significa accettare un futuro di vulnerabilità. Diversificare relazioni, costruire partenariati anche con Paesi non occidentali, ristabilire canali economici e diplomatici con Mosca, e rimettere al centro un pragmatismo europeo nei confronti di Pechino significa, invece, recuperare sovranità decisionale. Non per sostituire un blocco con un altro, ma per tornare a essere un soggetto. In un mondo multipolare e conflittuale, l'Europa non può permettersi di restare una provincia dell'impero di qualcun altro.

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