
Lorenzo Maria Pacini
Una figura chiave del potere politico americano, anello di congiunzione tra i democratici, la diplomazia mediorientale e i servizi segreti, ha iniziato a frequentare Epstein nel 2014 e in seguito è diventato direttore della CIA.
Un direttore di grande successo
Immaginate di essere il direttore della CIA, nonché veterano della diplomazia americana. Potere, conoscenze, influenza politica e militare. Ora pensate di una lunga serie di viaggi per incontrare Jeffrey Epstein.
William Joseph Burns è considerato fra le figure più esperte della politica estera statunitense, con oltre tre decenni di servizio al Dipartimento di Stato. Nel corso della sua carriera è stato ambasciatore in Giordania, sottosegretario per gli Affari politici e protagonista dei canali segreti con l'Iran che hanno preparato l'accordo nucleare, accumulando una reputazione di negoziatore riservato, efficace e ben inserito nei "labirinti" della burocrazia di Washington. Una carriera di tutto rispetto, non c'è che dire, un vero uomo di Stato.
Nel 2014, era vice‑segretario di Stato, sostanzialmente il numero due del Dipartimento, cioè un funzionario con accesso diretto ai dossier più sensibili su Russia, Medio Oriente, Iran e crisi ucraine. Dal 2021, infine, Burns guida la CIA, ruolo che lo colloca al vertice dell'apparato di intelligence di un Paese già scosso dalle domande rimaste aperte sulla gestione del "caso Epstein". Proprio nel 2014 cominciano i suoi contatti con Epstein, e capite che ogni dettaglio sui suoi contatti pregressi con il finanziere non è percepito come una semplice curiosità mondana, ma come un tassello potenzialmente significativo nel mosaico di rapporti fra élite politiche, servizi segreti e un personaggio al centro di una rete transnazionale di abuso sessuale, ricatto e flussi opachi di denaro.
I documenti interni di Epstein, in particolare i calendari e le email ricostruiti da inchieste giornalistiche, indicano che nel 2014 furono programmati almeno tre incontri tra lui e William Burns. Le ricostruzioni convergono su una sequenza: un primo appuntamento a Washington, seguito da almeno una visita di Burns nella townhouse di Epstein a Manhattan, con la possibilità di un ulteriore incontro nella stessa città. Si tratta di appuntamenti collocati tra il 2013 e il 2017 nei documenti di Epstein, cioè nella fase in cui l'ex gestore di fondi aveva già scontato una condanna per reati sessuali in Florida e risultava formalmente registrato come sex offender.
Una portavoce della CIA, interrogata dopo le rivelazioni, ha precisato che Burns, all'epoca vice‑segretario di Stato, sarebbe stato presentato a Epstein come un esperto del settore finanziario in grado di offrire consigli generali sulla transizione verso il settore privato. Secondo questa versione, Burns non avrebbe avuto consapevolezza dettagliata del passato criminale di Epstein, né avrebbe intrattenuto con lui una relazione prolungata oltre quei pochi incontri, descritti come contatti limitati e privi di ulteriori sviluppi. La stessa portavoce ha sottolineato che "non avevano una relazione" e che il direttore non ricorda contatti successivi, compresi eventuali passaggi in auto offerti da Epstein.
Alcuni commentatori specializzati in contro‑intelligence hanno però definito "sconcertante" che un funzionario così esperto accettasse incontri con un sex offender di alto profilo, sottolineando che anche un minimo controllo reputazionale avrebbe dovuto mettere in guardia da un simile contatto. In questa prospettiva critica, le opzioni sono due: o Burns sapeva chi fosse Epstein e ha sottovalutato la portata del problema, o non si è posto domande sufficienti, mostrando - secondo questi analisti - una leggerezza incompatibile con gli standard di sicurezza richiesti a chi guida un'agenzia come la CIA.
L'élite e l'Intelligence
È importante chiarire cosa rappresentano e cosa non rappresentano i documenti che hanno riportato alla luce il nome di Burns. I calendari privati di Epstein, le sue agende e le email di staff sono una fonte incompleta, che registra appuntamenti pianificati, proposte di incontri, inviti a eventi e viaggi, ma non sempre restituisce la certezza che ogni voce si sia tradotta in un incontro effettivo. Nel caso di Burns, tuttavia, più fonti concordano sul fatto che almeno uno o due di questi appuntamenti abbiano avuto luogo, qualcosa che anche la portavoce della CIA non ha smentito, pur ridimensionandone la portata.
Questi calendari sono diversi dai registri di volo del jet privato di Epstein o dal cosiddetto black book, che elencava contatti, numeri di telefono e indirizzi, e che hanno alimentato negli anni liste più o meno responsabili di nomi associati al finanziere. Mentre il black book indica una potenziale relazione di contatto e i registri di volo suggeriscono presenze fisiche su aerei e rotte, i calendari sono la mappa dinamica della rete sociale e d'affari che Epstein cercava di costruire: in questo quadro, la presenza di Burns, allora in uscita da un ruolo governativo di primo piano, lo colloca nel cerchio degli interlocutori di alto livello che Epstein puntava a coinvolgere in consulenze, progetti o semplicemente in rapporti di influenza e prestigio.
Il nodo politico‑mediatico non riguarda solo il "che cosa" è accaduto - alcuni incontri nel 2014 - ma il "come" e il "perché". Da un lato, la versione ufficiale insiste sull'assenza di una relazione strutturata: Burns sarebbe stato uno dei tanti funzionari in uscita dal governo che, al termine di una lunga carriera, sondano possibili approdi nel settore privato, rivolgendosi anche a figure presentate come esperti di finanza e networking. Dall'altro, un sex offender di alto profilo come Epstein non era un nome oscuro nel 2014, e che il semplice fatto di varcare la soglia della sua townhouse avrebbe dovuto accendere qualche allarme etico e di sicurezza. Il caso Burns illustra un problema sistemico di "cecità volontaria" delle élite, più inclini a valorizzare l'accesso a capitali e contatti che a considerare i rischi di frequentare figure tossiche. La Casa Bianca ha scelto la linea del silenzio, rifiutando di commentare direttamente le rivelazioni sugli incontri del 2014, una scelta che alimenta la percezione di un dossier politicamente delicato ma non ancora esploso sul piano istituzionale.
Ma c'è un dettaglio che a molti rischia di sfuggire: Burns è stato uno dei pilastri silenziosi della politica estera di Barack Obama.
La traiettoria dei due si incrocia nel decennio in cui Obama, senatore prima e presidente poi, cerca di imprimere una svolta alla politica estera americana dopo gli anni di George W. Bush. Burns arriva a quel passaggio con un curriculum già segnato da dossier esplosivi: ambasciatore in Giordania, poi a Mosca, quindi sottosegretario per gli Affari politici, cioè il terzo incarico più alto del Dipartimento di Stato. Obama lo conosce di persona nel 2005, quando visita l'ambasciata USA a Mosca e incontra l'allora ambasciatore Burns, rimanendo colpito, per sua stessa ammissione, dalla combinazione di prudenza, lucidità analitica e conoscenza dei dossier russi.
Quando Obama entra alla Casa Bianca nel 2009, non è un caso che si circondi anche di figure "ereditate" dall'apparato, considerate affidabili da entrambe le parti politiche: Burns è uno di questi tecnocrati del potere, sopravvissuto a cinque amministrazioni, da Reagan a Obama. In quei primi anni, l'allora presidente si trova a gestire il reset con Mosca, la guerra in Afghanistan, i residui dell'Iraq e le prime avvisaglie della crisi iraniana sul nucleare; in questo scenario, Burns si impone progressivamente come uno dei pochi funzionari di cui Obama si fida al punto da affidargli missioni riservate, fuori dai canali ufficiali.
Il segno forse più evidente del rapporto fra i due è nella dichiarazione con cui, nell'aprile 2014, Obama commenta il ritiro di Burns dal Dipartimento di Stato. In quel testo, il presidente racconta di averlo conosciuto a Mosca, di averlo ammirato da subito per la sua precisione, e aggiunge una frase rivelatrice: "Da quando ho assunto l'incarico, mi sono affidato a lui per consigli franchi e missioni diplomatiche sensibili". Obama insiste sul fatto che, in più occasioni, gli ha chiesto di rinviare il pensionamento - segno di una dipendenza politica reale dalla sua capacità di gestire dossier ad alta complessità - arrivando a dire che il Paese è "più forte" grazie al servizio di Burns.
Più che una retorica di circostanza, le cronache diplomatiche confermano questa centralità: profile biografici e analisi di think tank lo definiscono "consummate diplomat", un professionista che gode di stima bipartisan, capace di discutere con Netanyahu, Lavrov, i negoziatori iraniani o i monarchi del Golfo con la stessa calma. In questo quadro, la "amicizia" con Obama assume la forma di una solidarietà fra riformatori prudenti: un presidente che vuole smarcarsi dalla logica degli interventi militari e un diplomatico che, da anni, sostiene la necessità di privilegiare il canale negoziale rispetto alla forza.
Una carriera senza intoppi
Il capitolo che più di ogni altro cementa il rapporto politico fra Burns e Obama è quello dei negoziati sul nucleare iraniano. A partire dal 2013, un piccolo gruppo di funzionari - guidato proprio da Burns e da Jake Sullivan - viene incaricato di gestire una serie di incontri segreti a Muscat, in Oman, con rappresentanti iraniani. L'obiettivo, tanto ambizioso quanto controverso, è capire se esiste uno spazio per disinnescare la crisi nucleare senza un conflitto aperto, aprendo un corridoio parallelo rispetto al formato multilaterale ufficiale del P5+1.
Le cronache di quei mesi, ricostruite da Associated Press e altri media, parlano di almeno cinque riunioni segrete condotte da Burns e Sullivan, spesso con delegazioni ridotte, in cui si gettano le basi del successivo accordo ad interim e, infine, del JCPOA del 2015. Obama, in questa storia, è il decisore politico che sceglie di rischiare un capitale enorme di credibilità interna ed esterna pur di ottenere un risultato storico; Burns è l'uomo che traduce quel rischio in pratica diplomatica, gestendo al millimetro il linguaggio, le concessioni, le pressioni sugli alleati diffidenti, primi fra tutti Israele e Arabia Saudita.
Un dettaglio significativo riguarda proprio il rapporto triangolare Obama-Burns-Netanyahu: fonti di taglio analitico ricordano che il premier israeliano scopre l'esistenza del canale segreto solo nel 2013 direttamente da Obama, e che la gestione di questo equilibrio delicato - rassicurare Israele, tenere aperto il negoziato con Teheran - dipende in parte dalla capacità di Burns di reggere al fuoco incrociato. In alcuni commenti sulle memorie di Burns, emerge come l'ex diplomatico descriva Obama in termini sostanzialmente positivi sul fronte iraniano, riconoscendogli la volontà di evitare "avventure militari" e di investire sulla diplomazia in condizioni difficili.
Il file Iran non è l'unico che unisce il destino politico di Burns a quello di Obama. Come sottosegretario per gli Affari politici prima e vice‑segretario di Stato poi, Burns è coinvolto nei tentativi dell'amministrazione di gestire le Primavere arabe, la guerra in Siria, il dossier libico e, più in generale, la fatica di riallineare la posizione americana nel Mediterraneo allargato dopo l'Iraq. Le sue memorie e alcune analisi critiche sottolineano che, pur sostenendo la linea negoziale di Obama, Burns non è privo di dubbi: ad esempio, rimette sul tavolo, col senno di poi, l'idea che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prendere una posizione più ferma contro il regime di Assad dopo l'uso di armi chimiche, per non lasciare un vuoto di credibilità.
Questo non incrina il rapporto con Obama, ma ne mostra la natura: non una fedeltà cieca, bensì un dialogo fra un presidente che tende alla cautela e un diplomatico che condivide quell'impostazione, pur segnalando i costi di alcune esitazioni. In sostanza, Burns rappresenta la versione più elaborata della dottrina Obama sul Medio Oriente: meno interventi diretti, più pressione multilaterale, più sanzioni e più canali paralleli di comunicazione, dai russi agli iraniani, dai monarchi del Golfo ai movimenti di opposizione.
Attorno a loro si muove una "rete Obama" di figure che, negli anni successivi, torneranno in ruoli chiave: Jake Sullivan passerà dalla vicepresidenza Biden alla Casa Bianca di Biden presidente; Wendy Sherman, che affianca Burns nei negoziati con l'Iran, diventerà vice‑segretario di Stato; altri diplomatici e consiglieri si ritroveranno nei consigli di amministrazione, nei think tank e nelle fondazioni che popolano il mondo dell'establishment liberal americano. Burns stesso, una volta lasciato il Dipartimento, guida la Carnegie Endowment for International Peace, uno dei più importanti think tank di politica estera, entrando stabilmente in quell'ecosistema di élite intellettuale e politica forgiata anche dall'esperienza obamiana.
Sebbene la nomina di Burns a direttore della CIA arrivi formalmente da Joe Biden nel 2021, molti commentatori vedono in quella scelta la prosecuzione di una "linea Obama" sulla sicurezza nazionale: mettere alla guida dell'intelligence un diplomatico, non un ex militare o un politico di partito, proseguendo l'idea che la forza degli Stati Uniti passi più dal tavolo dei negoziati che dal campo di battaglia. In questo senso, si può dire che il rapporto con Obama ha contribuito a definire non solo il profilo pubblico di Burns, ma anche la sua funzione simbolica all'interno dell'apparato di potere americano.
Quindi, ricapitolando: Burns, uomo chiave per il potere politico americano, un anello di congiunzione fra i Dem, la diplomazia mediorientale e l'intelligence, dal 2014 frequenta Epstein e poi diventa direttore della CIA. Chissà cosa si saranno detti nell'orecchio Burns e Obama, e ancora di più chissà cosa avranno fatto nella magica isola di Jeffrey.
Tutto normale, that's America.
Associate Professor in Political Philosophy and Geopolitica, UniDolomiti of Belluno. Consultant in Strategic Analysis, Intelligence and International Relations