11/02/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #304465

 Epstein Files, le procureur général adjoint : « les images de mort, d'abus physiques et de blessures sont exclues des publications »

Le amare lezioni del « caso Epstein »

Giacomo Gabellini

Anche se parziali, i documenti finora desecretati risultano ampiamente sufficienti a delineare un quadro impietoso circa "usi e costumi" dell'alta società non solo statunitense.

Il Dipartimento di Giustizia  ha pubblicato venerdì scorso oltre tre milioni di documenti relativi al finanziere Jeffrey Epstein, più di un mese dopo la scadenza prevista per la divulgazione ai sensi dell'Epstein Files Transparency Act, firmato dal presidente Trump il 19 novembre 2025.

Questi documenti si riferiscono a testimonianze, affidavit, e-mail, registri di volo, accordi sottobanco che coinvolgono in attività spesso criminali figure di altissimo livello della politica, della finanza, dell'economia, dello spettacolo e della scienza dell'interno mondo occidentale. Da Bill Clinton a Ehud Barak, dal principe Andrea a Peter Thiel, da Elon Musk a Mark Zuckerberg, da Bill Gates a Noam Chomsky, da Harvey Weinstein a Leon Black. Anche Donald Trump compare con una certa ricorrenza.

Il procuratore generale aggiunto Todd Blanche ha specificato che il provvedimento di divulgazione non è stato applicato alle immagini che mostravano "morte, abusi fisici o ferite". Segno che all'interno degli appartamenti di Epstein si portavano avanti con sistematicità atti di violenza che andavano oltre l'abuso sessuale a danno di minori.

Il frammentario ma densissimo mosaico che combina una serie interminabile di atti processuali delinea i contorni di un sistema di potere ben strutturato fondato sul ricatto, i cui artefici vanno con ogni probabilità ricercati anche al di fuori dei confini statunitensi.

Per anni, influenza politica schiacciante e disponibilità economiche pressoché illimitate dei personaggi addentro al "sistema Epstein" hanno ostacolato il lavoro di indagine degli inquirenti. Con il risultato che ogni nuova pubblicazione riaccende interrogativi su chi sapeva ma ha taciuto, o su chi avrebbe dovuto intervenire e non l'ha fatto. Nonché sulle modalità assunte dall'intervento degli inquirenti.

Piuttosto eloquente sul punto risulta il filone d'inchiesta riguardante le denunce presentate alle autorità competenti da Maria Farmer, artista che lavorava per Epstein negli anni '90 la cui sorella Annie era stata abusata sia da Epstein che dalla sua compagna Ghislane Maxwell. La Farmer aveva riferito all'Fbi che Epstein aveva sottratto fotografie raffiguranti le due sorelle senza veli e organizzava molto spesso feste in piscina a cui partecipavano ragazzine in età giovanissima, ma le sue dichiarazioni non avevano prodotto alcun risultato.

«Dov'è il resto del fascicolo dell'Fbi di Maria Farmer ? Dove sono i registri delle denunce che così tante altre donne hanno presentato all'Fbi ? In che modo l'Fbi ha indagato su quelle denunce ? E perché il Dipartimento di Giustizia nasconde i nomi dei colpevoli mentre espone quelli delle vittime?», hanno domandato gli avvocati della Farmer.

Arick Fudali, rappresentante legale di undici vittime di Epstein, ha qualificato il rilascio degli oltre tre milioni di documenti come «una tempesta perfetta di incompetenza e copertura attiva» da parte dell'amministrazione Trump. «È davvero sconcertante, perché stanno trattenendo documenti che non dovrebbero trattenere. Allo stesso tempo, stanno mostrando documenti che non dovrebbero mostrare perché contengono i nomi non coperti da omissis delle vittime sopravvissute».

Nello specifico, attesta un'analisi  realizzata dal «Wall Street Journal», è i nomi completi di 43 delle 47 vittime esaminate non erano stati oscurati nei documenti. Molte di loro non avevano mai reso pubblica la propria identità o erano minorenni al momento degli abusi. Inizialmente, i nomi completi, con tanto di dettagli personali utili a risalire ai rispettivi indirizzi di casa, erano identificabili nel sito del Dipartimento di Giustizia attraverso il semplice ricorso alla funzione di ricerca per parole chiave.

La desecretazione attuata dal Dipartimento di Giustizia segue quindi una logica intimidatoria, perché rivela apertamente l'identità di quanti hanno la possibilità, con le loro testimonianze, di inchiodare i rispettivi "carnefici".

È questo il senso delle aspre critiche  rivolte verso la metà del dicembre scorso dai rappresentanti repubblicani Ro Khanna e Thomas Massie, che in qualità di co-promotori dell'Epstein Files Transparency Act ne avevano ripetutamente denunciato la violazione da parte delle autorità preposte. Non solo per quanto concerne il mancato rispetto dei limiti temporali, ma anche e soprattutto in materia di tutela delle vittime. Khanna, in particolare, aveva trascinato apertamente sul banco degli imputati l'ufficio della procuratrice generale Pam Bondi, accusandolo di tenere deliberatamente nascosti milioni di documenti.

La presa di posizione di Khanna rispecchia le opinioni di parte importante della popolazione. Un sondaggio  condotto dalla «Cnn» attestava che due terzi dei cittadini statunitensi riteneva che il governo federale stesse intenzionalmente nascondendo alcune informazioni cruciali sul caso Epstein, mentre solo il 16% credeva che il governo stesse impegnandosi a fondo per divulgare quante più informazioni possibili. Quasi 9 democratici su 10 e il 72% degli indipendenti sostenevano che il governo stesse deliberatamente occultando informazioni, così come il 42% dei repubblicani.

«Sembra che, in alcuni casi, [i funzionari del Dipartimento di Giustizia, nda] passino più tempo a proteggere le persone che hanno commesso questi crimini che i sopravvissuti», ha  dichiarato Khanna riguardo all'ultima tranche di documenti pubblicati.

Anche se parziali, i documenti finora desecretati risultano ampiamente sufficienti a delineare un quadro impietoso circa "usi e costumi" dell'alta società non solo statunitense.

Di fatto,  osserva l'analista Lucas Leiroz, «quanto è stato scoperto attesta pratiche sistematiche, organizzate e ritualizzate [...]. Reti di questo tipo esistono solo quando sono supportate da una profonda protezione istituzionale. Non esiste pedofilia rituale, né tratta di esseri umani su scala transnazionale, né produzione sistematica di materiale estremo, senza copertura politica, polizesca, giudiziaria e mediatica. Questa è la logica del potere».

«Le società occidentali si trovano ora ad affrontare un dilemma che non può essere risolto attraverso elezioni, commissioni parlamentari o discorsi. Come si può continuare ad accettare l'autorità di istituzioni che hanno protetto questo livello di orrore ? Come si può mantenere il rispetto per le leggi applicate selettivamente da persone che vivono al di sopra di esse?», scrive Leiroz.

Giacomo Gabellini è scrittore e analista di questioni economiche e geopolitiche. È autore di numerosi volumi e collabora con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui «Krisis», «L'Antidiplomatico» e «Global Times». Gestisce il sito di approfondimento Il Contesto (www.ilcontesto.net) e l'omonimo canale YouTube.

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