28/02/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #306235

L'abito non fa il Monaco. Rubio ha parlato in modo più elegante agli alleati, ma ha detto le stesse cose di Trump

Giacomo BONDI

Il segretario di Stato ha evitato gli attacchi frontali che il vicepresidente Vance aveva adottato l'anno scorso. L'ultimatum all'Europa rimane però: adottare i valori trumpiani o perdere la protezione Americana

Quando Marco Rubio ha detto che Stati Uniti ed Europa "appartengono insieme", la platea della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco si è alzata in piedi ad applaudire. Un anno dopo il durissimo discorso di JD Vance, che aveva accusato il continente di sopprimere la libertà di parola e di essere in declino civilizzazionale, quella standing ovation suonava come un sospiro di sollievo collettivo. Finalmente un esponente dell'amministrazione Trump che non trattava gli alleati europei come vassalli indisciplinati. Finalmente qualcuno che parlava di "destino comune" e riconosceva i legami storici tra le due sponde dell'Atlantico.

Peccato che il sollievo sia durato poco. Perché dietro la facciata cordiale, il messaggio del segretario di Stato non si discostava di una virgola dalla linea trumpiana adottata dal vicepresidente un anno fa: l'Europa deve cambiare radicalmente, non solo aumentando la spesa militare ma abbracciando una visione del mondo che molti leader del continente considerano incompatibile con i valori dell'Unione. Il segretario di Stato ha evocato ripetutamente la "civiltà occidentale", il patrimonio cristiano condiviso, la necessità di chiudere le frontiere e abbandonare le politiche climatiche. Ha parlato di una "setta del clima" e invitato l'Europa a non temere la tecnologia, riferendosi alle normative europee che cercano di porre limiti alle big tech americane.

Il premier finlandese Alexander Stubb, considerato uno dei leader europei con i migliori rapporti personali con Donald Trump, ha tagliato corto: "Maga significa negare l'Unione europea, significa negare l'ordine mondiale liberale, significa negare il cambiamento climatico. Questa è la corrente ideologica che guida la politica estera americana". E ha aggiunto che l'Europa non abbraccerà questi ideali. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva detto la stessa cosa il giorno prima: le guerre culturali Maga non sono battaglie che l'Europa deve combattere. La sponda è arrivata da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che ha detto di non convivere le critiche ai Maga.

Rubio ha fatto finta di niente. Anzi, ha raddoppiato. Il suo discorso era costruito proprio per dire agli alleati europei che il loro approccio liberale, multilaterale, basato sulle istituzioni internazionali è sbagliato. Che il mondo è cambiato e ora conta solo la forza delle nazioni, non le regole condivise. Che l'America non ha "alcun interesse a essere educata custode del declino gestito dell'Occidente". La parola "civilizzazione" è stata pronunciata una dozzina di volte, come se bastasse evocare un passato comune per nascondere le fratture del presente. Zero menzioni nel discorso per Cina e Russia; quattro per patrimonio, tre per cristianità, cultura, libertà e confini.

Dietro le quinte, i funzionari americani erano ancora più espliciti. Elbridge Colby, responsabile della politica del Pentagono, ha detto a porte chiuse che Stati Uniti ed Europa condividono interessi ma non valori. "Siamo passati da un mondo basato sui valori a un mondo basato sugli interessi", ha spiegato a un evento parallelo. Il messaggio era chiaro: collaboreremo dove ci conviene, ma non aspettatevi che difendiamo i vostri principi democratici o la vostra visione di ordine internazionale.

Gli europei presenti a Monaco hanno colto perfettamente il senso dell'operazione. "Il messaggio di fondo era lo stesso: non vogliamo alleati deboli, non difendiamo il vecchio ordine", ha detto un ex funzionario europeo. "Se i minimi comuni denominatori che gli americani riescono a trovare sono la nostra storia comune che risale a Colombo, ristretti interessi di sicurezza nazionale e una civiltà condivisa, questo da solo mostra quanto Europa e Stati Uniti si stiano allontanando".

La viceministra della Difesa francese Alice Rufo è stata ancora più diretta: "Sono preoccupata per il negazionismo. Dobbiamo leggere i documenti dell'amministrazione americana. Sono molto chiari!. Si riferiva alla strategia di sicurezza nazionale pubblicata alla fine dello scorso anno, che riprende le accuse di Vance sul declino civilizzazionale europeo. Quelle accuse che avevano fatto infuriare tutti un anno fa sono oggi dottrina ufficiale di Washington. Rubio non ha dovuto ripeterle, sono già scritte nei documenti. Gli è bastato parlare in modo più gentile.

Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha colto un altro aspetto preoccupante: l'Ucraina è stata quasi ignorata. Nel discorso principale Rubio l'ha menzionata di sfuggita, e ha saltato un incontro con gli alleati europei sul tema venerdì sera, citando impegni di calendario. Per l'Europa la guerra in Ucraina è la crisi di sicurezza più grave del dopoguerra. Per l'amministrazione Trump è evidentemente un dettaglio. Quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato a Monaco, poche ore dopo Rubio, ha ricordato che ogni centrale elettrica ucraina è stata colpita e che ogni chilometro riconquistato ai russi costa 156 vite. Ha parlato in inglese, con un tono che suggeriva meno preoccupazione di offendere Trump. Il contrasto con la vaghezza americana era stridente.

E poi c'è stata la ciliegina sulla torta: il viaggio di Rubio nei giorni successivi. Prima tappa Ungheria, poi Slovacchia. Due Paesi membri di Unione europea e Nato che hanno preso una direzione sempre più nazionalista e filorussa. Due governi che incarnano esattamente il modello di Europa che piace a Trump: sovranista, illiberale, ostile alle istituzioni di Bruxelles. Il segnale è abbastanza chiaro. L'amministrazione Trump vuole un'Europa diversa da quella attuale. Più bianca, più di destra, meno multilaterale, meno attenta al clima e ai diritti umani.

La verità è che Rubio ha semplicemente applicato la regola base della diplomazia: se devi dare un ultimatum, fallo sorridendo. L'Europa può scegliere se accettare la trasformazione richiesta o prepararsi a un progressivo disimpegno americano. Non ci sono altre opzioni sul tavolo. Il fatto che il messaggio sia arrivato con un tono più cordiale non lo rende meno ultimativo. Anzi, forse lo rende più insidioso, perché permette a chi vuole illudersi di aggrapparsi alle belle parole ignorando la sostanza.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha risposto indirettamente nel suo discorso: "Un'Europa indipendente è un'Europa forte. E un'Europa più forte rende più forte l'alleanza transatlantica". Traduzione: faremo quello che riteniamo giusto, con o senza il vostro consenso. Il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha ripetuto la visione di Londra dei destini inseparabile di Regno Unito ed Europa almeno per la sicurezza, si è limitato a dire che le osservazioni di Rubio erano "coerenti" con la posizione europea secondo cui il continente non ha fatto abbastanza per la propria difesa. Una risposta diplomatica che evitava accuratamente di entrare nel merito delle richieste ideologiche americane.

Alla fine, la Conferenza di Monaco ha mostrato un'alleanza transatlantica che continua a funzionare nelle forme ma si svuota progressivamente di contenuti condivisi. La realtà è che Washington ha cambiato registro ma non spartito musicale. E che l'Europa, tra promesse di aumento della spesa militare mai davvero mantenute e divisioni interne sempre più profonde, non ha ancora trovato il modo di rispondere a questa nuova America.

Articolo originale:  www.linkiesta.it

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