07/03/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #307004

I progetti energetici della Nuova Siria

Lorenzo Maria Pacini

La Siria post-Assad cerca di ridefinire il proprio posizionamento regionale concentrandosi in modo deciso sul dossier energetico come leva per la riapertura diplomatica e la stabilizzazione interna.

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Negli ultimi mesi, la nuova Siria post-Assad ha cercato di ridefinire il proprio posizionamento regionale puntando con decisione sul dossier energetico come leva di riapertura diplomatica e stabilizzazione interna.

Dopo anni di isolamento politico e collasso infrastrutturale, Damasco ha avviato una strategia orientata ad  ampliare le cooperazioni nel settore del gas e dell'elettricità, presentando l'energia come terreno pragmatico di dialogo con i paesi arabi confinanti. In questo quadro, gli accordi con Giordania ed Egitto non rappresentano soltanto intese tecniche per aumentare i volumi di fornitura, ma costituiscono anche strumenti attraverso cui la leadership siriana tenta di reinserirsi nelle reti economiche regionali, alleggerire la pressione interna e ricostruire gradualmente margini di manovra politica.

Il 26 gennaio è stato firmato un  accordo tra la Syrian Petroleum Company e la Jordanian National Electricity Company con l'obiettivo di garantire circa 141 milioni di piedi cubi al giorno (4 milioni di metri cubi) di gas naturale, trasportati attraverso il territorio giordano, per sostenere il sistema elettrico siriano.  L'intesa è stata sottoscritta alla presenza del ministro siriano dell'Energia Mohammad al-Bashir e del suo omologo giordano Saleh al-Kharabsheh.

Secondo il ministro siriano, l'accordo rappresenta un passo rilevante negli sforzi governativi volti a rafforzare l'approvvigionamento di combustibile necessario al settore elettrico e a migliorare l'affidabilità della rete, specialmente dopo le difficoltà accumulate negli ultimi anni. Dal canto suo, il ministro giordano ha sottolineato che la fornitura contribuisce alla stabilità del comparto elettrico siriano, precisando che il pompaggio è iniziato il 1° gennaio con volumi oscillanti tra 30 e 90 milioni di piedi cubi al giorno.

Dopo oltre un decennio di guerra, sanzioni internazionali e deterioramento delle infrastrutture, le centrali siriane operano molto al di sotto della loro capacità nominale. I blackout prolungati scandiscono la quotidianità delle famiglie, paralizzano attività commerciali e industriali e mettono sotto pressione ospedali e servizi essenziali. In questo contesto, ogni incremento delle forniture energetiche viene presentato come un sollievo immediato più che come una scelta geopolitica.

Tuttavia, fin dall'avvio dei flussi, è emersa una questione cruciale: q ual è la reale origine del gas che arriva in Siria?

Le dichiarazioni ufficiali parlano di cooperazione araba e stabilizzazione regionale, ma evitano di specificare con precisione la provenienza primaria del combustibile. Si tratta di gas egiziano ? È produzione interna giordana ? Oppure è gas israeliano che attraversa intermediari arabi prima di alimentare le turbine siriane?

Gli accordi firmati a gennaio tra Siria, Giordania ed Egitto definiscono quantità, tempistiche e modalità operative, ma non chiariscono esplicitamente l'origine molecolare del gas. Nel Mediterraneo orientale, dove le infrastrutture energetiche sono fortemente interconnesse, l'origine non è un elemento semplice né politicamente neutrale.

Fonti regionali indicano che il gas in arrivo non può essere considerato egiziano in senso stretto, ossia derivante esclusivamente da giacimenti situati in territorio egiziano. Le operazioni si basano su una nave galleggiante di stoccaggio e rigassificazione noleggiata dalla parte egiziana nel porto di Aqaba, in Giordania, suggerendo che il ruolo del Cairo sia prevalentemente logistico e infrastrutturale.

Secondo dati ufficiali giordani, l'ultimo carico di gas naturale liquefatto giunto nel regno è arrivato nel novembre 2025 dagli Stati Uniti. Tale fornitura, però, sarebbe stata sufficiente per meno di un mese di esportazioni verso la Siria ai livelli annunciati, alimentando dubbi sulla sostenibilità di un approvvigionamento completamente alternativo alle fonti israeliane.

Parallelamente all'intesa con la Giordania, Damasco ha raggiunto un accordo con l'Egitto per ricevere circa 60 milioni di piedi cubi al giorno di gas in cambio della concessione del transito di gas ed elettricità destinati al Libano attraverso il territorio siriano. In questo schema, la Siria non è soltanto beneficiaria, ma anche anello intermedio di una catena energetica regionale più ampia.

Il ministero egiziano del Petrolio ha annunciato la firma di memorandum d'intesa volti a regolare le forniture e a soddisfare le esigenze del settore petrolifero siriano, presentando l'accordo come un passaggio tecnico. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, l'intesa sarebbe collegata ai meccanismi di sostegno energetico al Libano, e il gas destinato alla Siria funzionerebbe come compensazione per i diritti di transito concessi. Il trasporto avviene tramite l'Arab Gas Pipeline, progetto approvato nel 2000 e lungo circa 1.200 chilometri, che collega Egitto, Giordania, Siria e Libano. Prima del 2011, questo gasdotto trasportava direttamente gas egiziano verso le centrali siriane. Oggi, però, l'architettura delle forniture regionali è profondamente mutata. L'Egitto riceve infatti circa un miliardo di piedi cubi al giorno tramite il collegamento con Israele, oltre a ulteriori volumi attraverso le interconnessioni con la Giordania. Nel dicembre 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato un nuovo accordo con l'Egitto del valore di circa 35 miliardi di dollari, descritto come il più grande nella storia energetica israeliana. La società NewMed Energy, partner nel giacimento Leviathan, ha indicato che l'intesa prevede forniture aggiuntive fino al 2040. Anche la Giordania importa gas israeliano sulla base di un accordo firmato nel 2016 ed entrato in vigore nel 2020, con una durata di 15 anni e un valore stimato intorno ai 10 miliardi di dollari. Di conseguenza, sia l'Egitto sia la Giordania dipendono in misura significativa dalle importazioni israeliane per alimentare i rispettivi sistemi energetici. Entrambi hanno concluso accordi di fornitura con la Siria, ma nessuno dei due ha chiarito pubblicamente l'origine finale del gas destinato alle centrali siriane.

La struttura delle reti rende inoltre complessa qualsiasi distinzione netta. La Giordania non è un grande produttore di gas: la produzione interna è limitata rispetto alla domanda, in particolare nel settore elettrico. Il terminale di GNL ad Aqaba consente l'importazione di carichi dal mercato globale, ma tali volumi svolgono un ruolo complementare. Il gas israeliano costituisce una componente fondamentale della stabilità energetica del regno. La Siria, che prima del 2011 produceva oltre un miliardo di piedi cubi al giorno, oggi genera solo una frazione di quel volume. L'approvvigionamento esterno rappresenta quindi una necessità urgente.

Un dubbio ancora irrisolto

Resta però il nodo politico: non esiste un accordo di pace o un processo di normalizzazione ufficiale tra Siria e Israele, ma esiste il fatto concreto che il governo israeliano ha promosso, sostenuto e sponsorizzato le milizie dei tagliagole di Al Jolani, ora presidente della "nuova Siria democratica". Se il gas israeliano fosse effettivamente incorporato nei flussi attuali, arriverebbe in Siria in assenza di una cornice diplomatica dichiarata. Il paradosso è evidente: mentre parte del territorio siriano rimane sotto occupazione israeliana, la possibilità che energia di origine israeliana alimenti le centrali siriane assume un significato simbolico che va oltre la dimensione economica.

Al tempo stesso, la leadership siriana si trova davanti a una realtà stringente: la crisi elettrica incide direttamente sulla stabilità sociale e sulla capacità di ricostruzione economica. I blackout prolungati ostacolano la ripresa industriale, aggravano le condizioni di vita e alimentano il malcontento. L'energia diventa, pertanto, uno strumento di sopravvivenza nazionale e di legittimazione politica.

La domanda rimane aperta: la Siria sta ricevendo gas arabo o sta consumando energia israeliana reindirizzata attraverso reti arabe ? Fino a quando i contratti non saranno resi pubblici con maggiore trasparenza e le catene di fornitura chiarite nei dettagli, la risposta resterà immersa in una struttura regionale che tende a sfumare l'origine pur garantendo la continuità dei flussi. E ciò potrebbe anche diventare uno strumento di ricatto per i Paesi limitrofi, in un secondo momento, giacché questo progetto  è stato benedetto dalle Potenze occidentali.

Nel Mediterraneo orientale, il gas non è soltanto una merce energetica ma è un elemento di influenza, dipendenza e riallineamento geopolitico, inserito in equilibri delicati che la nuova Siria post-Assad cerca oggi di navigare attraverso una politica di cooperazione energetica ampliata e pragmaticamente orientata alla stabilizzazione. E chissà cosa verrà dopo.

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