13/03/2026 strategic-culture.su  8min 🇮🇹 #307616

Egemonia, deterrenza, prospettiva: una prima misura del conflitto Israele-Usa-Iran

Lorenzo Maria Pacini

Il 28 febbraio 2026 segna una svolta decisiva nella storia strategica dell'Asia occidentale.

Riassunto dei primi giorni di conflitto

Il 28 febbraio 2026 segna uno spartiacque nella storia strategica dell'Asia occidentale. In quella data, gli Stati Uniti, in coordinamento operativo con Israele, hanno lanciato un'offensiva militare su vasta scala contro la Repubblica Islamica dell'Iran, colpendo il vertice della sua leadership politica e militare, le infrastrutture sensibili legate ai programmi missilistici e nucleari e le strutture di comando ritenute essenziali per la sua capacità di risposta. L'evento non rappresenta soltanto un'escalation militare, ma la manifestazione concreta di una contrapposizione teorica e pratica tra due modelli di ordine regionale: l'egemonia e la deterrenza.

L'egemonia si fonda sulla superiorità schiacciante di un attore capace di imporre la propria volontà politica e strategica senza incontrare resistenze in grado di infliggere costi equivalenti; presuppone l'asimmetria e la capacità di neutralizzare preventivamente qualsiasi sfida. La deterrenza, invece, si basa su un equilibrio di minacce reciproche: non elimina il conflitto potenziale, ma lo congela attraverso la credibilità della ritorsione.

L'attacco del 28 febbraio è stato concepito come un tentativo di riaffermare un principio egemonico, dimostrando che la superiorità tecnologica e operativa occidentale potesse disarticolare il sistema decisionale iraniano prima che questo fosse in grado di reagire efficacemente, ma la risposta quasi immediata di Teheran ha messo in discussione questa premessa, suggerendo che la deterrenza iraniana non fosse stata neutralizzata ma soltanto sollecitata ad attivarsi.

L'operazione iniziale, denominata "Roaring Lion" da parte israeliana e "Epic Fury" da Washington, si è sviluppata attraverso una campagna aerea di ampiezza straordinaria, con centinaia di velivoli impegnati in incursioni coordinate e supportate da assetti navali dispiegati nel Mar Arabico. La dottrina applicata ricalcava il modello della "decapitazione": colpire la testa del sistema per paralizzarne il corpo. In poche ore sono stati presi di mira i centri nevralgici del potere iraniano a Teheran, incluse le residenze istituzionali, le strutture del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e le reti sotterranee di comando. L'eliminazione dell'Ayatollah Ali Khamenei, annunciata dai media statali iraniani il giorno successivo, insieme alla morte di alti ufficiali delle forze armate e della Guardia Rivoluzionaria, avrebbe dovuto produrre un vuoto decisionale e un effetto shock tale da impedire una risposta coordinata. Parallelamente, sono state bombardate installazioni a Isfahan, Karaj e Qom, considerate cruciali per l'arricchimento dell'uranio e lo stoccaggio di missili balistici. I sistemi di difesa aerea sono stati bersagliati per "accecare" lo scudo multilivello iraniano, mentre fonti militari israeliane hanno parlato di circa cinquecento obiettivi colpiti nelle prime ventiquattro ore. Tuttavia, l'operazione ha provocato anche gravi vittime civili, tra cui la distruzione di una scuola a Minab, evento che ha profondamente segnato l'opinione pubblica iraniana, trasformando lo scontro strategico in un trauma collettivo e rafforzando la coesione interna attorno alla necessità di una risposta.

Quella risposta è arrivata con una rapidità che ha sorpreso numerosi osservatori: meno di un'ora dopo l'inizio dei bombardamenti, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha annunciato l'operazione "True Promise 4", segnando un salto qualitativo nel confronto: per la prima volta, l'intera rete di basi militari statunitensi in Asia occidentale è stata dichiarata formalmente parte del campo di battaglia. Missili balistici e droni hanno colpito il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein, la base di Al-Udeid in Qatar, strutture negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait, in Giordania e nella regione del Kurdistan iracheno. Teheran ha esplicitato un principio giuridico-strategico: le basi americane, indipendentemente dalla loro collocazione geografica, costituiscono estensioni della sovranità statunitense e dunque obiettivi legittimi in caso di aggressione. Parallelamente, centinaia di vettori sono stati lanciati verso il territorio israeliano, con sirene d'allarme a Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa e impatti registrati su installazioni militari e infrastrutture sensibili. In poche ore è stata incrinata la percezione di invulnerabilità che per decenni aveva accompagnato sia le basi USA sia Israele, alterando il clima psicologico e strategico dell'intera regione.

L'ingresso diretto di Hezbollah dal fronte meridionale del Libano ha ulteriormente ampliato il conflitto. Attacchi coordinati con razzi e droni hanno aperto un secondo teatro operativo, costringendo Israele a distribuire le proprie risorse difensive su più direttrici. I bombardamenti israeliani sul sud del Libano e sulla periferia meridionale di Beirut hanno trasformato la crisi in un confronto multilivello, rendendo operativa la dottrina dell'"Unità dei Fronti" sostenuta dall'Asse della Resistenza. In questo quadro, il conflitto ha cessato di essere uno scontro bilaterale tra Washington e Teheran per assumere la forma di una guerra regionale a geometria variabile, con linee di frattura che si estendono dal Golfo Persico al Mediterraneo orientale.

Il dato politico e il dato strategico

Sul piano politico, la leadership statunitense ha giustificato l'operazione come un passo necessario per eliminare definitivamente la minaccia nucleare iraniana. Il presidente Donald Trump ha collegato esplicitamente l'azione all'obiettivo di un cambio di regime, invitando le forze iraniane a deporre le armi e promettendo immunità in caso di resa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l'attacco un'opportunità storica per ridisegnare l'Asia occidentale, presentandolo come un atto preventivo volto a garantire la sicurezza a lungo termine dello Stato ebraico. Teheran, dal canto suo, ha dichiarato conclusa l'era della "pazienza strategica", annunciando la chiusura dello Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale e colpendo obiettivi marittimi nel Golfo. L'impatto sui mercati energetici è stato immediato: i prezzi del petrolio sono schizzati verso l'alto, mentre le compagnie di navigazione hanno sospeso o deviato numerose rotte commerciali.

Quanto sta accadendo rientra nella strategia di Trump e del motto MAGA, perché l'avvento di una "nuova America" passa attraverso quello che non è stato fatto prima, come ha ribadito Trump, e cioè tornare ad attaccare il mondo, mettere a ferro e fuoco le regioni che sono di interesse per gli USA e cercare di contrastare con forza tutto ciò che si oppone al dollaro e alla sua egemonia.

A questo punto, il conflitto si colloca di fronte a diverse traiettorie possibili. La prima è quella di una guerra regionale totale: in tale scenario, l'Iran potrebbe trasformare la minaccia su Hormuz in un blocco prolungato, utilizzando mine navali, missili anti-nave e tattiche asimmetriche per interrompere stabilmente il flusso energetico globale. Israele si troverebbe a fronteggiare pressioni simultanee da Libano, Siria, Iraq e Yemen, mentre le basi statunitensi diverrebbero bersagli costanti di attacchi intermittenti. Una simile escalation metterebbe alla prova la capacità logistica e politica di Washington di sostenere un conflitto su più fronti, con costi economici e militari crescenti. In questo contesto, l'architettura regionale costruita negli ultimi decenni attorno alla superiorità militare israeliana e alla presenza avanzata americana potrebbe subire un'erosione strutturale, accelerando il passaggio verso un ordine multipolare.

Una seconda traiettoria ipotizza un riequilibrio deterrente dopo lo shock iniziale. Se entrambe le parti dovessero valutare i costi di un'ulteriore escalation come eccessivi, potrebbe emergere una tregua non dichiarata, fondata su una nuova consapevolezza dei limiti reciproci. Gli Stati Uniti e Israele rivendicherebbero il rallentamento del programma nucleare iraniano come successo strategico, mentre Teheran considererebbe la propria capacità di colpire direttamente basi e territorio israeliano come dimostrazione della fine dell'immunità occidentale. Ne deriverebbe una fase di conflitto a bassa intensità, caratterizzata da operazioni cibernetiche, azioni clandestine e scambi missilistici calibrati, in un equilibrio instabile ma contenuto.

Una terza ipotesi è quella di una guerra di logoramento prolungata. Invece di cercare lo scontro decisivo, l'Iran e i suoi alleati potrebbero optare per un'erosione graduale della presenza statunitense, aumentando progressivamente i costi senza offrire un pretesto per una risposta devastante. Attacchi intermittenti, pressioni economiche e destabilizzazioni mirate potrebbero nel tempo minare la sostenibilità politica e finanziaria dell'impegno americano nella regione, ma una simile strategia comporterebbe anche pesanti sacrifici interni, richiedendo resilienza economica e coesione sociale in condizioni di sanzioni e isolamento rafforzati.

Infine, non si può escludere uno shock decisivo che costringa una delle parti a un rapido ricalcolo, vale a dire una serie di attacchi molto forti, devastanti, che potrebbero compromettere per ambo le parti la fattibilità di un conflitto a medio termine. Un colpo devastante contro un'infrastruttura navale statunitense o un attacco che comprometta gravemente le capacità difensive israeliane potrebbe generare pressioni interne tali da imporre un cambiamento immediato di strategia. Allo stesso modo, un'eventuale paralisi prolungata del sistema di comando iraniano potrebbe aprire la strada a concessioni radicali. La rapidità e la coordinazione della risposta iniziale di Teheran suggeriscono che la capacità di adattamento del sistema iraniano sia stata sottovalutata.

Ciò che è in gioco va oltre l'esito delle singole operazioni militari: c'è in ballo la stabilità di circa metà del mondo, e forse di più. L'esito determinerà non solo la stabilità dell'Asia occidentale, ma anche la configurazione più ampia del sistema internazionale nei prossimi decenni.

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