
Lorenzo Maria Pacini
La gente, stanca di anni di sanzioni, dovrebbe ora stare lì ad ascoltare le ridicole giustificazioni della classe dirigente europea?
I rapporti energetici tra Russia ed Europa prima delle sanzioni
Negli ultimi anni la crisi energetica globale è diventata uno dei principali fattori di instabilità economica e sociale. La guerra in Ucraina, le sanzioni internazionali contro la Russia e i nuovi conflitti in Medio Oriente hanno profondamente modificato gli equilibri dei mercati energetici mondiali. In questo contesto si sta aprendo un nuovo capitolo di tensioni tra Stati Uniti ed Europa: mentre Washington ha mostrato segnali di possibile allentamento delle restrizioni sul petrolio russo per stabilizzare i prezzi, molti leader europei restano determinati a mantenere - e in alcuni casi a rafforzare - il regime sanzionatorio.
Questa divergenza strategica sta alimentando un acceso dibattito politico e sociale. Da una parte si collocano i governi che ritengono necessario mantenere la pressione economica su Mosca; dall'altra, una parte dell'opinione pubblica europea sempre più preoccupata per il costo della vita e per l'impatto della crisi energetica sulle economie nazionali.
Prima dell'inizio della guerra in Ucraina nel 2022 e delle conseguenti sanzioni occidentali, l'Europa e la Russia avevano costruito nel corso di decenni una relazione energetica estremamente stretta. Mosca rappresentava uno dei principali fornitori di gas naturale, petrolio e carbone per il continente europeo.
Nel 2021 circa il 40% del gas naturale importato dall'Unione Europea proveniva dalla Russia, mentre per il petrolio la quota era intorno al 25-30%. Alcuni paesi, come Germania, Italia, Austria e diversi stati dell'Europa centrale e orientale, dipendevano in misura significativa dalle forniture russe per alimentare le proprie industrie, produrre energia elettrica e riscaldare le abitazioni.
Questa relazione commerciale si era sviluppata grazie a grandi infrastrutture energetiche costruite negli anni precedenti: gasdotti come Nord Stream, Yamal-Europe e Druzhba avevano collegato direttamente i giacimenti russi ai mercati europei. Il sistema garantiva una relativa stabilità dei prezzi e una sicurezza dell'approvvigionamento che molti governi europei consideravano fondamentale per la competitività industriale.
Il valore economico di questi scambi era enorme. Secondo diverse analisi, prima dell'introduzione delle sanzioni l'Unione Europea spendeva decine di miliardi di euro all'anno per acquistare combustibili fossili russi. Anche dopo le restrizioni, alcuni dati indicano che gli acquisti europei hanno continuato a generare ingenti entrate per Mosca: nel terzo anno di guerra i paesi dell'UE hanno comunque pagato circa 21,9 miliardi di euro per petrolio e gas russi.
Questo rapporto economico non era solo commerciale ma anche strategico: l'Europa dipendeva dalle risorse energetiche russe, mentre la Russia dipendeva dal mercato europeo per gran parte dei suoi ricavi.
Con l'introduzione delle sanzioni occidentali, tuttavia, questo equilibrio si è progressivamente dissolto. L'Unione Europea ha avviato un processo di riduzione della dipendenza energetica da Mosca, arrivando a pianificare il phase-out delle importazioni di gas russo entro il 2027.
Il cambio di approccio degli Stati Uniti e l'assurda risposta europea
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni sviluppi internazionali hanno complicato ulteriormente la situazione. L'aumento dei prezzi dell'energia e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno creato nuove pressioni sui mercati globali del petrolio.
L'amministrazione del presidente Donald Trump ha adottato una misura controversa: gli Stati Uniti hanno concesso una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio russo, permettendo la consegna di carichi già in viaggio con l'obiettivo di stabilizzare i prezzi internazionali dell'energia. La decisione è stata motivata dalla necessità di evitare un ulteriore shock energetico in un momento in cui il conflitto con l'Iran e le tensioni nello stretto di Hormuz minacciavano di ridurre drasticamente l'offerta globale di petrolio. Consentire l'arrivo sul mercato di milioni di barili già prodotti e bloccati dalle sanzioni era visto da Washington come un modo per attenuare l'impennata dei prezzi.
La scelta americana è stata interpretata da molti osservatori come un segnale politico importante, in cui la priorità sarebbe la stabilità dei mercati energetici e la protezione dell'economia interna dagli effetti dell'inflazione. Una linea più pragmatica rispetto alla gestione delle sanzioni energetiche, considerando che l'energia resta uno dei fattori più sensibili per la stabilità economica globale.
La risposta di molti governi europei è stata tuttavia molto critica. Anzi, dovremmo dire folle. Diversi leader hanno espresso preoccupazione per il fatto che un allentamento delle restrizioni energetiche possa ridurre la pressione economica sulla Russia e quindi indebolire la strategia occidentale nel conflitto ucraino.
I potenti delle istituzioni a marchio UE hanno sottolineato che mantenere le sanzioni è essenziale per limitare le entrate energetiche di Mosca, che rappresentano una fonte importante di finanziamento per l'economia russa e per lo sforzo bellico e quindi qualsiasi allentamento delle restrizioni rischierebbe di rafforzare la posizione della Russia. Francia, Germania e altri paesi alleati hanno sostenuto che la deroga statunitense potrebbe indebolire la coesione del fronte occidentale contro Mosca. La posizione europea, quindi, rimane orientata a proseguire la strategia di distacco energetico dalla Russia, anche a costo di affrontare un periodo di forte instabilità economica. E tutto ciò nonostante il fallimento conclamato delle sanzioni, di cui si sente l'effetto ininterrottamente ogni giorno.
La logica degli apparati di potere europei è solamente pura follia. Per loro è meglio affamare i popoli, in nome della guerra, della loro cieca ideologia e degli interessi elitari.
L'impatto economico sui cittadini europei
Se il confronto tra Stati Uniti e Unione Europea si svolge soprattutto sul piano geopolitico, gli effetti più concreti della crisi energetica si stanno manifestando nella vita quotidiana dei cittadini dell'eurozona.
Sappiamo che negli ultimi anni il prezzo dei carburanti, dell'elettricità e del gas domestico ha subito forti oscillazioni, con un aumento che si riflette su tutta la catena economica di trasporti, produzione industriale, agricoltura e servizi. Il risultato è un incremento generalizzato dei prezzi di molti beni di consumo. Quando il costo dell'energia aumenta, aumentano anche i costi di produzione e di distribuzione, e questi rincari finiscono inevitabilmente per essere trasferiti sui consumatori. L'aumento del prezzo dei carburanti negli ultimi giorni - dovutamente al blocco di Hormuz - ha fatto registrate proteste e manifestazioni, con una parte crescente dell'opinione pubblica ritiene che le decisioni geopolitiche prese dai governi siano state scellerate e contrastanti con la sopravvivenza stessa di intere fasce delle popolazioni.
Le aziende energivore, come acciaierie, industrie chimiche e manifatturiere, sono tra le più colpite. In alcuni casi i costi dell'energia hanno ridotto drasticamente i margini di profitto, spingendo alcune imprese a ridurre la produzione o a spostare parte delle attività in paesi con prezzi energetici più bassi.
Ma come, non volevano preparare armi per la guerra ? Come faranno le aziende militari a produrre le armi per combattere contro il nemico russo?
Guerra o no, quello che sta accadendo non rimarrà senza conseguenze sul lungo termine. Il dibattito sull'energia è quindi destinato a rimanere uno dei temi centrali della politica europea nei prossimi anni. Le decisioni prese oggi non riguardano soltanto la politica estera o la sicurezza internazionale, ma influenzano direttamente il costo della vita, la competitività economica e la stabilità sociale dei paesi europei. La gente, stanca di anni di sanzioni, dovrebbe ora stare ad ascoltare le giustificazioni ridicole della classe dirigente europea?
Anni fa il primo ministro italiano Mario Draghi, noto banchiere affarista della BCE, disse "Preferite il gas o la pace?", giustificando l'aumento dei prezzi del gas a seguito delle sanzioni contro la Russia. Oggi questa minaccia politica riecheggia nella mente della gente, ma con parole leggermente diverse: "Preferite il gas o la vittoria di Israele?". E nel mentre che la gente soffre, le élite dei governanti si accaparrano gli interessi.