29/03/2026 strategic-culture.su  10min 🇮🇹 #309275

Il Governo italiano vuole la guerra a tutti i costi

Lorenzo Maria Pacini

Il 18 marzo, quando sei nazioni - Regno Unito, Francia, Germania, Olanda, Giappone e Italia - hanno firmato a Londra una dichiarazione congiunta di condanna degli attacchi iraniani nel Golfo e di disponibilità a contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, il testo aveva impiegato poche ore a incendiare il dibattito domestico

Il 18 marzo, quando sei nazioni - Regno Unito, Francia, Germania, Olanda, Giappone e Italia - hanno firmato a Londra una dichiarazione congiunta di condanna degli attacchi iraniani nel Golfo e di disponibilità a contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, il testo aveva impiegato poche ore a incendiare il dibattito domestico. Le opposizioni avevano gridato all'intervento militare. Palazzo Chigi e la Farnesina si erano affrettati a chiarire. Il ministro della Difesa Guido Crosetto era intervenuto con una  nota puntuale: "Ho letto interpretazioni totalmente errate sul documento approvato oggi da alcune nazioni europee e non, tra cui l'Italia. Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e senza un'iniziativa multilaterale estesa."

La posizione del governo si è articolata su due binari paralleli: chiarire cosa l'Italia non farà e indicare cosa l'Italia vorrebbe che accadesse. Sul primo versante, Crosetto  ha ribadito che "l'Italia non partecipa a questa guerra, nessuna nazione europea partecipa a questa guerra, non è una guerra nostra" aggiungendo che qualsiasi eventuale missione di garanzia della navigazione commerciale avrebbe potuto realizzarsi soltanto sotto l'egida delle Nazioni Unite, con una decisione formalmente rimessa al Parlamento. Sul secondo versante, il ministro ha provato a  indicare una via d'uscita diplomatica: "Noi come Italia saremmo molto lieti se ci fosse una missione che mette insieme tutto il mondo per garantire il passaggio dell'energia a Hormuz."

Su questa stessa linea si è collocato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha  definito l'impegno sottoscritto a Londra come prettamente "politico, non militare",  ribadendo con chiarezza che non ci saranno interventi italiani nel Golfo Persico al di fuori di una cornice onusiana. "Non siamo parte della guerra, e non vogliamo essere parte della guerra", ha sottolineato, indicando come obiettivo la ricerca di una soluzione diplomatica che consenta almeno il ripristino del transito delle navi mercantili attraverso lo stretto.

Eppure la questione non si è chiusa con queste rassicurazioni. Sia Tajani che Crosetto sono stati chiamati a riferire alla Camera, dove il quadro tracciato ha fatto emergere la preoccupazione per un possibile allargamento del conflitto e per i suoi effetti diretti su Europa e Italia. Tajani ha  parlato di "ulteriore peggioramento della situazione", sottolineando che Teheran "continua a sferrare attacchi indiscriminati in tutti i Paesi del Golfo e oggi anche contro l'Azerbaigian", una dinamica che rende "concreto il rischio di un allargamento del conflitto".

Il nodo delle basi militari americane sul territorio italiano ha sollevato interrogativi ulteriori. Su questo punto, Crosetto ha risposto alle pressioni dell'opinione pubblica - alimentate anche dalle analisi del giornalista e ricercatore Antonio Mazzeo, secondo cui basi come Sigonella e il sistema MUOS sarebbero già operative nelle operazioni USA-Israele contro l'Iran - affermando che "ad oggi non ci è pervenuta alcuna richiesta, non c'è un tema di basi da concedere", ricordando che le installazioni presenti sul territorio italiano operano sulla base di accordi giuridici precisi e consolidati. Una risposta che, però, si è scontrata con la lettura di quanti ritengono che le basi siano già funzionali all'operazione, indipendentemente da richieste formali recenti.

La comunicazione dell'esecutivo ha risentito anche di tensioni esterne. Quando Trump ha puntato il dito contro gli alleati europei accusandoli di codardia per non aiutare militarmente a riaprire Hormuz, Crosetto ha risposto con fermezza: "Non mi sembra ci sia stato nessun atto di codardia da parte di nessuno." Il tutto mentre l'ambasciata iraniana a Roma reagiva alle dichiarazioni del ministro sulle cellule dormienti, definendo le sue parole "infondate e prive di qualsiasi riscontro concreto" e una "grave offesa" alla comunità iraniana.

Il quadro che emerge è quello di un governo che tenta di mantenere un difficile equilibrio: dimostrare solidarietà agli alleati occidentali, preservare i canali diplomatici con Teheran, evitare un coinvolgimento militare diretto che il Paese non è in condizione né di sostenere né di spiegare alla propria opinione pubblica, e allo stesso tempo non apparire assente di fronte a una crisi che colpisce interessi economici italiani vitali. L'Italia importa circa il 90 per cento del suo fabbisogno di petrolio via mare, con gran parte delle forniture provenienti dal Golfo Persico: il blocco di Hormuz non è, quindi, un problema lontano.

Le reali possibilità militari italiane

Sotto il velo della narrazione diplomatica si celano realtà militari concrete. L'Italia dispone di capacità navali specializzate che, in uno scenario di riapertura dello stretto, potrebbero renderla un attore di primo piano, non per potenza di fuoco, ma per competenza tecnica in un settore cruciale come la bonifica delle mine.

Tra le marine della NATO, la flotta in assoluto più consistente di navi dragamine è quella italiana. La Marina Militare dispone di 12 dragamine: 4 classe Lerici e 8 classe Gaeta/Lerici 2ª serie. Si tratta di navi progettate proprio per operare in acque ristrette e ricche di traffico come quelle del Mediterraneo o del Golfo, costruite con materiali a bassa firma magnetica e dotate di sonar ad alta precisione e veicoli subacquei telecomandati. Questi mezzi, come sottolinea la stessa fonte, partecipano regolarmente ai gruppi permanenti NATO dedicati alla lotta contro le mine e hanno operato in passato proprio nel Golfo Persico.

Il contesto attuale rende questa capacità tanto preziosa quanto delicata da dispiegare. L'Iran avrebbe nel suo arsenale migliaia di mine antinave, con cariche esplosive tra i 150 chili e una tonnellata, capaci di individuare le navi grazie a sensori magnetici, acustici e di pressione, con alcuni modelli autopropulsi. Una bonifica non si può improvvisare: una missione di dragaggio richiede settimane di lavoro lento e metodico, con unità che devono mappare il fondale, individuare ogni ordigno e neutralizzarlo uno per uno.

La Marina italiana non è nuova a questo teatro. L'Italia vanta una lunga tradizione nelle operazioni di sminamento e sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico: tra le prime esperienze, alla fine degli anni Ottanta, l'Operazione Golfo 1 vide la Marina Militare italiana operare tra il 1987 e il 1988 insieme a forze statunitensi, britanniche, francesi, belghe e olandesi per proteggere petroliere e traffico commerciale durante la guerra Iran-Iraq. In tempi più recenti, dal 2020 l'Italia partecipa alla missione europea EMASoH e, attraverso EUNAVFOR Aspides, a operazioni di sicurezza marittima nell'area.

Il cacciatorpediniere Andrea Doria, la più avanzata unità da difesa aerea della Marina Militare, naviga attualmente nel Mediterraneo orientale, integrato come scudo protettivo del gruppo da battaglia della portaerei francese Charles de Gaulle. Nel frattempo, fregate della classe FREMM sono impegnate nell'Oceano Indiano e nel Golfo Persico, nell'ambito dell'operazione europea ASPIDES.

Tuttavia, le capacità esistono ma il loro impiego è tutt'altro che automatico. L'Italia opera già in contesti di sicurezza marittima multi-teatrale - con unità proiettate contemporaneamente in Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano - e le risorse disponibili non sono illimitate. Confitarma, l'associazione degli armatori italiani, ha già scritto al ministro Crosetto chiedendo il rafforzamento del dispositivo di presenza e sorveglianza marittima nelle aree interessate dalla crisi, anche attraverso il possibile dislocamento di unità della Marina Militare a tutela della libertà di navigazione.

Il vincolo politico, però, precede quello logistico. Qualsiasi impiego operativo delle Forze Armate italiane in uno scenario simile richiederebbe l'autorizzazione parlamentare, una cornice ONU e, presumibilmente, un cessate il fuoco preventivo - condizioni che Crosetto ha più volte indicato come imprescindibili. La trappola è evidente: le condizioni che renderebbero l'intervento politicamente possibile sono le stesse che lo renderebbero militarmente meno urgente. E Teheran ha già  avvertito che i Paesi che dovessero contribuire alla riapertura dello stretto sarebbero considerati "complici dell'aggressione".

Il dissenso popolare e l'esito del referendum del 22-23 marzo

È in questo quadro geopolitico già complicato che si è consumato il referendum confermativo sulla separazione delle magistrature e sull'istituzione dell'Alta Corte disciplinare. Il 22 e il 23 marzo gli italiani hanno bocciato la riforma con il No al 53,56% e un'affluenza del 58,93%. Il No ha prevalso in tutte le Regioni tranne Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Una sconfitta ampia, geograficamente diffusa e politicamente complicata da archiviare.

Il governo aveva scelto di personalizzare la posta in gioco. Fratelli d'Italia aveva impostato la campagna come una mobilitazione di tipo elettorale, chiedendo ai propri di andare a caccia di voti come in una competizione per le preferenze. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni era scesa direttamente in campo, aveva collegato il voto anche ai temi della sicurezza e dell'immigrazione, aveva presentato la riforma come una svolta capace di correggere gli squilibri del sistema. Era la strategia che Matteo Renzi aveva già sperimentato nel 2016, con risultati simili: quando una consultazione di natura confermativa viene caricata di significato politico, il rischio di trasformarla in prova plebiscitaria diventa inevitabile.

Il paradosso, però, è che i dati non raccontano una rivolta anti-governativa tout court. Secondo l'instant poll YouTrend per Sky TG24, il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla scelta ha pesato soprattutto il giudizio nel merito della riforma, mentre solo il 28% ha indicato la volontà di dare un segnale politico. Persino tra gli elettori del No, il 63% ha indicato una motivazione di merito, contro il 34% che ha ammesso un intento più squisitamente politico. E il 54% degli italiani ritiene che, anche dopo la sconfitta referendaria, Meloni debba continuare a guidare il governo.

Non si tratta, quindi, di una sfiducia formale. Sul piano giuridico, il referendum ex art. 138, comma 2, della Costituzione è uno strumento di conferma o rigetto di una legge costituzionale, non un voto di fiducia sul governo. L'art. 94 della Costituzione chiarisce che l'obbligo di dimissioni nasce da una formale revoca della fiducia da parte delle Camere, non da un esito referendario. La maggioranza parlamentare resta intatta, e il No ha avuto una composizione troppo ampia e trasversale per essere ridotto a una investitura alternativa dell'opposizione.

Eppure le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi segnalano che Palazzo Chigi ha compreso la gravità del segnale. Il risultato non dice che il Paese abbia già scelto una nuova maggioranza - la sinistra, che si illude di questo, farebbe bene a non confondere un voto di rigetto con un voto di adesione al proprio progetto. Ma dice qualcosa di preciso: una parte rilevante dell'elettorato non si lascia più convincere da riforme presentate come risolutive e poi percepite come divisive, identitarie o mal costruite.

Il combinato disposto tra la crisi nel Golfo e il risultato referendario produce un quadro politico inedito. L'esecutivo si trova a gestire contemporaneamente una crisi internazionale che mette in discussione la neutralità del Paese, la pressione degli alleati e quella dell'Iran, le ripercussioni economiche del blocco di Hormuz sui prezzi dell'energia, e il segnale domestico lanciato da oltre la metà dei votanti. Nella misura in cui il governo ha personalizzato il referendum, la sconfitta finisce inevitabilmente per riverberarsi sulle altre scelte discutibili dell'esecutivo: dalla linea sulla politica estera alla gestione dell'immigrazione, dal nodo pensionistico al rapporto ambiguo con l'Unione europea - talvolta evocata come vincolo oppressivo e talvolta usata come alibi.

Non è una sentenza definitiva. Ma è un avvertimento serio, pronunciato mentre i cannoni tuonano in un Golfo Persico da cui dipende il 90% del petrolio che l'Italia importa via mare, e mentre a Roma ci si interroga su quanto a lungo reggerà il filo che separa la diplomazia navale dalla cobelligeranza di fatto. Chi governa farebbe bene a non scambiarlo per rumore di fondo.

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