15/04/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #311078

Dal gas libico al Gnl texano: il lungo suicidio strategico dell'Italia

Giulio Chinappi

L'Italia ha progressivamente demolito i propri vantaggi energetici, prima contribuendo alla destabilizzazione della Libia, poi recidendo il canale russo e infine subendo il trauma di Hormuz. Il risultato è un Paese energeticamente più dipendente e politicamente più subordinato.

L'Italia ha un problema energetico che non nasce certo oggi, ma che in queste settimane sta esplodendo con una chiarezza quasi brutale. Mentre i prezzi salgono e le forniture si fanno più incerte, vogliamo ricordare come Roma, nell'arco di quindici anni, ha contribuito a smontare uno dopo l'altro i pilastri materiali della propria sicurezza energetica, sostituendo relazioni geograficamente razionali e relativamente convenienti con assetti più costosi, più instabili e più dipendenti dalla protezione politica e militare statunitense. In un Paese in cui, secondo l'IEA (Agenzia internazionale dell'energia), nel 2024 il gas valeva circa il 40% dell'offerta energetica totale e il petrolio un altro 36%, e in cui la dipendenza energetica dall'estero è intorno al 73,9% secondo Eurostat, questo fatto non può essere ridotto ad un errore marginale, ma rappresenta una scelta strategica che tocca il cuore dell'interesse nazionale.

Il primo capitolo di questo suicidio è la Libia. Prima del 2011, l'Italia disponeva di un vantaggio evidente, quasi elementare: un grande fornitore energetico a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste, con una presenza storica di Eni e una connessione fisica come il GreenStream. Nel bilancio 2011 di Eni si legge che nel 2010 circa il 15% della produzione del gruppo proveniva dalla Libia. Tuttavia, il conflitto scatenato dalle forze imperialiste contro la Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista costrinse a fermare quasi tutti gli impianti produttivi, compreso l'export attraverso il GreenStream per otto mesi, con una perdita media stimata di circa 200 mila barili equivalenti al giorno nel 2011. La produzione libica di Eni passò da 267 mila barili equivalenti al giorno nel 2010 a 108 mila nel 2011. Sono numeri che descrivono un danno autoinflitto a un interesse energetico nazionale chiarissimo.

In quell'occasione, l'Italia non fece nulla per difendere i propri interessi e le proprie relazioni con il governo di Tripoli, con il quale nel 2008 era stato stipulato un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, sotto gli auspici del premier Silvio Berlusconi e del leader libico Muʾammar al-Qadhdhāfī (Gheddafi). Anzi, l'Italia partecipò all'operazione NATO Unified Protector, attraverso l'impiego di caccia italiani nelle azioni militari e di navi italiane per garantire l'efficacia dell'embargo imposto contro la Libia. Al di là della retorica dei bombardamenti umanitari con la quale l'operazione fu venduta all'opinione pubblica, il risultato concreto fu la distruzione del quadro statuale del Paese che rappresentava per l'Italia uno dei più logici e convenienti retroterra energetici del Mediterraneo. L'interesse nazionale fu sacrificato all'allineamento politico-militare. E il prezzo, energetico prima ancora che geopolitico, lo stiamo pagando ancora oggi.

Il secondo capitolo è la rottura con la Russia. Sebbene l'Italia non sia stata l'unica ad applicare le sanzioni contro la Russia, sotto pressione di Washington e Bruxelles, è stata certamente una delle principali vittime di questa politica, visti gli accordi storici che erano in vigore con Mosca per la fornitura di gas a prezzi convenienti. L'ondata di russofobia, poi, ha trasformato la rinuncia al gas russo in una linea strategica quasi identitaria, anche quando ciò significava rimpiazzare forniture via tubo relativamente economiche con volumi più cari e più esposti alla volatilità globale. Secondo i dati Snam, le importazioni da Tarvisio, punto d'ingresso del gas russo, sono crollate da 29,06 miliardi di metri cubi nel 2021 a 13,98 nel 2022, con una riduzione del 51,9%. La rinuncia alle forniture russe ha portato alla sostituzione di una fonte continentale stabile con la dipendenza da una miscela di rotte marittime, contratti sostitutivi e concorrenza internazionale sul GNL.

La narrativa ufficiale ha celebrato la "diversificazione" come se fosse di per sé una vittoria. In realtà, diversificare non significa automaticamente rafforzarsi. Se la diversificazione avviene sostituendo una fonte relativamente economica con forniture più costose, più lontane, più vulnerabili ai colli di bottiglia marittimi e alle crisi geopolitiche, allora il sistema diventa formalmente più vario ma materialmente più fragile. La stessa IEA ricorda che l'Italia resta un Paese in cui il gas occupa una quota enorme dell'offerta energetica, e che la dipendenza da importazioni fossili espone inevitabilmente a shock esterni. La "diversificazione" italiana, in questo caso, ha avuto un prezzo elevato in termini di costi, di esposizione alla volatilità dei mercati e di subordinazione strategica alle priorità dell'alleanza occidentale.

Il terzo capitolo è quello che stiamo vivendo ora, con la crisi di Hormuz. Come noto, la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha di fatto paralizzato lo Stretto dalla fine di febbraio, contribuendo alla peggiore interruzione dell'offerta petrolifera mai registrata e spingendo il greggio verso quota 120 dollari al barile. L'IEA ricorda che nel 2025 attraverso Hormuz transitavano quasi 15 milioni di barili al giorno di greggio, circa il 34% del commercio mondiale di greggio, e quasi 20 milioni di barili al giorno di petrolio complessivo. È vero che solo circa il 4% di quei flussi di greggio è diretto in Europa, ma sarebbe un errore grossolano concludere che dunque l'Italia sia al riparo. I mercati del petrolio e dei prodotti raffinati non funzionano per compartimenti stagni, e infatti l'IEA ha avvertito che in aprile l'impatto si sarebbe trasmesso all'Europa soprattutto attraverso diesel e jet fuel, con effetti inflazionistici e recessivi.

Per l'Italia, poi, la crisi di Hormuz non arriva su un terreno neutro. Arriva su un sistema già indebolito dalla perdita del canale libico e dalla rottura con la Russia. Prima della guerra, del resto, circa il 10% del consumo italiano di gas era coperto dal GNL qatariota, e il petrolio mediorientale nel suo complesso valeva circa il 12% delle importazioni petrolifere italiane dell'anno precedente. In particolare, Edison ha un contratto da 6,4 miliardi di metri cubi annui con QatarEnergy, pari a quasi il 10% del consumo nazionale di gas. Per questi motivi, Roma, davanti al blocco delle forniture dal Qatar, si è messa a cercare gas negli Stati Uniti, in Azerbaigian e in Algeria. Non solo. Tuttavia, il governo italiano ha proseguito con la sua politica ideologica, concordando con l'Unione Europea di non tornare ad acquistare gas russo neppure nel pieno dell'emergenza globale. È difficile immaginare una definizione più chiara di subordinazione politica: rinunciare a una fonte disponibile per principio geopolitico, mentre si corre a comprare da fonti più care e più lontane, inclusi gli Stati Uniti.

La prova del fallimento non è solo nei flussi, ma nelle contromisure d'emergenza. A marzo il governo italiano studiava tagli alle accise mobili perché l'aumento dei prezzi dei carburanti rischiava di pesare enormemente su famiglie e imprese. Le stime parlano di quasi 10 miliardi di euro di maggiori costi energetici per le imprese italiane, con ricadute durissime su autotrasporto e agricoltura. L'Italia ha inoltre stanziato circa 417,4 milioni di euro per ridurre temporaneamente le accise su benzina e diesel. In altre parole, dopo aver smantellato i propri vantaggi energetici, lo Stato è costretto a inseguire l'emergenza con sussidi, ristori e toppe fiscali. È la versione contabile della sconfitta strategica.

Di fronte all'insicurezza energetica prodotta dalla guerra in Iran, il governo Meloni ha persino deciso di rinviare al 2038 la chiusura definitiva delle centrali a carbone, tredici anni oltre la scadenza originaria del 2025 prevista dal PNIEC. Tutto questo sebbene. nel 2024, mentre presiedeva il G7, l'Italia avesse contribuito all'impegno dei Paesi del gruppo per uscire dal carbone entro il 2035, salvo poi fare marcia indietro per paura della crisi energetica. Anche questo dato dimostra che la linea italiana non ha prodotto né sovranità energetica né una transizione coerente, ma soltanto una maggiore esposizione al ricatto geopolitico costringendo, al primo vero shock, al ritorno alle fonti energetiche più sporche.

Il punto conclusivo, allora, è semplice e scomodo. L'Italia non è stata travolta da un destino avverso. Ha compiuto una sequenza di scelte politiche che hanno eroso la propria autonomia energetica. Ha contribuito alla distruzione della Libia, il partner più naturale per la propria posizione geografica. Ha accettato la rescissione del canale russo come prova di fedeltà geopolitica, anche quando ciò comportava costi economici e industriali enormi. Oggi affronta la crisi di Hormuz da una posizione di debolezza e subalternità, cercando soccorso negli Stati Uniti e in altri fornitori alternativi più costosi, mentre rinvia la chiusura del carbone e usa denaro pubblico per attenuare i rincari. È la rinuncia progressiva a pensare l'energia come fondamento della sovranità nazionale. E un Paese che rinuncia a questo finisce inevitabilmente per pagare due volte: una volta in bolletta, un'altra volta in dignità politica.

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