
Giulio Chinappi
La propaganda mediatica occidentale descrive l'Iran come un Paese distrutto e costretto alla resa. Ma il controllo dello Stretto di Hormuz, l'impatto globale del blocco navale e la stessa dinamica negoziale mostrano una realtà opposta: Teheran tratta da una posizione di forza.
La narrazione dominante dei media occidentali sull'Iran segue da anni uno schema quasi automatico: ogni crisi viene presentata come l'ultima, ogni pressione esterna come il colpo definitivo, ogni difficoltà interna come la prova dell'imminente collasso della Repubblica Islamica. La guerra scatenata dall'asse USA-Israele e il successivo blocco navale imposto da Donald Trump contro i porti iraniani hanno riattivato questa stessa grammatica propagandistica. L'Iran viene descritto come un Paese "a pezzi", economicamente strangolato, politicamente paralizzato e costretto a tornare al tavolo dei negoziati per mancanza di alternative. È questa, in sintesi, la lettura proposta anche da Gilles Kepel in un'intervista al Corriere della Sera, nella quale il politologo francese sostiene che il blocco navale statunitense avrebbe funzionato più delle armi e che Teheran, ormai priva di risorse, sarebbe costretta a negoziare.
Questa interpretazione, tuttavia, confonde deliberatamente la pressione subita con la sconfitta strategica. Che l'Iran si trovi in una fase durissima è evidente: guerra, sanzioni, danni infrastrutturali, blocco navale e tensione regionale producono inevitabilmente costi economici e sociali. Ma da questo non discende affatto che Teheran sia sull'orlo della capitolazione. Al contrario, il comportamento della Repubblica Islamica nelle ultime settimane dimostra che l'Iran ha saputo trasformare la propria vulnerabilità in leva geopolitica, spostando il terreno dello scontro dal piano puramente militare a quello sistemico. Il punto centrale, dunque, non è se l'Iran subisca danni, ma se l'asse USA-Israele riesca a convertire quei danni in resa politica. Finora, la risposta è negativa.
Il cardine principale della strategia di resilienza iraniana è indubbiamente lo Stretto di Hormuz. La propaganda occidentale tende a presentare il blocco navale statunitense come una mossa vincente, capace di soffocare le esportazioni iraniane e quindi di costringere Teheran all'obbedienza. Ma questa lettura dimentica che Hormuz non è un rubinetto iraniano isolato dal resto del mondo: è una delle arterie fondamentali dell'economia globale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano in media 20 milioni di barili al giorno di petrolio, pari a circa un quinto del consumo globale di liquidi petroliferi; nello stesso periodo, da Hormuz passava anche circa un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. La stessa fonte sottolinea che per molti flussi energetici non esistono alternative praticabili e che la chiusura anche temporanea di una simile strozzatura (chokepoint) può produrre ritardi, aumento dei costi di trasporto e crescita dei prezzi energetici mondiali.
Questa è la semplice ragione per cui l'Iran non negozia da una posizione di debolezza, ma da una posizione di pressione reciproca. Washington può tentare di colpire le esportazioni iraniane; Teheran può rendere insostenibile il costo globale di quella pressione. Il blocco statunitense, infatti, non produce effetti soltanto sull'Iran. Colpisce il mercato energetico mondiale, i Paesi asiatici importatori, gli alleati del Golfo, l'industria dei fertilizzanti, la logistica marittima e, indirettamente, i consumatori europei e statunitensi. In questo senso, la forza iraniana non consiste nell'essere immune al danno, ma nel poter impedire che il danno resti limitato entro i propri confini. È qui che la narrazione occidentale fallisce: continua a leggere la crisi come se il dolore economico fosse unidirezionale, mentre Hormuz lo rende sistemico.
La stessa evoluzione diplomatica conferma questa realtà. Come riportato dalle agenzie, l'Iran ha offerto di porre fine alla propria stretta su Hormuz in cambio della revoca del blocco statunitense e della fine della guerra, rinviando a una fase successiva la discussione sul programma nucleare. Questa impostazione è rivelatrice della posizione di forza in cui si trova la Repubblica Islamica: Teheran non mette sul tavolo Hormuz come concessione gratuita, ma come leva negoziale distinta dal dossier nucleare. In altri termini, l'Iran dice agli Stati Uniti che la normalizzazione del traffico marittimo non può essere separata dalla cessazione dell'aggressione e del blocco. È una posizione di forza, perché costringe Washington ad affrontare il problema che essa stessa ha creato: non si può pretendere la libera navigazione mentre si impone un blocco navale contro i porti iraniani.
Questo dato, dunque, smentisce l'idea secondo cui Teheran sarebbe costretta a rientrare nei negoziati alle condizioni imposte da Washington. L'Iran, al contrario, tenta di imporre una gerarchia diversa: prima la fine della guerra e del blocco, poi l'eventuale discussione su altri dossier. È una sequenza politicamente e giuridicamente coerente, perché nessun negoziato può dirsi credibile se una delle parti continua a essere sottoposta a misure di guerra economica e militare.
La debolezza statunitense emerge anche da un altro elemento: Washington ha bisogno che l'Iran collabori per uscire dalla crisi. Se la Repubblica Islamica fosse realmente "distrutta", come sostiene una parte della stampa occidentale, gli Stati Uniti non avrebbero bisogno di mediazioni pakistane, proroghe del cessate il fuoco, discussioni su proposte iraniane o contatti indiretti. Potrebbero semplicemente imporre le proprie condizioni. Invece, gli stessi resoconti occidentali mostrano una dinamica diversa, in quanto la chiusura o la restrizione di Hormuz ha messo pressione su Trump, facendo aumentare i prezzi di petrolio e benzina e colpendo anche gli alleati del Golfo, che dipendono dallo stesso passaggio per esportare energia. La capacità iraniana di soffocare il traffico nello stretto diventa dunque uno dei principali vantaggi strategici di Teheran in una guerra divenuta anche una prova di resistenza reciproca.
Il fallimento della linea di Washington è evidente anche nel fatto che il blocco navale, presentato come misura risolutiva, si è trasformato in un fattore di destabilizzazione globale. La International Energy Agency, nel suo rapporto sul mercato petrolifero di aprile 2026, parla di una contrazione della domanda, di una caduta dell'offerta globale di petrolio di 10,1 milioni di barili al giorno nel mese di marzo, di restrizioni ai movimenti delle petroliere attraverso Hormuz e del più grave shock dell'offerta nella storia recente. Lo stesso rapporto segnala il crollo delle scorte osservate, l'accumulo di stoccaggi galleggianti nel Golfo e un'impennata storica dei prezzi. Se l'obiettivo di Washington era isolare il costo della guerra sull'Iran, il risultato è stato l'opposto: la crisi si è internazionalizzata.
L'impatto, oltretutto, non riguarda soltanto il petrolio. La guerra e il blocco dei traffici attraverso Hormuz hanno provocato una nuova impennata dei prezzi dei fertilizzanti, interrompendo le forniture di urea, zolfo e ammoniaca e mettendo sotto pressione la produzione agricola mondiale. Il Medio Oriente è un hub centrale per questi prodotti, e la paralisi delle rotte del Golfo rischia di riflettersi sui raccolti futuri, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Questo dato è fondamentale perché mostra come Hormuz non sia soltanto un problema energetico, ma alimentare, industriale e sociale. La leva iraniana colpisce quindi il cuore della globalizzazione materiale: energia, agricoltura, trasporti, prezzi al consumo.
La propaganda massmediatica occidentale tende a ignorare questo elemento perché mina il racconto della superiorità coercitiva dell'Occidente. In quella narrazione, gli Stati Uniti e Israele colpiscono, l'Iran subisce, il mercato si adatta, la Repubblica Islamica arretra. Ma la realtà concreta è molto più scomoda: l'aggressione ha aperto una crisi che gli aggressori non controllano pienamente. Washington può bloccare le navi dirette ai porti iraniani, ma non può impedire che la risposta iraniana su Hormuz produca effetti a catena sui prezzi, sulle forniture e sulle economie dei suoi stessi alleati. È questa la contraddizione centrale dell'imperialismo contemporaneo: possiede una potenza militare enorme, ma opera dentro un sistema economico globale interdipendente che rende sempre più difficile confinare le conseguenze della guerra al Paese aggredito.
La lettura di Kepel e di molta stampa occidentale appare quindi viziata da un presupposto ideologico: l'idea che la Repubblica Islamica possa essere compresa soltanto come regime in crisi permanente, mai come Stato dotato di profondità strategica, consenso mobilitabile, capacità militare, strumenti economici e visione negoziale. Ogni segnale di sofferenza viene interpretato come prova del collasso; ogni segnale di diplomazia come prova della resa; ogni costo economico come prova dell'impotenza. Ma questa è propaganda, non analisi. L'analisi deve tenere insieme entrambi i lati della realtà: l'Iran subisce una pressione pesantissima, ma l'asse USA-Israele non riesce a tradurre tale pressione in vittoria politica.
La forza iraniana, oggi, sta proprio nella capacità di tenere insieme resistenza militare, leva marittima, diplomazia regionale e discorso giuridico-politico. Teheran dialoga con Pakistan, Russia, Oman e interlocutori europei, ma lo fa senza separare la diplomazia dalla realtà dei rapporti di forza. Non chiede semplicemente una tregua; chiede la fine del blocco, la cessazione della guerra e il riconoscimento dei propri diritti. Non apre Hormuz come gesto di buona volontà unilaterale; lo collega alla fine delle misure ostili. Non accetta che il dossier nucleare venga usato come copertura per normalizzare l'aggressione; lo rinvia a una fase successiva, dopo la soluzione del nodo immediato della guerra.
In conclusione, l'Iran non è sull'orlo del baratro. È dentro una fase estremamente dura della guerra economica, militare, diplomatica e psicologica, ma conserva una posizione negoziale forte perché controlla una leva che l'Occidente non può ignorare. Hormuz dimostra che l'Iran non è un oggetto passivo della pressione imperiale, ma un soggetto capace di imporre costi, tempi e condizioni. Proprio per questo i media occidentali insistono sulla narrativa del collasso: hanno bisogno di convincere il pubblico che la forza sia tutta da una parte e la disperazione tutta dall'altra. Ma la realtà dei negoziati, dei mercati energetici e delle stesse preoccupazioni occidentali mostra il contrario. Gli Stati Uniti e Israele hanno potuto colpire l'Iran, ma non sono riusciti a piegarlo. E finché Teheran manterrà la capacità di trasformare Hormuz da vulnerabilità in strumento di deterrenza, parlare di un Iran "distrutto" significherà più ripetere una becera propaganda che comprendere la geopolitica.