13/05/2026 strategic-culture.su  9min 🇮🇹 #313799

Riyadh oltre il petrodollaro: l'autonomia saudita nel Medio Oriente multipolare

Giulio Chinappi

L'Arabia Saudita non ha rotto con Washington, ma ha smesso di comportarsi come un alleato subordinato. Tra BRICS, Cina, Iran, yuan energetico e guerra contro Teheran, Riyadh cerca di trasformarsi da pilastro dell'ordine statunitense a potenza autonoma del mondo multipolare.

Per decenni, l'Arabia Saudita è stata uno dei cardini dell'architettura statunitense in Medio Oriente. Il patto non scritto era semplice: sicurezza di matrice statunitense in cambio di stabilità energetica, allineamento geopolitico e centralità del dollaro nel commercio petrolifero. Washington garantiva protezione militare alla monarchia saudita, mentre Riyadh assicurava un ruolo decisivo nella regolazione dei mercati petroliferi e nel riciclo finanziario dei proventi dell'energia. Non si è mai trattato di un rapporto paritario, né di un'alleanza fondata su valori condivisi, ma di una convergenza strategica: petrolio, armi, basi, intelligence e contenimento delle forze ostili all'egemonia statunitense nella regione.

Questo assetto, tuttavia, è progressivamente entrato in crisi. Non perché l'Arabia Saudita sia diventata una potenza antimperialista in senso stretto, né perché Muḥammad bin Salmān abbia scelto di schierarsi organicamente con il blocco eurasiatico. La trasformazione è più sottile e, proprio per questo, più significativa. Riyadh ha compreso che l'ordine unipolare guidato dagli Stati Uniti non è più in grado di garantire da solo sicurezza, sviluppo e stabilità. Ha quindi iniziato a praticare una politica di autonomia strategica, muovendosi contemporaneamente su più tavoli: rapporto militare con Washington, cooperazione energetica con la Cina, coordinamento petrolifero con la Russia nell'OPEC+, dialogo con l'Iran, apertura allo spazio BRICS e progressiva sperimentazione di meccanismi finanziari non interamente dipendenti dal dollaro.

La svolta, dunque, non va letta come una rottura improvvisa, ma come un processo cumulativo. Un primo segnale evidente arrivò già con le tensioni tra Riyadh e Washington sulle scelte dell'OPEC+. Nel 2022, infatti, l'OPEC+ decise un taglio della produzione di due milioni di barili al giorno, provocando una delle crisi più aperte con l'amministrazione statunitense, che definì quella decisione dannosa e politicamente ostile; l'Arabia Saudita rispose sostenendo che il taglio fosse motivato da ragioni di equilibrio del mercato, non da calcoli politici contro gli Stati Uniti. Quello scontro mostrò per la prima volta che Riyadh non intendeva più subordinare automaticamente la propria politica energetica alle esigenze elettorali, inflazionistiche o strategiche di Washington.

La ragione profonda di questa nuova postura va ricercata anche nella Vision 2030 promossa da Riyadh. Attraverso questa formula, la monarchia saudita vuole trasformare il proprio modello economico, riducendo la dipendenza dal petrolio, attirando investimenti, sviluppando industria, logistica, tecnologia, turismo, infrastrutture e finanza. Per farlo, non può restare prigioniera di un solo protettore. Ha bisogno degli Stati Uniti per armi, difesa aerea e tecnologia militare; ha bisogno della Cina come mercato energetico, investitore, partner infrastrutturale e attore diplomatico; ha bisogno della Russia per la gestione coordinata dei prezzi del petrolio; ha bisogno di non trasformare l'Iran in un nemico permanente capace di incendiare il Golfo e colpire le infrastrutture energetiche saudite.

Proprio la Cina è diventata il perno più evidente di questa diversificazione. Nel dicembre 2022, durante la visita di Xi Jinping a Riyadh, Arabia Saudita e Cina hanno firmato un Accordo di Partenariato Strategico Globale, collegando esplicitamente la cooperazione bilaterale all'energia, agli investimenti, alla Belt and Road Initiative cinese e alla Vision 2030 saudita. Il comunicato congiunto saudita-cinese rilasciato in quell'occasione sottolineava inoltre la centralità della cooperazione petrolifera, il ruolo saudita come grande esportatore affidabile verso la Cina e la volontà di estendere la collaborazione a petrolchimica, rinnovabili, idrogeno, nucleare civile, intelligenza artificiale, infrastrutture e finanza. Non si trattava soltanto di vendere più petrolio a Pechino, ma di inserire l'Arabia Saudita nella geoeconomia cinese del XXI secolo.

In tale quadro, rientra anche la questione dei cosiddetti "petroyuan". Sebbene non si possa parlare di una sostituzione immediata e totale del petrodollaro, né a un abbandono meccanico del dollaro da parte di Riyadh, non si può neppure ignorare la progressiva erosione del monopolio politico del dollaro nel commercio energetico. Nel 2022, Xi Jinping dichiarò a Riyadh che la Cina avrebbe lavorato per acquistare petrolio e gas in yuan dai Paesi del Golfo, con l'obiettivo di rafforzare l'internazionalizzazione della valuta cinese e ridurre la presa del dollaro sul commercio mondiale. L'anno successivo, la Banca Popolare Cinese e la Banca Centrale Saudita firmarono un accordo di swap valutario da 50 miliardi di yuan, pari a circa 6,93 miliardi di dollari, valido tre anni e rinnovabile, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare la cooperazione finanziaria, promuovere l'uso delle valute locali e facilitare commercio e investimenti. Questo - lo ribadiamo - non significa che il dollaro sia già stato spodestato, ma indica che Riyadh vuole disporre di strumenti alternativi, utili soprattutto in un contesto in cui le sanzioni statunitensi sono diventate un'arma sistemica.

Anche il dossier BRICS conferma questa logica. L'Arabia Saudita era stata invitata a diventare un nuovo Paese membro dopo l'allargamento deciso al vertice di Johannesburg, e il sito della presidenza BRICS 2026 la presenta come membro a pieno titolo dal gennaio 2024. Tuttavia, Riyadh ha mantenuto una certa ambiguità formale, partecipando ad attività del gruppo ma senza voler irritare eccessivamente Washington in una fase di negoziati delicati con gli Stati Uniti. Tale atteggiamento rivela ancora una volta che l'Arabia Saudita non vuole sostituire una dipendenza con un'altra, ma massimizzare il proprio margine di manovra. Vuole essere abbastanza vicina ai BRICS da beneficiare del nuovo mondo multipolare, ma abbastanza prudente da non compromettere immediatamente il rapporto militare con gli Stati Uniti.

La normalizzazione con l'Iran mediata dalla Cina nel marzo 2023 ha rappresentato un ulteriore passaggio all'interno dello stesso quadro. In quell'occasione, il comunicato trilaterale di Pechino annunciò la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Riyadh e Teheran, la riapertura delle ambasciate entro due mesi, il rispetto della sovranità e il principio di non interferenza negli affari interni. Per la Cina fu un successo diplomatico enorme: dimostrò di poter svolgere una funzione di mediazione politica nel cuore del Medio Oriente, terreno tradizionalmente dominato dagli Stati Uniti. Per l'Arabia Saudita fu invece una scelta di sicurezza nazionale. Dopo anni di guerra in Yemen, attacchi contro infrastrutture petrolifere e confronto indiretto con Teheran, Riyadh ha compreso che la strategia della tensione permanente favoriva più gli interessi di Washington e Tel Aviv che quelli sauditi.

Giungendo, infine, alla cronaca di questi giorni, l'attuale guerra imperialista-sionista contro l'Iran ha reso ancora più evidente la posizione di Riyadh. L'aggressione iniziata il 28 febbraio ha prodotto una crisi regionale e globale, con il blocco dello Stretto di Hormuz, l'impennata dei prezzi dell'energia, la minaccia alle catene di approvvigionamento e un rallentamento dell'economia saudita. Tra i Paesi che ne hanno subito le conseguenze, figura anche l'Arabia Saudita, tanto che, nel primo trimestre del 2026, la crescita reale del PIL saudita è scesa al 2,8%. In questo contesto, l'Arabia Saudita ha dovuto scegliere se essere retrovia operativa della guerra americana o attore interessato a contenere l'escalation.

Il rifiuto saudita di concedere automaticamente agli Stati Uniti l'uso dello spazio aereo e delle basi per attacchi contro l'Iran è quindi un passaggio storico. Già nel gennaio 2026, fonti del Golfo avevano indicato che Riyadh non avrebbe permesso agli Stati Uniti di utilizzare basi o spazio aereo sauditi per un attacco contro Teheran, precisando che l'Arabia Saudita non voleva essere coinvolta in una guerra di cui non faceva parte. Nelle ultime settimane, poi, la stampa mondiale ha riportato che la sospensione da parte di Trump di una missione navale per riaprire Hormuz era arrivata dopo che l'Arabia Saudita aveva sospeso la possibilità per l'esercito statunitense di usare una base saudita per l'operazione, negando il permesso di far decollare velivoli militari da una base nel Regno o di attraversare lo spazio aereo saudita.

La traiettoria saudita si colloca dunque dentro un più vasto processo di transizione del sistema internazionale. Gli Stati Uniti restano una potenza militare decisiva, ma non sono più in grado di imporre disciplina assoluta ai propri alleati. La Cina non sostituisce Washington come garante militare del Golfo, ma offre mercati, investimenti, infrastrutture, tecnologia e mediazione diplomatica. La Russia non è il modello politico di Riyadh, ma resta un partner indispensabile nella gestione dell'OPEC+. I BRICS non sono ancora un blocco omogeneo, ma rappresentano uno spazio di legittimazione per i Paesi che vogliono negoziare con l'Occidente da una posizione meno subordinata.

Per questo, l'Arabia Saudita di oggi non può essere letta con le categorie della Guerra fredda. Non è "passata" semplicemente dal campo nordamericano a quello cinese. Sta cercando di diventare un polo autonomo, capace di usare la propria rendita energetica, la centralità islamica, la posizione geografica, il peso finanziario e la capacità di investimento per negoziare con tutti. È una strategia opportunistica, ma non irrazionale. È conservatrice sul piano interno, ma revisionista sul piano dell'ordine internazionale. È ancora legata agli Stati Uniti, ma non accetta più che il rapporto con Washington equivalga a obbedienza strategica.

La guerra contro l'Iran potrebbe accelerare questa trasformazione. Più Washington e Tel Aviv tentano di trascinare il Golfo in un conflitto regionale totale, più Riyadh vede confermata la necessità di diversificare alleanze, canali finanziari e strumenti diplomatici. Più Hormuz diventa vulnerabile, più il Regno comprende che la sicurezza energetica non può dipendere dalla militarizzazione permanente delle rotte marittime. Più il dollaro viene usato come arma politica, più crescono gli incentivi a sperimentare yuan, valute locali e circuiti finanziari alternativi.

Il punto decisivo è che l'Arabia Saudita non sta abbandonando l'ordine a guida statunitense per idealismo, ma perché quell'ordine non garantisce più in modo sufficiente gli interessi della monarchia. Il vecchio patto petrolio-sicurezza resta in piedi, ma è logorato. Al suo posto emerge un modello più versatile; in questo senso, Riyadh è uno dei laboratori più importanti del mondo post-unipolare. La sua traiettoria mostra che persino uno dei più storici alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente ha iniziato a prepararsi a un sistema internazionale nel quale Washington resta potente, ma non più indispensabile, e soprattutto non più obbedita automaticamente.

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