25/05/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #315011

La pace con l'uso della forza

Lorenzo Maria Pacini

Il concetto di "pace attraverso la forza" diventa il filo conduttore di una strategia che mira a coniugare deterrenza e diplomazia. Resta da vedere se questa impostazione riuscirà davvero a garantire stabilità o se, al contrario, aprirà una fase di maggiore incertezza.

Un priorità... ma a condizioni precise

Gli Stati Uniti d'America stanno portando avanti la linea del disimpegno in Europa, il vecchio continente, contro il cui ordine di potere stanno muovendo forze diverse.

Uno degli elementi centrali del discorso è l'insistenza sulla necessità di porre fine al conflitto in Ucraina. A offrirci una curiosa lettura a riguardo è Peter Hegseth, Segretario alla Guerra, che già un anno fa nel febbraio 2025 e di nuovo in questi giorni,  ha spiegato che la guerra deve concludersi attraverso la diplomazia, portando sia la Russia sia l'Ucraina al tavolo negoziale.

Questa apertura diplomatica, però, è accompagnata da una valutazione realistica - e per molti controversa - degli obiettivi di guerra. Nel discorso Hegesth afferma chiaramente che il ritorno ai confini ucraini precedenti al 2014 non è considerato un obiettivo realistico. Una posizione che, se da un lato mira a favorire un compromesso, dall'altro segna un netto distacco rispetto alle posizioni sostenute in precedenza da diversi alleati occidentali. La pace viene concepita non come un ritorno allo status quo ante, ma come un nuovo equilibrio basato su garanzie di sicurezza "robuste", capaci di prevenire la ripresa delle ostilità.

Uno dei passaggi più significativi riguarda il futuro dell'Ucraina all'interno dell'architettura di sicurezza europea. Il discorso esclude esplicitamente l'ingresso di Kiev nella NATO come esito realistico di un eventuale accordo di pace. Al suo posto, viene proposta una soluzione alternativa: garanzie di sicurezza sostenute da truppe europee e non europee, ma al di fuori del quadro NATO. Un'eventuale missione di peacekeeping, secondo questa visione, non dovrebbe essere coperta dall'Articolo 5 dell'Alleanza, evitando così un coinvolgimento diretto automatico degli Stati Uniti.

Ancora più rilevante è un altro punto: l'esclusione esplicita dell'invio di truppe statunitensi in Ucraina. Ciò rappresenta un segnale chiaro della volontà americana di limitare il proprio coinvolgimento diretto nel teatro europeo. Ma cosa comporta ciò, di fatto, per l'Europa?

Energia, sanzioni e pressione economica

Il discorso affronta anche il tema energetico, collegandolo direttamente alla strategia militare e diplomatica. L'amministrazione Trump, secondo Hegseth, intende aumentare la produzione energetica statunitense e incentivare altri Paesi a fare lo stesso, con l'obiettivo di ridurre i prezzi globali dell'energia.

Questa strategia viene presentata come uno strumento per indebolire la capacità della Russia di finanziare lo sforzo bellico e, parallelamente, si sottolinea l'importanza di un'applicazione più rigorosa delle sanzioni energetiche. Si tratta di un approccio che intreccia economia e sicurezza, e che ha implicazioni dirette per l'Europa, storicamente dipendente dalle forniture energetiche esterne.

L'Europa chiamata a "fare di più"

Il cuore del discorso, tuttavia, riguarda il ruolo dell'Europa. Hegseth è esplicito: la sicurezza del continente deve diventare una responsabilità primaria degli europei stessi.

Questo implica una serie di impegni concreti:

  • aumento della spesa per la difesa fino al 5% del PIL;
  • espansione della base industriale militare;
  • incremento degli aiuti, sia militari sia logistici, all'Ucraina;
  • preparazione delle opinioni pubbliche a un contesto di maggiore insicurezza.

Il messaggio è semplice e chiaro: il tradizionale modello di dipendenza dalla protezione americana non è più sostenibile, pertanto gli Stati Uniti restano impegnati nell'alleanza, ma non intendono più sostenere un rapporto sbilanciato.

Un altro dei passaggi più significativi del discorso riguarda la ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi. Gli Stati Uniti, si afferma, non possono più concentrarsi principalmente sulla sicurezza europea.

Le ragioni sono molteplici: la necessità di rafforzare la sicurezza interna, la competizione strategica con la Cina nell'Indo-Pacifico, le tensioni in altre aree, come il Medio Oriente. Davanti a tutto ciò, l'Europa viene invitata a "guidare dal fronte" per quanto riguarda la propria difesa, mentre gli Stati Uniti si concentrano su altri teatri. È qui che emerge con maggiore chiarezza il concetto di "divisione del lavoro": Europa responsabile della sicurezza continentale, Stati Uniti focalizzati su sfide globali più ampie. Il sistema di "continente proxy" viene rielaborato in un'ottica di emancipazione europea dall'orbita di Londra e Parigi - e quindi della NATO - per rientrare a pieno titolo ed efficacia nel sistema americano.

Secondo Hegseth, alcuni segnali positivi di questo cambiamento sono già visibili. Paesi come la Svezia e la Polonia stanno aumentando significativamente la spesa militare, mentre diversi Stati partecipano a coalizioni per coordinare il supporto all'Ucraina, tutti sviluppi vengono presentati come primi passi, ancora insufficienti ma indicativi di una direzione precisa. Nel frattempo, anche la Germania - guidata dal cancelliere Friedrich Merz - ha avviato un rafforzamento delle proprie capacità militari, segnando un cambiamento storico per un Paese tradizionalmente prudente in materia di difesa.

Nonostante la retorica di solidarietà, il nuovo assetto non è privo di tensioni. Le divergenze tra Stati Uniti ed Europa su tempi, modalità e obiettivi del riarmo alimentano un dibattito acceso. Alcuni osservatori interpretano le apparenti frizioni politiche - come quelle tra Trump e alcuni leader europei - come segnali di disaccordo reale. Altri le considerano parte di una dinamica più complessa, in cui negoziazione e pressione pubblica convivono. In ogni caso, il cambiamento è evidente: l'alleanza transatlantica sta evolvendo da un modello gerarchico ad uno più distribuito, ma anche più esigente.

Scomode implicazioni per il futuro dell'Europa

Le conseguenze di questa trasformazione sono profonde e, diciamoci la verità, sono molto scomode. L'Europa si trova di fronte a una scelta storica, al bivio fra diventare un attore strategico autonomo o continuare a dipendere, in forme diverse, dal sostegno esterno. Questo comporta costi significativi, non solo economici ma anche politici e sociali. L'aumento della spesa militare richiede risorse che potrebbero essere sottratte ad altri settori, mentre la preparazione a scenari di conflitto incide sul clima interno e sulla percezione della sicurezza. Allo stesso tempo, la costruzione di una difesa europea più solida potrebbe rafforzare il ruolo del continente sulla scena internazionale, ma il modello europeista proposto è l'antitesi della autonomia e della indipendenza, perciò è comunque fondamentale l'emancipazione dai vincoli esterni.

Il discorso di Hegseth offre una chiave di lettura importante per comprendere i cambiamenti in atto e gli europei dovrebbero prestare molta attenzione non solo a ciò che è stato già detto più di un anno fa, bensì a ciò che oggi si sta realizzando, coerentemente con quanto era stato già annunciato.

Più che una rottura, si tratta di una riorganizzazione strategica, basata su una redistribuzione delle responsabilità. Gli Stati Uniti restano un alleato centrale, ma chiedono all'Europa di assumere un ruolo più attivo e autonomo. La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, trasformando una tendenza latente in una necessità urgente.

Il concetto di "pace attraverso la forza" diventa il filo conduttore di una strategia che mira a coniugare deterrenza e diplomazia. Resta da vedere se questa impostazione riuscirà davvero a garantire stabilità o se, al contrario, aprirà una fase di maggiore incertezza.

Quel che è certo è che il rapporto tra le due sponde dell'Atlantico non sarà più lo stesso.

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