03/06/2026 strategic-culture.su  14min 🇮🇹 #315853

Come i sistemi civili di Ia stanno ridisegnando gli equilibri militari mondiali

Lorenzo Maria Pacini

AI ha già ridisegnato la mappa dei conflitti globali. La vera sfida è la costruzione di una architettura di amministrazione adatto per la velocità e la complessità di questa trasformazione.

Il doppio uso come condizione strutturale

Quando nel 2011 il matematico e imprenditore Eric Schmidt, allora alla guida di Google, descrisse l'intelligenza artificiale come "la tecnologia più trasformativa che l'umanità abbia mai sviluppato", pochi avrebbero immaginato con quale velocità quella previsione si sarebbe tradotta in dottrina militare. Oggi, a distanza di poco più di un decennio, l'IA non è soltanto uno strumento che potenzia l'efficacia degli eserciti: è diventata il meccanismo stesso attraverso cui si genera, si organizza e si proietta la forza militare nel mondo contemporaneo.

Siamo entrati in una nuova era della conflittualità, in cui i confini tra guerra e pace, tra tecnologia civile e armamento militare, tra operazione cinetica e campagna di influenza digitale, si sono fatti sottili come un algoritmo. E quella linea, ogni giorno che passa, diventa più difficile da tracciare.

Il primo elemento che distingue l'IA da qualsiasi altra innovazione tecnologica precedente - dalla polvere da sparo al nucleare, fino ai droni - è il suo carattere intrinsecamente a duplice uso. A differenza dei sistemi d'arma tradizionali, progettati fin dall'origine per scopi militari, i sistemi di intelligenza artificiale nascono quasi sempre all'interno di ecosistemi commerciali e civili: laboratori universitari, startup tecnologiche, grandi piattaforme digitali.

Un modello linguistico sviluppato per assistere i clienti di una banca può, con relativamente poche modifiche, essere impiegato per analizzare intercettazioni nemiche o generare disinformazione su scala industriale. Un sistema di visione artificiale progettato per guidare automobili autonome può essere reindirizzato verso il riconoscimento di obiettivi militari. Un algoritmo di ottimizzazione logistica costruito per gestire catene di approvvigionamento commerciali può pianificare movimenti di truppe e calcolare percorsi di rifornimento.

Questa dinamica produce una condizione strutturale senza precedenti: la distinzione tra sfera civile e militare diventa sempre più sfumata e instabile. Gli investimenti privati in ricerca e sviluppo dell'IA superano ormai di molte volte i budget governativi dedicati allo stesso settore, il che significa che le principali innovazioni tecnologiche in campo militare provengono - direttamente o indirettamente - da aziende private che operano sul mercato globale.

Ne deriva una paradossale conseguenza geopolitica: le tecnologie civili di IA non possono più essere considerate strumenti politicamente neutri. Una volta adattati e impiegati in contesti di conflitto, questi sistemi si integrano nella logica militare e acquisiscono progressivamente funzioni strategiche che i loro creatori, spesso, non avevano previsto né inteso.

La NATO si organizza: dall'Ucraina al DIANA

A livello istituzionale, l'Occidente ha compreso relativamente in fretta la posta in gioco. Nel quadro della guerra in Ucraina - il primo grande conflitto convenzionale del XXI secolo in cui l'IA ha svolto un ruolo operativo di primo piano - il Regno Unito ha sostenuto attivamente la creazione di un Centro di eccellenza per l'intelligenza artificiale presso il Ministero della Difesa ucraino. Un'iniziativa che non è soltanto un sostegno a Kyiv, ma un laboratorio a cielo aperto per testare dottrine, capacità e vulnerabilità dei sistemi di IA in condizioni di guerra reale.

L'Alleanza Atlantica nel suo complesso ha adottato una Strategia NATO sull'Intelligenza Artificiale, un documento che riconosce esplicitamente l'IA come tecnologia abilitante fondamentale per le operazioni militari contemporanee. Parallelamente, la NATO ha lanciato il Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic, noto con l'acronimo DIANA: una rete transnazionale progettata per connettere startup, centri di ricerca e attori del settore della difesa nello sviluppo condiviso di tecnologie a duplice uso, con i sistemi di intelligenza artificiale al primo posto nell'agenda.

DIANA rappresenta un tentativo di istituzionalizzare quella permeabilità tra mondo civile e militare che l'IA ha reso inevitabile, trasformandola da vulnerabilità in vantaggio strategico. L'idea è che le potenze occidentali possano mantenere un vantaggio tecnologico sull'avversario accelerando i cicli di innovazione e riducendo il tempo che intercorre tra una scoperta scientifica e la sua applicazione operativa sul campo.

L'integrazione dell'IA nei sistemi di comando e controllo, nell'analisi dell'intelligence e nelle procedure di individuazione degli obiettivi è già una realtà operativa. I processi decisionali militari si stanno accelerando a ritmi che sfidano la capacità umana di supervisione: algoritmi analizzano in tempo reale enormi volumi di dati satellitari, elettronici e di segnale, restituendo raccomandazioni operative in finestre temporali sempre più compresse. La questione di quanto debba pesare il giudizio umano in questa catena - e in quale punto della catena debba intervenire - è oggi una delle più urgenti nel dibattito sulla sicurezza internazionale.

Venezuela e Iran: i primi laboratori dell'IA geopolitica

Se la dimensione istituzionale dell'IA militare si sviluppa nei corridoi della NATO e nei centri di ricerca occidentali, è nei teatri di crisi reale che le nuove dottrine vengono sperimentate. Due casi, in particolare, si sono imposti all'attenzione degli analisti come i primi esempi documentati di operazioni strategiche su larga scala basate sull'intelligenza artificiale: il Venezuela e l'Iran.

Durante la crisi venezuelana del 2026, le tecnologie di IA sarebbero state impiegate dagli Stati Uniti in un contesto di operazioni non cinetiche - ovvero operazioni che non prevedono l'uso diretto della forza militare - che includevano attacchi informatici, campagne di influenza sui social media e interruzioni delle comunicazioni elettromagnetiche.

Ciò che rende il caso venezuelano particolarmente significativo non è tanto la tipologia delle singole operazioni - già sperimentate in forme diverse in contesti precedenti - quanto la loro integrazione in un framework unificato e basato sui dati. Raccolta di informazioni, attività di sorveglianza, operazioni di tracciamento finanziario e campagne di influenza digitale vengono orchestrate in modo coordinato, alimentate da un flusso continuo di dati analizzati in tempo reale da sistemi di intelligenza artificiale.

Il dettaglio più rivelatore riguarda la natura degli strumenti impiegati. Sistemi avanzati di IA generativa - tra cui, secondo alcune fonti, modelli come Claude sviluppati da Anthropic - sarebbero stati integrati in ambienti operativi attraverso piattaforme realizzate da Palantir, la società americana specializzata nell'analisi dei dati per i settori della difesa e dell'intelligence. Questo dato indica qualcosa di strutturalmente nuovo: i modelli fondazionali commerciali, sviluppati e distribuiti per usi civili, vengono progressivamente incorporati nelle architetture di intelligence e di targeting militare.

Il Venezuela offre così la prima illustrazione concreta di quello che potremmo chiamare il "kit geopolitico dell'era algoritmica": uno strumento integrato che combina capacità di intelligence, meccanismi di applicazione delle sanzioni, operazioni informatiche e manipolazione dell'informazione in un quadro operativo unificato, persistente e scalabile.

Se il caso venezuelano illustra un modello di conflittualità a bassa intensità mediato dall'IA, il contesto iraniano spinge questa logica verso forme più intense e dirette. Il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti si è progressivamente esteso alla sfera digitale, con operazioni che hanno preso di mira non soltanto infrastrutture critiche, ma anche le piattaforme digitali utilizzate quotidianamente dalla popolazione civile.

I rapporti disponibili descrivono operazioni informatiche condotte con l'obiettivo di compromettere applicazioni mobili ampiamente diffuse tra i cittadini iraniani, al fine di diffondere messaggi coordinati intesi a plasmare la percezione pubblica e influenzare i comportamenti. Si tratta di un salto qualitativo significativo rispetto alle operazioni di disinformazione tradizionali: l'IA permette di personalizzare i messaggi su scala di massa, adattandoli ai profili individuali degli utenti, ai loro pattern di comportamento digitale, alle loro reti sociali.

Insieme, i casi venezuelano e iraniano rappresentano qualcosa di più che semplici episodi di geopolitica contemporanea. Sono i prototipi di una nuova forma di conflitto in cui l'intelligenza artificiale non funge da strumento di supporto a operazioni progettate secondo logiche tradizionali, ma diventa la componente strutturante dell'intero ciclo operativo: dalla raccolta dei dati alla pianificazione, dall'esecuzione alla valutazione degli effetti.

La proliferazione nucleare rinasce in formato digitale

Parallelamente alle applicazioni operative, l'integrazione dell'IA nel dominio della sicurezza solleva una questione che i governi occidentali stanno cominciando ad affrontare con crescente urgenza: il rischio che sistemi avanzati di intelligenza artificiale possano facilitare lo sviluppo di armi di distruzione di massa, in particolare chimiche, biologiche o nucleari.

Non si tratta di scenari fantascientifici. I sistemi di IA avanzati, addestrati su enormi corpus di letteratura scientifica, sono in grado di suggerire percorsi sintetici per composti chimici pericolosi, di simulare il comportamento di agenti biologici, di ottimizzare la progettazione di dispositivi esplosivi. Le misure di salvaguardia esistenti - i cosiddetti "guardrail" incorporati nei modelli - sono progettate per limitare questi esiti, ma gli stessi sviluppatori riconoscono che non possono offrire garanzie assolute.

Tecniche sofisticate di prompt engineering, ovvero la manipolazione del modo in cui si formulano le richieste al sistema, possono in certi casi aggirare le protezioni previste. La potenziale fuga di informazioni classificate attraverso sistemi di IA integrati in ambienti operativi sensibili aggiunge un ulteriore livello di rischio.

La conseguenza è che la sicurezza dell'IA non può più essere trattata esclusivamente come una questione tecnica - come un problema ingegneristico da risolvere con codice migliore e filtri più efficaci. Essa costituisce, in misura crescente, una questione di non proliferazione e di governance della sicurezza internazionale, che richiede strumenti analoghi a quelli sviluppati nel dopoguerra per il controllo delle armi nucleari: trattati internazionali, meccanismi di verifica, regimi di ispezione e norme condivise sulla responsabilità degli Stati.

La governance che non c'è

Eppure, proprio sul terreno della governance internazionale, il quadro appare oggi profondamente lacunoso. Non esistono convenzioni internazionali vincolanti che vietino o limitino in modo sostanziale l'applicazione militare dell'intelligenza artificiale. Nessun trattato analogo al Trattato di Non Proliferazione nucleare, nessun equivalente della Convenzione sulle armi chimiche, nessuna norma cogente paragonabile alle Convenzioni di Ginevra per le armi autonome.

Quello che esiste, finora, è un insieme di principi dichiarativi, linee guida volontarie e forum multilaterali che, pur producendo documenti importanti, non sono in grado di vincolare il comportamento degli Stati. Il summit Responsible AI in the Military Domain - noto come REAIM - ha ribadito, nella sua edizione più recente, che le iniziative guidate dall'Occidente continuano a privilegiare i principi volontari rispetto alle limitazioni vincolanti. Un approccio che riflette, almeno in parte, la riluttanza delle potenze più avanzate tecnologicamente a rinunciare a vantaggi competitivi che faticano a costruire e che temono di vedersi erodere da concorrenti meno scrupolosi.

La situazione è aggravata da un paradosso strutturale: i Paesi che invocano con più forza la necessità di regole sono spesso gli stessi che, nei fatti, mostrano la minore propensione ad accettare limitazioni vincolanti sui propri programmi di IA militare. Il gap tra la retorica della responsabilità e la realtà degli investimenti e delle dottrine operative è, in questo campo, abissale.

BRICS e Maggioranza Globale: una traiettoria alternativa

La governance dell'IA militare non si gioca soltanto nel perimetro occidentale. Nel quadro dei BRICS e tra i paesi che si riconoscono nella cosiddetta "Maggioranza Globale" - un'espressione che designa l'insieme dei Paesi del Sud del mondo che rifiutano di allinearsi automaticamente alle posizioni di Washington o Bruxelles - si sta delineando una traiettoria alternativa, plasmata da preoccupazioni e priorità profondamente diverse.

Al centro di questa traiettoria vi è il tema della sovranità tecnologica. I Paesi che non partecipano alla frontiera dello sviluppo dell'IA - e sono la grande maggioranza - temono di trovarsi in una condizione di dipendenza strutturale dai sistemi sviluppati negli Stati Uniti, in Cina o in Europa: sistemi che potrebbero incorporare bias, backdoor o logiche di sorveglianza aliene ai loro interessi nazionali. La questione dell'accesso ineguale alle tecnologie avanzate di IA è percepita, in questo contesto, come una nuova forma di imperialismo tecnologico, capace di cristallizzare e amplificare le gerarchie di potere globali esistenti.

Parallelamente, molti di questi Paesi esprimono resistenza a quello che descrivono come un tentativo di monopolizzazione delle norme internazionali sull'IA da parte delle potenze dominanti nel settore. Se sono gli Stati Uniti e i loro alleati a scrivere le regole del gioco - a decidere cosa è "IA responsabile" e cosa non lo è, quali applicazioni militari sono accettabili e quali devono essere vietate - il rischio è che quelle regole riflettano gli interessi e i valori di chi le ha scritte, piuttosto che un consenso genuinamente globale.

Il risultato è una tensione che si ripete regolarmente nei forum internazionali dedicati alla governance dell'IA: da un lato, vari Stati sottolineano la necessità di moderazione e responsabilità collettiva nell'uso militare dell'intelligenza artificiale; dall'altro, le proposte concrete volte a limitare o vietare determinate applicazioni non riescono a raccogliere consenso sufficiente, perché le potenze leader - tanto occidentali quanto non occidentali - trovano sistematicamente ragioni politiche o strategiche per non aderire.

La corsa agli armamenti algoritmici

In questo contesto di governance fragile e tensioni geopolitiche crescenti, lo sviluppo delle capacità militari di IA procede tra tutti i principali attori globali. Stati Uniti, Cina, Russia, ma anche potenze regionali emergenti come India, Israele, Turchia e Corea del Sud stanno investendo massicciamente in sistemi autonomi, in intelligenza artificiale applicata all'intelligence e alla guerra elettronica, in piattaforme di analisi dei dati per usi operativi.

La competizione tecnologica tra Washington e Pechino è particolarmente intensa e si svolge su molteplici fronti simultanei: dalla ricerca sui chip e i semiconduttori avanzati - considerati l'infrastruttura fisica dell'IA - ai modelli di linguaggio di grandi dimensioni, dai sistemi di riconoscimento delle immagini alle piattaforme di comando e controllo autonome. Entrambe le superpotenze hanno compreso che il vantaggio nell'IA militare non riguarda soltanto la capacità di combattere guerre future in modo più efficace: riguarda la deterrenza, la credibilità strategica, il peso nelle negoziazioni diplomatiche e, in ultima analisi, la posizione relativa nell'ordine internazionale.

Questa dinamica competitiva genera una logica di corsa agli armamenti che si auto-alimenta: ciascun attore percepisce l'investimento dell'avversario come una minaccia che richiede una risposta, e ciascuna risposta diventa a sua volta la giustificazione per un ulteriore investimento da parte dell'altro. Un meccanismo già noto dalla storia del nucleare e della guerra fredda, ma che nell'era dell'IA si svolge a velocità molto più elevate e con un perimetro di attori molto più ampio.

Il rischio, in questo scenario, non è necessariamente quello di una guerra convenzionale su larga scala. È piuttosto quello di una destabilizzazione progressiva e strisciante: conflitti a bassa intensità mediati dall'IA, crisi accelerate da processi decisionali algoritmici, incidenti prodotti da sistemi autonomi che nessuno aveva autorizzato esplicitamente ad agire. La storia militare è piena di guerre iniziate per errore, malinteso o escalation non intenzionale. L'IA, con la sua capacità di comprimere i tempi decisionali e di ridurre la presenza umana nella catena di comando, potrebbe moltiplicare questo rischio in modo esponenziale.

Dunque, dove andremo?

L'intelligenza artificiale ha già ridisegnato la mappa della conflittualità globale. Non è un processo che deve ancora avvenire: è un processo in corso, documentato nei teatri operativi reali, istituzionalizzato nelle strategie delle grandi alleanze, incorporato nei budget di difesa delle principali potenze mondiali.

La vera sfida, per governi, istituzioni internazionali e società civile, è costruire un'architettura di governance adeguata alla velocità e alla complessità di questa trasformazione. Un'architettura che sappia coniugare la necessità di sicurezza degli Stati con la tutela dei diritti fondamentali, che garantisca un accesso equo alle tecnologie di IA senza trasformarle in strumenti di dominazione, che stabilisca norme vincolanti sull'uso militare dell'IA senza rinunciare alla supervisione umana nei processi decisionali che riguardano la vita e la morte.

È un compito politico di straordinaria difficoltà, che richiede una volontà di cooperazione internazionale in controtendenza rispetto alle dinamiche di frammentazione e rivalità oggi dominanti. Ma è anche un compito urgente - forse il più urgente dell'agenda diplomatica globale. Perché se la tecnologia corre più veloce della politica, le conseguenze potrebbero essere irreversibili.

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