
Lorenzo Maria Pacini
Belfast è in fiamme, e tra le sue ceneri giace proprio la domanda che l'Europa continua a eludere: vogliamo affrontare le cause, o preferiamo continuare a fare la guardia alla tanica di benzina?
Notti di fuoco
C'è qualcosa di moto potente che sta avvenendo a Belfast, e che potrebbe diventare la dinamite che farà esplodere l'Europa intera.
La città dell'Irlanda del Nord ha conosciuto la stagione più nera dai tempi della pacificazione successiva agli Accordi del Venerdì Santo. Gruppi di manifestanti, in larga parte a volto coperto, hanno bloccato le strade con barricate incendiate, dato alle fiamme automobili, un autobus e abitazioni, scagliato pietre contro gli agenti. Le immagini diffuse e i video disponibili sui social media restituiscono il bilancio di una città ridotta a terrore e cenere, con la rabbia concentrata nelle periferie e tra i giovanissimi, i ragazzi che a malapena hanno vent'anni.
L'episodio che ha fatto da detonatore alla protesta è stato un grave fatto di cronaca verificatosi nei quartieri settentrionali della città, rapidamente trasformato in simbolo di tensioni sociali già presenti da tempo. Secondo la ricostruzione riferita da Al Jazeera, il sospettato è un trentenne sudanese, giunto nel Regno Unito nel 2023 transitando da Parigi e Dublino, titolare di un permesso di soggiorno regolare in qualità di rifugiato. È stato incriminato per tentato omicidio, porto di arma da taglio e minacce di morte; la vittima, un uomo sui quarant'anni, è rimasta gravemente ferita al volto e alla testa, perdendo la vista da un occhio. Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha precisato che l'aggressore non era precedentemente noto alle forze dell'ordine e che, allo stato, l'episodio non è classificato come atto terroristico.
Il salto dalla cronaca nera alla mobilitazione di piazza è stato quasi istantaneo, e si è consumato in larga parte online. Una modalità già nota in Occidente e che fa pensare a qualcosa che va oltre la "semplice" mobilitazione popolare - ma di questo parleremo fra qualche giorno. Come documenta CBS News, su reti chiuse come WhatsApp ha iniziato a circolare una lista di oltre due dozzine di indirizzi presentati come abitazioni di immigrati e delle loro famiglie; su X è comparso un elenco di nomi e recapiti attribuiti ad avvocati e studi legali specializzati in immigrazione, con l'invito ai "patrioti" a farne "quel che credono". La polizia ha definito "totalmente inaccettabile" la diffusione di quegli indirizzi, raccontando le telefonate disperate di famiglie e residenti. I dirigenti del servizio sanitario nordirlandese hanno riferito di personale internazionale troppo intimorito per recarsi al lavoro, e del caso di un'infermiera inseguita da uomini mascherati mentre raggiungeva l'Ulster Hospital.
Sul piano politico, Michelle O'Neill, primo ministro, ha bollato le rivolte come "nient'altro che vile codardia", mentre la deputata Claire Hanna ha parlato apertamente di un "pogrom su base razziale", con gruppi di uomini mascherati a caccia di immigrati porta a porta. Sul versante opposto, leader della destra populista come Nigel Farage e dirigenti unionisti hanno chiesto conto dello status migratorio dell'aggressore, mentre figure di richiamo globale, da Elon Musk a Tommy Robinson, amplificavano il video e gli appelli alla mobilitazione. Il ministro della Giustizia Naomi Long ha sintetizzato la dinamica accusando "attori in malafede" che, prima dei disordini, "avrebbero faticato a trovare Belfast su una mappa", e che hanno deliberatamente spinto la gente in strada.
Caos che alimenta altro caos
Il caos politico regna. Nessuna presa di posizione significativa da parte delle autorità politiche, nessun importante comunicato da Buckingham Palace, per citarne uno, così come regna il silenzio più totale da parte delle agenzie di stampa occidentali, che continuano a tacere su quanto di grave sta avvenendo.
Sarebbe, d'altronde, un errore leggere Belfast come un incidente isolato. La violenza nordirlandese si inserisce in una sequenza che attraversa l'intero arcipelago britannico: i tumulti di Ballymena del 2025, le rivolte seguite nell'estate del 2024 all'uccisione di tre bambine nei pressi di Liverpool, e, appena una settimana prima dei fatti di Belfast, gli scontri di Southampton attorno all'omicidio dello studente Henry Nowak. Amnesty International ha parlato, per i dodici mesi precedenti, di un "anno vergognoso di odio", con oltre duemila episodi a sfondo razzista registrati in Irlanda del Nord, tra i livelli più alti dal 2004.
Gli osservatori accademici interpellati dalla stampa colgono un doppio registro. Da un lato il peso di un ecosistema digitale che amplifica e politicizza in tempo reale ogni episodio di cronaca; dall'altro un radicamento locale preciso: le rivolte divampano nelle aree segnate da deprivazione economica di lungo periodo, disoccupazione e marginalità, dove i giovani uomini che oggi tirano pietre sarebbero stati, in altra epoca, il bacino di reclutamento dei gruppi paramilitari. È la saldatura tra processi storici e ideologici locali e la politica della destra radicale globale a rendere il fenomeno esplosivo, e a proiettarlo ben oltre i confini dell'Ulster.
E qui, se vogliamo, comincia l'analisi che i resoconti di cronaca, per loro natura, si fermano sulla soglia di compiere. La difficoltà a comprendere le contraddizioni legate all'immigrazione - e il fatto che il loro peso ricada anzitutto sui ceti popolari e sui ceti medi proletarizzati, gli sconfitti della globalizzazione neoliberista a trazione occidentale - induce il progressismo benpensante a "montare la guardia al bidone di benzina" dello Stato borghese liberale, distribuendo patenti di moralità senza afferrare la natura dell'esasperazione che monta nelle periferie.
Il punto di partenza è quasi antropologico. L'immigrazione contemporanea non è una fatalità naturale da accettare passivamente, né un fenomeno paragonabile alle migrazioni stagionali di una mandria nella savana o di uno stormo che segue cicli interni. La specie umana ha abbandonato il nomadismo paleolitico con la Rivoluzione Neolitica, circa dieci-dodicimila anni fa; in età moderna gli Stati nazionali hanno progressivamente imposto la stanzialità persino ai nomadi tradizionali - pastori, cacciatori-raccoglitori, e oggi popolazioni come Rom e Sinti - per esigenze di controllo amministrativo, fiscalità e integrazione. L'uomo contemporaneo, insomma, è stanziale: spostare masse di esseri umani non è mai un dato di natura, ma sempre il prodotto di rapporti di forza storici e politici.
Il radical chic liberale - colui che, votando in modo liberale o liberalsocialista, si autoconvince che basti "volersi bene" perché tutto si ricomponga - è tale precisamente perché, in fondo, l'ordine sociale così com'è gli sta bene. Non immagina un altro mondo possibile, ma lo concepisce identico al presente, con qualche correzione minima. Si dice rivoluzionario senza rivoluzione, o riformista senza riforme. Ma la realtà è di un'altra durezza.
Chi di colonialismo ferisce, di colonialismo perisce
Occorre dirlo, al di là delle singole prese di posizioni: l'immigrazione di massa è un problema; essa è certo eredità del passato coloniale dell'Occidente, ma è soprattutto figlia dello sviluppo diseguale del capitalismo nel Sud globale. Il meccanismo è noto: l'indebitamento dei paesi in via di sviluppo attraverso logiche neoliberiste, e di vera e propria usura, spinge quegli Stati - spesso governati da classi dirigenti formate nelle università occidentali, e dunque con una forma mentis da colonizzati - a chiedere ingenti prestiti al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. Prestiti da restituire con interessi elevati, la cui contropartita sono privatizzazioni, smantellamento dei welfare locali, impoverimento crescente.
A ciò si somma l'ingerenza militare nel quadro di un conflitto globale per il mantenimento dell'ordine unipolare contro l'emergere di nuovi soggetti geopolitici. Il sostegno occidentale al rovesciamento di governi patriottici africani e mediorientali, dal 2003 in avanti, ha destabilizzato intere regioni e installato esecutivi asserviti, generando i flussi che oggi premono sulle coste europee. Non si possono promettere a quelle masse - che non sono composte in maggioranza da criminali - i frutti di un "paradiso che non esiste", dal momento che proprio in Occidente, dagli anni Ottanta, si sperimentano le ricette della deindustrializzazione, delle delocalizzazioni nel Sud globale a caccia di manodopera a basso costo, della finanziarizzazione dell'economia e dei tagli alla spesa sociale.
L'immigrazione è un fenomeno padronale. Ridurre il problema ad una questione esclusivamente etnica, o religiosa, o di "deep state" è un errore metodologico che porta con sé enormi conseguenze.
Serve, invece, un mutamento strutturale dei rapporti con il Sud globale e con tutti quei Paesi con cui c'è da secoli un rapporto di subalternità e dipendenza. Il fenomeno migratorio va trattato come una questione di sicurezza e di equilibrio mondiale, che reclama, finché l'Unione Europea esiste, una strategia comune fra tutti i suoi membri, ove la prima urgente esigenza è regolare i flussi nelle forme più idonee, attraverso una seria politica di programmazione, anziché alternare aperture retoriche e chiusure propagandistiche.
La direzione strutturale è probabilmente una sola: investire direttamente nei paesi d'origine dei flussi con politiche di cooperazione allo sviluppo concordate con i governi locali. Gli aiuti economici e il co-sviluppo restano oggi l'unico strumento di fondo per governare le migrazioni e frenare la "fuga dalla disperazione". È, non a caso, la linea adottata dalla Cina popolare di Xi Jinping nel continente africano, che nessuno si azzarda a bollare come "xenofoba". È semplicemente buon senso politico.
Nel frattempo ai cittadini, e a quanti si integrano e rispettano le leggi, vanno date risposte serie di sicurezza nei quartieri, quegli stessi quartieri che la logica neoliberista abbandona a sé stessi, fra tagli alle forze dell'ordine e degrado. Da tutto questo il "politically correct" deve essere estirpato come un morbo pericoloso, perché è esattamente in nome di questa ideologizzazione che si è giunti a politiche migratorie degenerate di cui ora paghiamo le conseguenze.
Le finte politiche di integrazione della sinistra radical chic e la propaganda xenofoba delle destre - di governo e non, che in taluni casi sfiorano l'incitamento alla guerra civile etnica - sono due facce della stessa medaglia: nessuna delle due tocca il livello strutturale, entrambe si limitano a grattare sulla superficie, sulla sovrastruttura, lasciando intatto il meccanismo economico che produce, a monte, sia i flussi sia l'esasperazione di chi li subisce nei quartieri popolari. Forse è una lettura troppo "marxista", diranno alcuni, o forse è semplicemente il tentativo di capire nel profondo un fenomeno che appartiene all'umanità intera e che da sempre, non solo negli ultimi decenni, è vissuto come un vantaggio e come un problema allo stesso tempo.
Belfast brucia, e nelle sue ceneri si legge la stessa domanda che l'Europa continua a eludere: si vogliono affrontare le cause, o si preferisce continuare a montare la guardia al bidone di benzina?