
Stefano Vernole
La pressione occidentale ha costretto Mosca a rompere le dipendenze, sostituire le forniture, sviluppare capacità nazionali e riorientare i propri rapporti economici verso il Sud Globale e l'Asia: ecco perché la strategia atlantista è destinata a segnare il passo.
Secondo il recente rapporto del tedesco Kiel Institute, il Fondo sovrano russo ha asset liquidi pari all'1,8% del PIL rispetto al 6,5% del 2022, mentre i prestiti in sofferenza delle imprese indebitate arrivano all'11%; ciò renderebbe l'economia russa fortemente dipendente dalla Cina: 35% del commercio complessivo di Mosca, che riceverebbe da Pechino il 60% dei propri materiali critici.
La pressione esterna, naturalmente, non è mai scesa negli ultimi anni; la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha sancito che i danni subiti dalle imprese a causa delle controsanzioni russe al regime di embargo imposto da Bruxelles e Washington sono "danni collaterali" necessari per "assicurare la pace nel mondo", confermando che anche per il Vecchio Continente quello ucraino è un conflitto esistenziale (ciò significa che le imprese europee danneggiate non riceveranno alcun indennizzo per le loro perdite).
Nonostante la difficile situazione prospettata dall'establishment atlantico, ci sono ancora diversi settori economici in cui è possibile commerciare tra aziende europee e russe, confrontando nei vari allegati relativi alle sanzioni occidentali le classificazioni doganali dei propri prodotti (analisi merceologica che esclude sicuramente tutti i prodotti dual use) e scorrendo nelle banche dati i soggetti e le società russe penalizzati (quindi da evitare).
Stilando un bilancio complessivo dello stato attuale dell'economia russa, possiamo rilevare che il PIL del Paese supera oggi di circa il 40% quello degli anni Novanta, soprattutto grazie alla crescita del settore dei servizi. La produzione industriale che negli anni Novanta era calata del 50% rispetto al periodo sovietico, oggi ha raggiunto quasi quella del 1990 (il 98% per la precisione) per merito in particolare del settore edile.
L'aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale hanno consentito alla Russia di aumentare fortemente esportazioni ed importazioni: tra il 2008 e il 2025 hanno superato in media del 3,5% quelle degli anni Novanta (+3,6% l'export, +3,4% l'import). L'export di energia ha permesso di sviluppare il settore dei servizi, perchè il Paese ha incamerato quella valuta estera che gli ha consentito di pagare le importazioni.
In caso di difficoltà, per la Russia è necessario mantenere alti i prezzi del petrolio e del gas ma dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz questi dovrebbero calare. Attualmente, il petrolio russo Hurals è venduto sui 60 dollari al barile e potrebbe scendere a 40 in caso di applicazione dello sconto rispetto al Brent di 20 dollari al barile, provocando difficoltà all'economia del Paese.
In effetti, rispetto al 2025, alcuni settori stanno già calando, mentre continuano a crescere quelli legati al complesso militare-industriale.
Alcuni ambienti russi attribuiscono la colpa di questa situazione alla politica monetaria troppo restrittiva della Banca centrale di Mosca, i cui provvedimenti hanno però evitato un'iper inflazione dell'economia e prezzi alle stelle per i consumatori.
La Russia ha certo alcuni problemi legati al budget federale; il rublo forte è un'altra conseguenza della politica adottata dalla Banca centrale, tuttavia il deficit di bilancio può tranquillamente essere finanziato aumentando il debito e mettendo all'asta nuovi titoli di Stato - il debito pubblico russo è molto basso, meno del 20% del PIL.
Se le importazioni nell'ultimo periodo sono leggermente aumentate a causa del rublo più forte, si tratta tuttavia di un'anomalia temporanea; appena la moneta si indebolirà aumenteranno anche le esportazioni russe.
Non bisogna dimenticare che il modello economico-politico del Paese è sostanzialmente ancora quello degli anni Novanta: eccesso di valuta estera, export e fuga di capitali verso l'Occidente nonostante le sanzioni. Al contrario, la componente petrolifera e del gas nel PIL russo che in passato superava il 40% si colloca ora intorno al 23%, mentre la disoccupazione è estremamente bassa.
Il panorama mondiale è notevolmente cambiato rispetto a quei tempi, quando gli Stati Uniti dominavano il commercio e la finanza internazionali tramite il dollaro; se 38 Paesi comminano sanzioni a Russia e Bielorussia, oltre 150 invece non applicano alcuna misura punitiva, consentendo a Mosca un ampio margine di manovra per aggirarle.
Il ventunesimo pacchetto di misure restrittive della Commissione Europea nei confronti della Federazione Russa con implicazioni anche verso la Bielorussia, considera proprio l'evoluzione delle reti di elusione e prevede un ulteriore inasprimento normativo.
La nuova proposta si articola su 4 direttrici strategiche fondamentali:
- Interventi sul comparto Oil & Gas
Il pacchetto introduce misure più stringenti per comprimere i margini di profitto derivanti dalle esportazioni di petrolio russo.
- Allineamento della Bielorussia
L'estensione di restrizioni commerciali speculari mira a neutralizzare la Bielorussia come hub di triangolazione e aggiramento dei divieti di export/import europei.
- Restrizioni alla mobilità delle persone fisiche
Sotto il profilo della sicurezza e della sanzione politica, la proposta introduce il divieto assoluto di ingresso nel territorio dell'Unione Europea per tutti i soggetti che abbiano militato nelle Forze Armate russe a partire dal 2022.
- Contrasto all'elusione finanziaria e tecnologica
Il focus si estende in modo decisivo alle infrastrutture immateriali. Il pacchetto colpisce le piattaforme digitali, i canali fintech e i circuiti legati ai crypto-asset utilizzati per bypassare il congelamento dei beni e i blocchi valutari internazionali.
Con questo nuovo complesso di misure sanzionatorie, al tessuto imprenditoriale europeo si richiede un mantenimento costante e un aggiornamento degli standard di Due Diligence. Sempre più indispensabile la mappatura rigorosa dei flussi, delle filiere produttive e delle controparti contrattuali (Kyc/Kyb), al fine di scongiurare rischi di violazioni, senza dimenticare i pericoli derivanti dai trasferimenti indiretti e dalle attività elusive.
La pressione occidentale ha costretto Mosca a rompere le dipendenze, sostituire le forniture, sviluppare capacità nazionali e riorientare i propri rapporti economici verso il Sud Globale e l'Asia: ecco perché la strategia atlantista è destinata a segnare il passo.