28/06/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #318446

Le bugie hanno le ali, e qualche volta decollano da una base militare italiana

Lorenzo Maria Pacini

La domanda che resta sospesa è semplice e non necessita di acrobazie terminologiche. L'Italia ha autorizzato voli funzionali all'operazione militare americana contro l'Iran ? Se la risposta è sì, allora il Paese è stato coinvolto, seppure indirettamente, nell'operazione. Se la risposta è no, allora qualcuno dovrà spiegare perché il segretario generale della NATO abbia raccontato una versione tanto diversa.

C'è una regola non scritta della politica: una bugia può resistere finché nessuno, tra gli alleati, decide di raccontare la verità. È esattamente ciò che è accaduto al governo Meloni quando, nel tentativo di rassicurare l'opinione pubblica sul ruolo dell'Italia durante l'operazione militare statunitense e israeliana contro l'Iran, si è visto smentire da una fonte che difficilmente può essere liquidata come "disinformata": il segretario generale della NATO, Mark Rutte.

Con una dichiarazione rilasciata a Fox News, Rutte ha affermato che circa cinquecento aerei americani sarebbero decollati dalle basi presenti in Italia nell'ambito del sostegno all'operazione "Epic Fury". Una frase che ha avuto l'effetto di una granata diplomatica. In pochi minuti è crollata la rassicurante narrazione costruita nelle settimane precedenti dal governo italiano, secondo cui il nostro Paese non avrebbe avuto alcun coinvolgimento operativo nel conflitto.

La reazione di Palazzo Chigi è stata tanto rapida quanto nervosa. Giorgia Meloni avrebbe definito "illogiche" le parole del segretario generale della NATO. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto per correggere pubblicamente Rutte, sostenendo che l'Italia avrebbe autorizzato esclusivamente attività "tecniche e logistiche", escludendo qualsiasi attività "cinetica". Ma è proprio questa distinzione, apparentemente raffinata sul piano amministrativo, a trasformarsi nel cuore del problema politico.

Perché la guerra del XXI secolo non si combatte soltanto con chi preme il pulsante che sgancia una bomba. Si combatte con chi rifornisce gli aerei, organizza le rotte, autorizza i decolli, garantisce le infrastrutture e mette a disposizione il proprio territorio. La logistica non rappresenta il contorno dell'azione militare: ne costituisce la struttura portante.

Se un bombardiere parte da una base italiana, viene rifornito, riceve assistenza tecnica o utilizza infrastrutture italiane per sostenere una missione bellica, sostenere che l'Italia non abbia partecipato all'operazione semplicemente perché il velivolo non ha sganciato ordigni direttamente dal nostro territorio equivale a sostenere che il carburante non abbia alcun ruolo nella corsa di un'automobile. È una distinzione formalmente elegante, ma sostanzialmente fragile.

Ancora più delicata è la questione giuridica. Il governo continua a richiamare gli accordi internazionali che disciplinano la presenza delle forze statunitensi in Italia: il NATO SOFA del 1951, l'Air Technical Agreement del 1954, il Bilateral Infrastructure Agreement e i successivi accordi attuativi. Nessuno mette in discussione la loro esistenza. Ma proprio tali accordi non possono trasformarsi in una zona grigia sottratta al controllo democratico.

L'uso del territorio nazionale per sostenere operazioni militari straniere non diventa automaticamente irrilevante soltanto perché previsto da un accordo bilaterale. La sovranità dello Stato italiano non viene sospesa all'ingresso delle basi americane. Al contrario, è proprio quando si utilizzano installazioni presenti sul territorio nazionale per operazioni di rilievo strategico che il Parlamento e i cittadini hanno il diritto di sapere con precisione quali autorizzazioni siano state concesse e quali limiti siano stati fissati.

La replica del Ministero della Difesa, secondo cui sarebbero state autorizzate soltanto attività "non cinetiche", appare allora meno come una smentita e più come una raffinata operazione semantica.

Il nodo politico non consiste infatti nello stabilire se un F-35 abbia sganciato una bomba decollando da Aviano o da Sigonella. Il punto è un altro: quelle basi hanno contribuito oppure no al funzionamento dell'intera macchina militare americana ? Se la risposta è positiva, come sembrerebbero suggerire le dichiarazioni iniziali dello stesso segretario generale della NATO, allora l'Italia è stata parte integrante del dispositivo logistico dell'operazione. E questo è esattamente ciò che il governo aveva lasciato intendere non fosse avvenuto.

A rendere ancora più imbarazzante la vicenda non è tanto l'eventuale utilizzo delle basi, pratica prevista dagli accordi internazionali, quanto il cortocircuito comunicativo che si è prodotto all'interno dell'Alleanza Atlantica. Da una parte il segretario generale della NATO rivendica pubblicamente il contributo italiano come prova della solidarietà tra alleati; dall'altra il governo italiano si affretta a negarlo davanti alla propria opinione pubblica. È una scena surreale. Gli alleati cercano di dimostrare a Donald Trump che l'Europa ha collaborato. Roma cerca invece di convincere gli italiani del contrario. Entrambe le versioni non possono essere vere contemporaneamente.

La successiva rettifica della NATO, arrivata attraverso un funzionario dell'Alleanza, appare più come un intervento di pronto soccorso diplomatico che come una vera smentita. Il chiarimento non cancella infatti il dato essenziale: qualcuno, ai massimi livelli dell'Alleanza, ha ritenuto assolutamente naturale includere anche l'Italia tra i Paesi che hanno sostenuto l'operazione.

Il danno politico, ormai, era già stato prodotto. Le opposizioni hanno colto immediatamente la contraddizione, chiedendo chiarimenti urgenti in Parlamento. Ma il problema supera ormai la normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Qui è in gioco la credibilità internazionale del governo.

Ogni crisi internazionale impone inevitabilmente una certa dose di riservatezza. Nessuno pretende che Palazzo Chigi divulghi informazioni operative classificate. Tuttavia esiste una differenza sostanziale tra il mantenere il riserbo e costruire una rappresentazione politica che rischia di essere smentita dagli stessi partner internazionali. La fiducia nelle istituzioni si fonda proprio su questo equilibrio. Quando invece il linguaggio burocratico diventa uno strumento per trasformare una partecipazione logistica in una presunta estraneità politica, il confine tra comunicazione istituzionale e propaganda diventa pericolosamente sottile.

La domanda che resta sospesa, quindi, è semplice e non necessita di acrobazie terminologiche. L'Italia ha autorizzato voli funzionali all'operazione militare americana contro l'Iran ? Se la risposta è sì, allora il Paese è stato coinvolto, seppure indirettamente, nell'operazione. Se la risposta è no, allora qualcuno dovrà spiegare perché il segretario generale della NATO abbia raccontato una versione tanto diversa.

In entrambe le ipotesi, il governo esce profondamente indebolito. Perché nelle crisi internazionali le bugie, come gli aerei militari, possono anche decollare rapidamente. Il problema è che, prima o poi, devono sempre atterrare. E quando lo fanno, il rumore è impossibile da ignorare.

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