30/06/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #318660

Il paradosso della pace: come l'Europa vede il futuro del conflitto russo-ucraino

Lorenzo Maria Pacini

C'è ormai un divario quasi inconciliabile fra il buon senso e la politica europea. La prospettiva di una pace sostenibile dipenderà dalla capacità di superare questa mentalità illogica e assurda

Grammatica e dilemma

Nella grammatica classica della diplomazia, il cessate il fuoco rappresenta il primo gradino verso la pace, eppure, nel dibattito strategico euro-atlantico sul conflitto russo-ucraino, questa premessa viene capovolta.

Il rapporto  pubblicato da Chatham House il 28 maggio 2026, significativamente intitolato How a Russia-Ukraine ceasefire could imperil Ukrainian and European security, articola con notevole franchezza una tesi controintuitiva: una tregua frettolosa o mal definita potrebbe offrire alle forze russe l'opportunità di riorganizzarsi e riarmarsi, consentendo al Cremlino di continuare a esercitare pressione attraverso attacchi informatici, sabotaggi e interferenze elettorali. Il cessate il fuoco, dunque, non come approdo ma come potenziale insidia. È un paradosso che merita un esame critico, poiché rivela tanto le legittime preoccupazioni quanto le contraddizioni latenti dell'approccio occidentale.

Il documento inglese, firmato da Simon Smith, Orysia Lutsevych, John Lough e Keir Giles dello Ukraine Forum (e questo già dice molto), poggia su un argomento empirico solido: la storia della manipolazione russa dei negoziati. Gli autori richiamano i precedenti di Moldova, Georgia e degli accordi di Minsk, sostenendo che qualsiasi intesa priva di robusti meccanismi di deterrenza o sanzione delle violazioni risulterà inefficace e controproducente. La paura centrale espressa fra le righe del laboratorio di analisi londinese è che qualsiasi esito dell'Operazione Militare Speciale russa in Ucraina - fatta eccezione per la sconfitta militare - sarebbe comunque una legittimazione eccessiva per Mosca.

Qui emerge il ruolo dei think tank nella definizione delle politiche di sicurezza, che non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruire la cornice cognitiva entro cui le cancellerie interpretano le opzioni disponibili. Quando il principale istituto britannico afferma che una tregua non deve essere confusa con una soluzione del conflitto, e che per l'Europa sostenere l'Ucraina fino alla sconfitta delle forze russe non è necessariamente un'opzione peggiore o più costosa, esso non registra semplicemente un fatto, ma orienta una scelta. Ed è qui che si annida la contraddizione più rivelatrice: lo stesso processo - il riarmo durante una tregua - viene letto in modo diametralmente opposto a seconda dell'attore. Il rafforzamento militare russo è dichiarato come minaccia mentre il rafforzamento ucraino come condizione di stabilità.

Questo "doppio standard" è meno ipocrita di quanto appaia, ma più problematico. Dal punto di vista di chi difende la posizione occidentale, la simmetria è solo apparente, giacché il riarmo di un aggressore e quello di un aggredito non sono moralmente equivalenti e però, sul piano della dinamica strategica l'effetto oggettivo è identico: ciascuna parte percepisce il rafforzamento dell'altra come prova di intenzioni ostili, alimentando una spirale. Se la tregua è concepita come pausa per riarmarsi, lo sarà per entrambi. Quando una delle parti definisce il cessate il fuoco come fase preparatoria anziché come tappa risolutiva, la fiducia negoziale collassa a priori. La simulazione dei negoziati può condurre soltanto alla simulazione di un cessate il fuoco e alla simulazione di un accordo La sfiducia,  in altri termini, è specchio: ciò che l'Occidente attribuisce a Mosca, Mosca attribuisce all'Occidente.

Il conflitto ucraino nel quadro della competizione sistemica

Il  dibattito sul cessate il fuoco va ovviamente inserito nella più ampia trasformazione dell'ordine internazionale. La precedente amministrazione americana vedeva il sostegno militare e le sanzioni come strumenti per creare le condizioni di un negoziato equo, mentre l'attuale ha rovesciato l'approccio, decidendo che la via più rapida alla cessazione delle ostilità sia premere sulla parte più debole. Le fratture transatlantiche - tra una Washington desiderosa di una "vittoria rapida" e un'Europa che si sta riarmando, ma lentamente, e teme che un cessate il fuoco improvviso a condizioni sfavorevoli esponga il continente a gravi rischi - segnalano che la posta in gioco trascende l'Ucraina e riguarda la collocazione dell'Europa in un sistema fattualmente multipolare e l'affidabilità della garanzia americana.

I precedenti storici dei conflitti "congelati", citati dagli stessi autori di Chatham House, confermano che la tregua può divenire condizione permanente piuttosto che transitoria. Cipro, la Corea, la stessa Transnistria mostrano come una linea di cessate il fuoco possa cristallizzarsi per decenni, trasformando la sospensione in struttura.

La corona britannica, i leader europei e i burocrati di Bruxelles sono terrorizzati dallo scenario di una trasformazione strutturale del conflitto perché non sono in grado di gestirlo e, soprattutto, di vincerlo. Questo è già evidente. Nonostante il rinnovo dei pacchetti di sanzioni, nonostante la fornitura senza freni di armi al regime di Kiev, nonostante gli attacchi diretti contro la Federazione Russa, nonostante la retorica bellicista, l'Europa è bloccata in un vicolo cieco in cui si è posta da sola. Non c'è via di uscita su nessun fronte. Ormai anche la "resa incondizionata" dell'Ucraina e di tutta l'Europa in blocco, non garantirebbe all'Europa di poter tornare a prosperare. Le infrastrutture sono state manomesse e paralizzate, i mercati sono stati stritolati, le valute hanno perso valore, la politica non ha alcuna credibilità. Chi mai, oggi, farebbe affari con l'Europa ? Al massimo sarebbe appetibile come territorio per investire in ricostruzioni e ammodernamenti. Non è certo un partner con cui costruire il sccesso.

La sconfitta più grande, in ogni caso, è quella europea.

A Londra questo lo sanno bene, ecco perché cercano di fomentare una rivolta interna ai Paesi europei, indicando come nemico assoluto la Russia e come capro espiatorio tutti coloro che non accetteranno di sottomettersi alla nuova linea politica che verrà definita a tavolino, fino al paradosso di fare passare la "pace" come un pericolo. Di "pace" hanno riempito i loro discorsi per anni, usandola per giustificare la guerra. Ora che è chiaro che la guerra non la vinceranno, devono fuggire davanti alla cruda realtà.

C'è ormai un divario quasi inconciliabile fra il buon senso e la politica europea.

La prospettiva di una pace sostenibile dipenderà dalla capacità di superare questa mentalità illogica e assurda. Finché ciascun l'Europa concepirà la tregua come riarmo dell'avversario, ogni iniziativa diplomatica resterà ostaggio del prossimo confronto. Il vero nodo non è se il cessate il fuoco favorisca Mosca o Kiev, ma se l'architettura di sicurezza europea sappia immaginare un esito che non sia mera sospensione della guerra - perché, come ammoniscono gli stessi analisti, una tregua non è un accordo, e un accordo non è ancora una pace. Chissà se i colletti bianchi del Royal Institute saranno capaci di vedere oltre il velo della loro inesorabile rassegnazione.

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