08/07/2026 strategic-culture.su  13min 🇮🇹 #319455

 Est-ce que l'Otan européenne va accoucher après le sommet de l'alliance en Turquie ?

Tutto pronto per la « Nato Mediorientale »

Lorenzo Maria Pacini

Riusciranno gli Stati Uniti a creare un'altra alleanza aggressiva per salvaguardare il proprio impero ormai in declino?

Certe idee non muoiono mai

Esiste, nella storia delle architetture securitarie del Vicino e Medio Oriente, un'idea che riemerge con regolarità ciclica, quasi fosse un fantasma destinato a non trovare mai sepoltura definitiva: quella di una "NATO mediorientale", ovvero di un'alleanza militare regionale modellata sulla falsariga del Patto Atlantico, dotata di una clausola di difesa collettiva analoga all'articolo 5 e capace di stabilizzare, sotto egida statunitense, l'arco di crisi che va dal Maghreb al Golfo Persico. È un'idea che torna, come è stato notato, ogni qual volta la regione attraversa una crisi securitaria acuta, e che puntualmente si infrange contro la realtà delle rivalità intra-regionali, della diffidenza reciproca e dell'assenza di una percezione condivisa della minaccia.

Diverse sono le diverse declinazioni proposte in questi anni - la "NATO araba", la "NATO islamica", la "NATO-2" turcocentrica, l'"Alleanza abramitica" a guida israeliana - e leggendone le più recenti riproposizioni alla luce del  Vertice NATO di Ankara 2026 e della guerra israelo-statunitense contro l'Iran del 2026, cerchiamo di capire cosa c'è dietro la pluralità delle formule e quale sia la vera funzione strategica, ovvero il prolungamento dell'egemonia atlantica nella regione attraverso strumenti di regionalizzazione della sicurezza, che ne esternalizzano i costi senza alterarne i fini. Da qui la necessità, per gli attori del campo multipolare, di distinguere con cura fra cooperazione securitaria autentica e cavallo di Troia egemonico. Ma andiamo per punti.

Dalla MESA all'Alleanza abramitica

La prima formalizzazione contemporanea del progetto risale alla prima amministrazione Trump, quando Washington annunciò la costituzione di una Middle East Strategic Alliance (MESA), prontamente  ribattezzata dagli osservatori "NATO araba". Quasi nessuno se la ricorda, ma sotto sotto i funzionari americani hanno portato avanti il progetto diligentemente. Sotto la guida statunitense, l'alleanza avrebbe dovuto proteggere la regione dalla duplice minaccia dell'espansionismo sciita-iraniano e del jihadismo di matrice sunnita. Il progetto, tuttavia, non andò da nessuna parte, naufragando contro le divergenze fra le stesse monarchie del Golfo e contro l'irrisolto nodo palestinese.

L'idea fu rilanciata nel 2022, quando il re Abdullah II di Giordania dichiarò pubblicamente che sarebbe stato fra i primi a sostenere una " NATO mediorientale", precisando però che la dichiarazione di missione avrebbe dovuto essere molto chiara". La novità, allora, era la prospettiva di una cooperazione israelo-araba: una difesa aerea e missilistica integrata contro il programma balistico e dei droni iraniani, sostenuta da Washington e cementata dalla cornice degli Accordi di Abramo. Già nel marzo di quell'anno, funzionari militari di Bahrein, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati e Israele si erano riuniti in segreto in Egitto per discutere una possibile alleanza di difesa aerea.

Eppure anche questo tentativo rivelò i propri limiti strutturali. Un'alleanza autentica avrebbe richiesto un impegno tipo articolo 5 dell'Accordo NATO da parte degli Stati Uniti, che difficilmente il Congresso avrebbe ratificato e, soprattutto, i leader arabi si mostrarono riluttanti a unirsi pubblicamente a Israele in quello che sarebbe stato, di fatto, un fronte militare anti-iraniano. Anwar Gargash, consigliere diplomatico della presidenza emiratina, definì la "NATO mediorientale", un concetto meramente teorico, precisando che gli Emirati non avrebbero aderito ad alcuna alleanza che concepisse lo scontro come direzione. La diffidenza reciproca fra le capitali del Golfo, e l'inserimento di Israele nell'equazione complicarono, ulteriormente un disegno già fragile.

La declinazione più recente e ideologicamente carica di questa linea è l'"Alleanza abramitica" proposta da Benjamin Netanyahu nel discorso al Congresso degli Stati Uniti del 24 luglio 2024: un'alleanza composta da Israele, Stati Uniti e Paesi arabi dipendenti dai due, costruita attorno alla narrazione secondo cui "i nostri nemici sono i vostri nemici", e ovviamente l'Iran era la radice di tutto il male del mondo. Non è difficile capire come la proposta israeliana sia la versione più esplicitamente egemonica del progetto: non una cornice di sicurezza cooperativa fra pari, ma un dispositivo di subordinazione del mondo arabo all'asse Washington-Tel Aviv, presentato sotto le spoglie ecumeniche della comune discendenza abramitica. Il sogno erotico di Israele.

Nel 2026 qualcosa è cambiato

La guerra israelo-statunitense contro l'Iran del 2026 ha riportato la questione al centro dell'agenda, perché qualcosa è cambiato rispetto al passato: gli intercettori antimissile della NATO hanno abbattuto, nel marzo 2026, diversi missili balistici nello spazio aereo turco che Ankara attribuiva a lanci iraniani - uno dei quali esploso nei pressi della base aerea di Incirlik - mentre droni provenienti dal Libano, ricondotti a Hezbollah, colpivano una base britannica a Cipro. La vulnerabilità del fianco meridionale dell'Alleanza è apparsa con nettezza inedita, dimostrando che il perimetro di sicurezza che tutti credevano invalicabile, non lo era più.

Sul piano diplomatico, la guerra si è conclusa - almeno provvisoriamente - con il Memorandum d'intesa siglato tra Washington e Teheran sotto la mediazione di Islamabad. Si tratta di una tregua di sessanta giorni dalla fragilità strutturale, una sorta di interludio tattico più che l'inizio di una pace duratura, che lascia sufficientemente intatta la capacità balistica iraniana ed esclude dal tavolo attori chiave come Israele e le monarchie del Golfo, per le quali l'intesa è percepita come pericolosa. È precisamente in questo vuoto che il progetto di un'architettura securitaria regionale trova nuova linfa. Se non ora, quando?

Non sorprende, dunque, che l'ex primo ministro qatariota Hamad bin Jassim abbia rilanciato pubblicamente l'idea di un'alleanza militare del Golfo modellata sulla NATO, con l'Arabia Saudita nel ruolo di perno, esortando le monarchie a costruire immediatamente una base industriale militare ed elettronica avanzata. Né sorprende che, parallelamente,  prenda corpo l'ipotesi di una "NATO islamica" imperniata su un quartetto Turchia-Pakistan-Arabia Saudita-Egitto, in cui ciascuno apporterebbe una dotazione complementare: la Turchia il proprio comparto della difesa con droni e mezzi navali, il Pakistan un deterrente nucleare operativo, l'Arabia Saudita la potenza finanziaria ed energetica e l'influenza religiosa, l'Egitto la profondità strategica e la massa di manovra dell'esercito. Un disegno suggestivo che, tuttavia, sconta gli stessi limiti dei suoi predecessori: differenti valutazioni della minaccia, assenza di istituzionalizzazione, debolezza economica e instabilità interna. Per il momento, più un meccanismo fluido di consultazione che un'alleanza formale, esposto al rischio storico già patito dal Patto di Baghdad degli anni Cinquanta.

Il Vertice di Ankara e la strategia del vicinato meridionale

L'attore che più di tutti vuole da tempo questa struttura di sicurezza è scuramente la Turchia.

Il 36° Vertice NATO, ospitato da Ankara il 7-8 luglio 2026, offre la cornice istituzionale entro cui leggere la riproposizione del progetto. La Turchia accoglierà i capi di Stato e di governo dei 32 Paesi membri, insieme a numerosi leader invitati, quasi cento ministri e migliaia di ospiti stranieri, con un dispositivo di sicurezza di oltre cinquantaseimila unità. A margine del Vertice è previsto un fitto programma di eventi collaterali - dal Vertice dei Parlamentari NATO a Dolmabahçe al workshop SAM-Chatham House, fino al format NATO Allies in Ankara co-organizzato con la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza e la SETA - che testimoniano l'ambizione turca di proiettarsi, come ha rivendicato la presidenza della comunicazione di Ankara, dalla periferia al centro dell'Alleanza.

Sul piano dottrinale, il think tank atlantista per eccellenza -  l'Atlantic Council - individua nel Vertice di Ankara l'occasione per rilanciare l'impegno della NATO verso il proprio "vicinato meridionale", definito dal comunicato di Vilnius del 2023 come l'insieme di Medio Oriente, Nord Africa e Sahel. Le quattro raccomandazioni avanzate sono rivelatrici della logica sottesa: rafforzare il dialogo securitario con i partner regionali elevando a livello ministeriale il Dialogo sul Vicinato Meridionale inaugurato a Napoli nel 2025; fornire capacità integrate di difesa aerea e contro-droni sul modello dell'operazione Eastern Sentry; estendere la sicurezza marittima nel Mediterraneo tramite l'operazione Sea Guardian, includendovi la protezione delle infrastrutture critiche e dei colli di bottiglia come lo Stretto di Hormuz; e potenziare l'azione anti-terrorismo, financo prospettando una missione di addestramento in Siria.

Per Erdogan e i suoi la cooperazione fra NATO e partner del Golfo viene rilanciata a gonfie vele.

Il fronte su cui ricostruire la partnership è quello degli attori armati non-statali nella regione MENA: dalla difesa aerea alla sicurezza marittima, dal contrasto ai traffici illeciti alla sicurezza delle frontiere. La proposta più concreta è quella di un format 6+6 - sei Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo e sei membri NATO volontari (ad esempio Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania, Spagna o Grecia, con Cipro come facilitatore), a presidenza annuale rotante - modellato sull'Iniziativa di Difesa 5+5 del Mediterraneo occidentale. Una formula deliberatamente agile, pensata per aggirare la riluttanza di Arabia Saudita e Oman ad aderire direttamente a un programma NATO, ancorandola al Centro Regionale NATO-ICI di Kuwait City.

Bisogna, per onestà, ricordare che  l'ossatura istituzionale di questa cooperazione esiste da oltre vent'anni. L'Iniziativa di Cooperazione di Istanbul (ICI), lanciata al Vertice NATO del 2004, raccoglie quattro monarchie del Golfo - Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati - mentre Arabia Saudita e Oman partecipano solo ad attività selezionate. A vent'anni di distanza, però, il bilancio è ambivalente, perché l'ICI è stata plasmata più dalla ricerca di ritorni politici e simbolici che da risultati concreti nel settore della sicurezza, scontando un fraintendimento di fondo circa il ruolo delle forze armate negli Stati del Golfo e la limitata disponibilità delle leadership locali a impegnarsi seriamente in una riforma del settore securitario. La cooperazione NATO-Golfo segue, per necessità, un approccio "dal basso", fatto di interoperabilità tecnica e condivisione di buone pratiche proprio per aggirare gli stalli della "alta politica".

La "NATO-2" turcocentrica e l'ambiguità di Ankara

Una  declinazione peculiare del progetto - la "NATO 2.0" - è stata teorizzata in chiave rovesciata, ossia come strumento per espellere de facto la Turchia dall'Alleanza atlantica. La tesi, formulata da Daniel Pipes e ripresa nel dibattito turco, muove dalla constatazione che il Trattato di Washington del 1949 non contempla alcun meccanismo di sospensione o espulsione di un membro. Poiché l'espulsione richiederebbe l'unanimità, che è molto difficile da raggiungere, la via alternativa sarebbe la costituzione di una NATO 2.0 senza Ankara, fondata sul presupposto che la Turchia, deviando dai principi di democrazia, libertà individuale e Stato di diritto, avrebbe configurato una violazione sostanziale ai sensi dell'articolo 60 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, tale da legittimare la sospensione delle relazioni con il membro inadempiente.

L'argomento, al di là del suo tecnicismo giuridico, rivela una tensione strutturale: la Turchia è simultaneamente indispensabile e ingombrante per l'Alleanza. Indispensabile, perché controlla gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, cerniera fra Mediterraneo e Mar Nero, fra Europa e Medio Oriente, e perché è il membro più direttamente esposto all'instabilità del vicinato meridionale. Ingombrante, perché la sua postura neo-ottomana e multivettoriale (troppo vicina a Mosca e troppo prudente con Israele) la rende un alleato solo a parole, troppo incerta nei fatti.

Questa ambiguità si traduce in una doppia natura del progetto "NATO mediorientale" nella sua variante turca. Da un lato, Ankara aspira a porsi come ponte fra l'Alleanza e il Sud, riproponendo il ruolo che già svolse nel 2004 con l'Iniziativa di Istanbul, e a rivendicare una centralità nuova; dall'altro, proprio la sua collocazione la espone al rischio di essere usata come prezzo da pagare nei grandi negoziati fra potenze. Ricordiamo anche che sottrarre la Turchia all'Alleanza atlantica è, da anni, un'ambizione ribadita fra le stanze del Cremlino di Mosca, così da indebolire in un colpo solo l'esercito NATO e la presa statunitense sul Mediterraneo e sul Medio Oriente.

Cooperazione autentica o cavallo di Troia?

Giunti a questo punto, è possibile tirare le fila. Le diverse formule di questa "nuova NATO" non sono varianti neutre di un medesimo progetto tecnico, ma articolazioni di una stessa posta in gioco egemonica. La domanda dirimente post all'inizio resta valida: e se si trattasse di una trappola ? Se l'obiettivo dichiarato - la difesa collettiva contro l'Iran, o contro l'entità sionista - fosse in realtà un cavallo di Troia destinato a frammentare la NATO stessa o destabilizzare l'intera regione ulteriormente?

La distinzione fondamentale corre lungo l'asse dell'autorità e della coerenza. La proposta turca di un'Alleanza islamica, per quanto suggestiva, sconta l'inconsistenza della leadership turca rispetto alla somma del mondo islamico: troppa incertezza, troppa instabilità, e l'ombra mai del tutto dissolta della NATO che continua ad aleggiare su Ankara nonostante i proclami. Erdogan non possiede alcuna autorità in materia di fede, è un politico, non una guida religiosa. La proposta sciita avanzata più di un anno fa dalla Guida Suprema iraniana, l'allora ayatollah Ali Khamenei - di unire l'Islam, sunnita e sciita, attorno alla causa di Gerusalemme e alla liberazione della Terra Santa - appare in questa prospettiva più plausibile e religiosamente più autorevole, proprio perché non passa attraverso le strutture atlantiche, ma le contesta. La differenza non è di forma, ma di natura, un'alleanza autenticamente islamica, o autenticamente multipolare, deve essere svincolata dalla tutela di quegli stessi attori - Washington, Londra, Tel Aviv - che ne sarebbero il bersaglio dichiarato.

Vi è poi un dato di fondo, che la stessa stampa occidentale non nasconde: persino le raccomandazioni dell'Atlantic Council sul Vertice di Ankara devono fare i conti con la 2026 National Defense Strategy statunitense, secondo cui gli alleati europei dovrebbero concentrare sforzi e risorse sull'Europa, mentre Washington riorienta il proprio baricentro verso l'Indo-Pacifico e l'emisfero occidentale. La regionalizzazione della sicurezza mediorientale, in altri termini, è anche e soprattutto un'operazione di esternalizzazione dei costi, dove gli Stati Uniti chiedono ai partner regionali di farsi carico di un onere che Washington non intende più sostenere in prima persona, pur conservandone il comando e l'indirizzo strategico. Ora capite a cosa serviva la richiesta insistente di alzare al 3 o 3,5% la spesa militare del proprio PIL.

Da una prospettiva multipolare, "NATO mediorientale" nelle sue molteplici incarnazioni va letta come l'ennesimo tentativo di rivestire di multilateralismo regionale una struttura sostanzialmente unipolare. Il vero discrimine, per gli attori che aspirano a un ordine policentrico non sta nel respingere ogni cooperazione securitaria, bensì nel rifiutare quelle architetture che, dietro la promessa della sicurezza collettiva, riproducono la dipendenza dal centro atlantico. Non ha senso delegare la sicurezza della regione a chi l'ha sempre voluta frammentata.

Le rivalità intra-regionali, la diffidenza delle monarchie del Golfo verso ogni schieramento pubblico al fianco di Israele, l'inaffidabilità percepita della garanzia statunitense, l'ambiguità strutturale della Turchia e - non da ultimo - la riluttanza di Washington a impegnarsi in un articolo 5 mediorientale, continuano a sbarrare la strada a un'alleanza piena.

Eppure qualcosa sta nascendo. Ciò che resta praticabile è una cooperazione dal basso, incrementale e non vincolante, lontana dalla NATO che il nome evoca. Se così non sarò, ci troveremo ad avere l'ennesimo spaventapasseri per la tutela imperiale occidentale.

 strategic-culture.su