19/07/2026 strategic-culture.su  8min 🇮🇹 #320578

Hondurasgate, la prova della nuova offensiva imperialista contro l'America Latina

Giulio Chinappi

Il caso Hondurasgate illumina la trama di ingerenze, manipolazioni mediatiche e operazioni politiche transnazionali che accompagnano la restaurazione reazionaria in America Latina. Dall'Honduras al Perù e alla Colombia, la destra continentale agisce come terminale dell'imperialismo nordamericano.

Salito alla ribalta delle cronache in queste settimane, l'Hondurasgate non è un semplice scandalo di intercettazioni da consumare nel ciclo rapido dell'informazione internazionale. È, piuttosto, la conferma di quanto era  già emerso con chiarezza all'indomani delle elezioni honduregne dello scorso 30 novembre: il Paese centroamericano è stato trasformato in un laboratorio della nuova offensiva imperialista contro l'America Latina, una piattaforma politica, mediatica e strategica attraverso cui le forze reazionarie locali, sostenute da Washington e da reti internazionali della destra globale, mirano a neutralizzare ogni esperienza di sovranità, redistribuzione sociale e integrazione multipolare.

Il cosiddetto Hondurasgate nasce dalla pubblicazione, tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, di una serie di registrazioni attribuite all'ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández e ad altri esponenti politici della regione. Secondo le inchieste diffuse da Diario Red, Canal Red e dal portale Hondurasgate, i materiali rivelerebbero una rete di influenza politica, disinformazione e coordinamento internazionale nella quale compaiono, a vario titolo, figure legate a Donald Trump, al governo israeliano di Benjamin Netanyahu, al presidente argentino Javier Milei e al nuovo presidente honduregno Nasry Asfura, vincitore delle elezioni di novembre. Le ricostruzioni parlano di trentasette audio, provenienti da conversazioni su WhatsApp, Signal e Telegram, registrati tra gennaio e aprile e sottoposti, secondo i promotori dell'inchiesta, ad analisi forense tramite il software Phonexia Voice Inspector. La loro autenticità resta oggetto di contestazione politica e mediatica, poiché Hernández ha negato che si tratti della sua voce; tuttavia, anche i media che hanno trattato il caso con maggiore prudenza riconoscono che lo scandalo ha aperto una questione politica di enorme portata.

Il contenuto politico delle registrazioni, per come è stato finora ricostruito, è gravissimo, in quanto rivela un piano per riabilitare Juan Orlando Hernández dopo l'indulto concesso da Donald Trump, ma anche la creazione di una struttura mediatica con base negli Stati Uniti destinata a produrre campagne di disinformazione contro i governi progressisti della regione, in particolare quelli di Claudia Sheinbaum in Messico, Gustavo Petro in Colombia e, più in generale, contro le forze popolari honduregne legate all'esperienza di Xiomara Castro e del Partito Libre. In una delle intercettazioni pubblicate, Hernández avrebbe discusso con Nasry Asfura della necessità di finanziare una "cellula informativa" operante dagli Stati Uniti, così da sottrarre l'operazione alla tracciabilità diretta in Honduras. Altri passaggi attribuiti alle registrazioni evocano l'appoggio di settori repubblicani vicini a Trump e un presunto contributo finanziario di Javier Milei pari a 350.000 dollari.

Anche adottando la cautela necessaria davanti a materiali che dovranno essere verificati in ogni sede tecnica e giudiziaria, il quadro politico è già eloquente. L'Hondurasgate, del resto, esplode pochi mesi dopo un'elezione honduregna segnata dall'intervento pubblico di Donald Trump, dal suo sostegno esplicito a Nasry Asfura e dall'indulto a Juan Orlando Hernández, ex presidente condannato negli Stati Uniti a quarantacinque anni di carcere per narcotraffico e reati legati alle armi. La stessa stampa internazionale ha ricordato che Asfura fu proclamato vincitore con un margine molto risicato, ovvero con un vantaggio di meno di un punto percentuale rispetto al suo rivale progressista Salvador Nasralla, mentre il processo di revisione di tutte le schede contestate non era ancora stato completato. Per queste ragioni, il rappresentante legato al partito della presidente uscente Xiomara Castro rifiutò di riconoscere il risultato e parlò apertamente di "golpe elettorale".

Quella denuncia, avanzata allora da Rixi Moncada, da Marlon Ochoa, da Manuel Zelaya e da diversi settori sociali honduregni, trova oggi ulteriori conferme. Nel dicembre 2025, la sinistra honduregna denunciava un colpo di mano elettorale fondato sulla manipolazione tecnica del processo, sulla pressione psicologica esercitata attraverso il ricatto delle rimesse e sulla minaccia economica statunitense. Oggi, l'Hondurasgate aggiunge un ulteriore tassello: la possibilità che l'operazione honduregna non fosse soltanto finalizzata a consegnare il governo a un candidato gradito a Washington, ma anche a trasformare l'Honduras in una base avanzata della guerra politica e mediatica contro l'intero arco progressista latinoamericano.

Il caso Hernández, in particolare, resta il simbolo più brutale dell'ipocrisia nordamericana. L'ex presidente honduregno, presentato per anni come alleato degli Stati Uniti nella lotta al narcotraffico, è stato condannato dalla stessa giustizia statunitense per avere contribuito all'importazione di enormi quantità di cocaina negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia annunciò nel giugno 2024 una condanna a 540 mesi di carcere, pari a quarantacinque anni, per cospirazione finalizzata all'importazione di cocaina e reati collegati alle armi. Eppure, alla vigilia del voto honduregno, Trump decise di graziarlo, presentando la condanna come una persecuzione politica. Questo atto ha mostrato in modo lampante che la cosiddetta "guerra alla droga" non è mai stata un principio coerente, ma uno strumento di selezione politica: i governi non allineati vengono accusati, minacciati, sanzionati o destabilizzati in nome della lotta al narcotraffico; gli alleati utili, anche quando condannati per reati gravissimi dalla stessa giustizia statunitense, possono invece essere riabilitati se servono al disegno geopolitico del momento.

L'Hondurasgate, in questo senso, rivela una continuità fra il golpe elettorale del 2025 e la restaurazione reazionaria del 2026. Di fronte a tali evidenze, Nasry Asfura non appare come un semplice presidente conservatore eletto in una contesa ordinaria, ma come il beneficiario politico di una convergenza fra oligarchia locale, apparati mediatici, reti religiose e settori dell'estrema destra internazionale. Il fatto che Trump avesse pubblicamente sostenuto Asfura, arrivando a dichiarare che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato il governo honduregno solo in caso di sua vittoria, non può essere derubricato a opinione personale. Era un messaggio di potenza, un avvertimento al popolo honduregno e la riaffermazione della vecchia logica secondo cui l'America Centrale resta il cortile di casa degli Stati Uniti.

La novità non sta nella sostanza dell'ingerenza, che appartiene alla storia stessa dell'imperialismo statunitense nella regione, ma nelle sue forme aggiornate. Non siamo più soltanto davanti ai colpi di Stato militari classici, anche se l'ombra del 2009 in Honduras resta ancora presente. Siamo piuttosto davanti a un sistema ibrido, che combina pressione diplomatica, ricatto economico, controllo delle piattaforme digitali, produzione di notizie false, uso selettivo della giustizia, finanziamento opaco di reti mediatiche e manipolazione dei processi elettorali. L'obiettivo, tuttavia, resta lo stesso: impedire che i popoli latinoamericani scelgano liberamente modelli politici orientati alla sovranità nazionale, alla giustizia sociale e alla cooperazione con poli alternativi all'egemonia occidentale.

Mentre le elezioni in Perù e Colombia, proprio come avvenuto in Honduras a novembre, hanno visto nuove vittorie delle forze reazionarie e filoimperialiste con margini molto ridotti, l'Hondurasgate conferma che la riconquista dell'America Latina da parte delle destre non avviene soltanto attraverso le urne, ma attraverso la deformazione preventiva del terreno elettorale. Si lascia formalmente in piedi il voto, ma si altera tutto ciò che lo circonda: l'informazione, la paura, il finanziamento, la credibilità delle istituzioni, la percezione della sicurezza, il rapporto con gli Stati Uniti, la minaccia di sanzioni, l'accesso alle rimesse. Così la democrazia viene svuotata dall'interno e trasformata in un meccanismo di ratifica degli interessi dominanti.

Il nuovo volto della Dottrina Monroe non ha sempre bisogno dei marines. Ha bisogno di algoritmi, audio filtrati, campagne coordinate, opinionisti, think tank, ambasciate, ricatti finanziari e candidati disposti a presentarsi come amministratori locali dell'ordine imperiale. L'Hondurasgate mostra la metamorfosi dell'interventismo nordamericano: meno appariscente rispetto alle occupazioni militari del passato, ma non meno violento nelle sue conseguenze politiche. La sovranità viene neutralizzata prima ancora che possa esprimersi; il dissenso viene criminalizzato; la sinistra viene associata al caos, al narcotraffico o alla minaccia comunista; la destra si presenta come unica opzione accettabile per evitare punizioni esterne.

L'Hondurasgate, dunque, non è soltanto uno scandalo che riguarda un singolo Paese, ma uno specchio dell'America Latina contemporanea, attraversata da una nuova fase di aggressione imperialista e da una restaurazione oligarchica che vuole cancellare ogni prospettiva di emancipazione. Ma è anche un avvertimento: la sovranità latinoamericana non sarà concessa da Washington, né garantita dai suoi candidati locali. Dovrà essere difesa, ancora una volta, dai popoli.

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