21/07/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #320778

La contraddizione politica permanente della Nato

Giulio Chinappi

Il vertice di Ankara ha mostrato un'Alleanza Atlantica capace di proclamare formalmente unità e compattezza, ma sempre più attraversata da fratture politiche, industriali e strategiche. La NATO si rafforza militarmente proprio mentre rivela la propria dipendenza strutturale dagli Stati Uniti.

Come ci si poteva aspettare, il vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio non ha segnato una rottura formale all'interno dell'Alleanza Atlantica. Al contrario, il documento conclusivo ha ribadito tutte le formule rituali della compattezza occidentale: l'impegno "ferreo" verso l'Articolo 5, la difesa collettiva, il legame transatlantico, il sostegno all'Ucraina, la modernizzazione militare, la risposta alle minacce ibride, la deterrenza a 360 gradi. Eppure, proprio questa apparente continuità conferma il dato politico più rilevante: la NATO non è oggi un blocco stabile perché privo di contraddizioni, ma un blocco che tenta di compensare le proprie contraddizioni attraverso una militarizzazione sempre più accelerata.

Il summit di Ankara ha quindi mostrato una NATO operativamente più ambiziosa, industrialmente più mobilitata e strategicamente più estesa, ma anche politicamente più dipendente dagli equilibri interni statunitensi e dagli interessi divergenti dei suoi principali membri. La stessa presentazione ufficiale del vertice, incentrata su aumento degli investimenti, produzione industriale e sostegno all'Ucraina, indica che il compito prioritario dell'Alleanza non è più soltanto difendere un perimetro, ma trasformare l'intero spazio euro-atlantico in una piattaforma permanente di preparazione bellica.

La prima contraddizione evidente riguarda proprio il rapporto tra unità proclamata e instabilità politica. La dichiarazione di Ankara ha riaffermato l'impegno collettivo alla difesa comune, ma il contesto nel quale questo impegno è stato rinnovato è stato tutt'altro che lineare. In particolare, Donald Trump, arrivato al vertice dopo mesi di tensioni transatlantiche, ha attaccato duramente la Spagna, definendola un cattivo alleato per il mancato allineamento alle richieste statunitensi sulla spesa militare e sulla guerra contro l'Iran, arrivando a evocare il blocco dei rapporti commerciali con Madrid. Si tratta di un singolo esempio, ma rivelatore del fatto che la NATO può produrre comunicati compatti, resta allo stesso tempo esposta alla volatilità della presidenza statunitense, cioè alla volontà politica del suo membro dominante.

Questa dipendenza dagli Stati Uniti è il cuore della contraddizione permanente dell'Alleanza. Se la formula adottata ad Ankara parla di una "Europa più forte in una NATO più forte", non si parla mai di un'Europa autonoma. Al contrario, il testo ufficiale precisa che gli alleati europei e il Canada stanno assumendo maggiori responsabilità "lavorando con gli Stati Uniti", mentre la deterrenza dell'Alleanza continua a basarsi su una combinazione di capacità nucleari, convenzionali, missilistiche, spaziali e cibernetiche che resta saldamente inserita nella struttura di comando transatlantica. L'apparente riequilibrio dei costi non coincide dunque con un riequilibrio del potere decisionale. Gli europei sono chiamati a spendere di più, produrre di più e sostenere più a lungo lo sforzo militare, ma all'interno di una cornice strategica nella quale Washington conserva il ruolo di perno politico, tecnologico e nucleare.

Il vertice ha confermato anche la contraddizione tra difesa collettiva e redistribuzione asimmetrica degli oneri. La NATO ha infatti celebrato l'aumento degli investimenti militari, ricordando che nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato di 139 miliardi di dollari la spesa destinata ai requisiti di difesa fondamentali e che alcuni Paesi raggiungeranno il nuovo obiettivo del 5% già nel 2026. Mark Rutte ha presentato questo passaggio come il segno della nascita di una "NATO 3.0", in cui la produzione industriale, l'innovazione e la resilienza diventano strumenti centrali della sicurezza collettiva. Ma dietro questa narrazione si intravede un processo più concreto: gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assorbire una parte crescente dei costi economici e politici della strategia occidentale, senza rinunciare alla propria funzione di direzione. La "responsabilizzazione" europea appare così meno come emancipazione strategica e più come socializzazione dei costi dell'egemonia statunitense.

La questione ucraina rende questa dinamica ancora più evidente. La dichiarazione finale afferma che gli alleati europei e il Canada finanziano ormai la grande maggioranza dell'assistenza di sicurezza a Kiev e impegna la NATO a fornire 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento nel 2026, con livelli almeno equivalenti nel 2027. È un impegno enorme, che conferma la volontà di prolungare il sostegno militare all'Ucraina come pilastro della strategia euro-atlantica. Tuttavia, il primo ministro ceco Andrej Babiš ha già dichiarato che Praga non parteciperà alla quota del pacchetto da 70 miliardi, rivendicando la libertà di ogni Paese di decidere autonomamente il proprio contributo. La posizione ceca, che potrebbe essere presa anche da altri membri, mostra che il consenso sull'Ucraina è sostenuto da un forte apparato politico e mediatico, ma non elimina le resistenze nazionali legate ai costi e alle priorità interne.

Ankara ha inoltre evidenziato la contraddizione tra l'immagine della NATO come alleanza difensiva e la progressiva estensione del suo raggio d'azione politico. La dichiarazione finale, in particolare, inserisce l'Iran e lo Stretto di Hormuz nel quadro della sicurezza dell'Alleanza, affermando che Teheran non deve mai dotarsi di un'arma nucleare e chiedendo il rispetto della libertà di navigazione. L'aporia è evidente: l'Alleanza continua a definirsi difensiva e regionale, ma viene progressivamente trascinata nelle crisi globali definite dagli interessi strategici statunitensi.

Un'altra frattura riguarda l'industria militare. La NATO ha fatto del vertice di Ankara una vetrina per la produzione bellica, con il Forum dell'industria della difesa dedicato all'aumento della capacità produttiva, alla cooperazione industriale e agli acquisti congiunti. I leader hanno annunciato oltre 50 miliardi di dollari in nuovi acquisti militari e hanno indicato tra le priorità sistemi di attacco di precisione a lungo raggio, difesa aerea e missilistica integrata, droni, capacità spaziali e cibernetiche, intelligence, intelligenza artificiale e cloud transatlantico per la guerra. Ma questa integrazione industriale non cancella la competizione tra alleati: proprio la Turchia, padrona di casa del summit, ha usato Ankara per rilanciare la richiesta di rimuovere le restrizioni commerciali nel settore della difesa e per valorizzare la propria industria militare, mentre continuava a premere per il ritorno al programma F-35 e per il superamento delle sanzioni legate al sistema russo S-400.

La contraddizione politica permanente della NATO non consiste dunque in un'imminente disgregazione dell'Alleanza. Al contrario, la NATO resta capace di produrre decisioni, mobilitare risorse, coordinare apparati militari e orientare le politiche di difesa dei suoi membri. La sua contraddizione è più profonda: essa si rafforza come macchina militare proprio perché si indebolisce come spazio politico coerente. Ogni divergenza viene assorbita attraverso un aumento della spesa, ogni crisi viene trasformata in nuova esigenza industriale, ogni tensione interna viene ricomposta mediante il richiamo alla minaccia esterna. La militarizzazione diventa così il linguaggio comune che permette di sospendere, senza risolverle, le fratture tra Stati Uniti ed Europa, tra Europa occidentale ed Europa orientale, tra Paesi favorevoli all'escalation e governi più prudenti, tra interessi industriali concorrenti e subordinazione strategica condivisa.

Dietro la formula della "NATO 3.0" si intravede un'Alleanza che cerca di governare il proprio disordine interno attraverso la preparazione permanente alla guerra. È questa la sua aporia essenziale: presentarsi come garante della sicurezza mentre produce insicurezza strutturale, proclamare l'unità mentre dipende dalla pressione del membro dominante, parlare di difesa collettiva mentre estende il proprio campo d'azione ben oltre l'Atlantico settentrionale.

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