25/07/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #321247

La lunga marcia della guida suprema della rivoluzione: la morte di Khamenei come bivio morale per il popolo iraniano in mezzo alle sfide del Xxi secolo

Daniele Lanza

Si è trattato in realtà non di un semplice corteo limitato alle strade della capitale e nemmeno al solo Iran, bensì di un itinerario che coinvolge l'intero mondo sciita islamico, dalla capitale iraniana ad altre 5 località tra Iran e Iraq

Si è svolta senza interruzioni - malgradola guerra in corso e i bombardamenti statunitensi - la grande processione funeralizia per il leader spirituale Khamenei, abbattuto il febbraio scorso assieme a svariati suoi familiari esposto nella moschea grande di Teheran (incluso un minore: osservare bene le bare esposte). Il tutto è durato una settimana intera: si è trattato in realtà non di un semplice corteo limitato alle strade della capitale e nemmeno al solo Iran, bensì di un itinerario che coinvolge l'intero mondo sciita islamico, dalla capitale iraniana ad altre 5 località tra Iran e Iraq (ossia il cuore di questa diramazione dell'Islam). Il tutto si è pacificamente concluso a Mashed - una delle tre città sacre dell'Iran - laddovè la guida della rivoluzione è stata definitivamente tumulata. Si è trattato del maggiore evento nazionale dai tempi della sepoltura di Khomeini nel 1989: le autorità si aspettavano la partecipazione di qualcosa come 15 milioni di persone tra le varie tappe su suolo iraniano (1/6 della popolazione totale), ma la stima si è rivelata decisamente inferiore al dato reale.

Ora, al di là dei dettagli, l'evento è tanto magniloquente che non può non far riflettere anche il più critico detrattore nei confronti della Repubblica islamica che vige in Iran dal 1979. A prescindere dalla propria attitudine nei confronti del sistema iraniano post-rivoluzionario, non si può non notare un paio di dettagli macroscopici: in primo luogo, uno stato sovrano di quasi 100 milioni di abitanti è stato assalito senza dichiarazioni di guerra o infrazioni del "sacro" ordine internazionale (ragione di esistere della classe politica occidentale, ma de facto usato contro i propri rivali geopolitici) da una coalizione USA/Israele che ha riversato in tre mesi sulla capitale nemica l'equivalente di quanto uno stato europeo spende nella difesa in un anno intero. Il governo legale del paese - che esso piaccia o meno - è stato sterminato in pochi giorni: tutti, dalla guida della rivoluzione ai suoi ministri, segretari, vicepresidenti e generali, talvolta familiari inclusi. Questo è ciò di cui è capace la collettività degli stati avanzati (occidente) per mantenere la propria pace e tranquillità, e tutto questo senza fornire alcuna spiegazione: la Russia è rea di "aver infranto l'ordine internazionale", mentre Washington e Tel Aviv invece non sono colpevoli nel senso che non sono penetrati fisicamente in Iran, ma hanno "soltanto" abbattuto in blocco un governo straniero legale senza preavviso militare, per farlo capitolare e negoziare quanto volevano (quando ci si è accorti che la rivoluzione colorata non attecchiva in Iran). In secondo luogo: per coloro che sono convinti che il modello occidentale è quello cui gli le società non occidentali anelano (e che quindi cinesi, russi e iraniani odiano segretamente i propri sistemi desiderando di cambiarli) una processione di molte milioni di partecipanti dovrebbe costituire un potente messaggio ed una tacita risposta alle rivoluzioni colorate che tanto fanno parlare di sè. Malgrado l'entità della partecipazione, relativamente ridotta l'attenzione che i media globali hanno riservato all'evento, trovando persino di osservare - con tono sorpreso e seccato - come i rappresentanti di stati europei non sono stati invitati, mentre erano presenti Cina, India, Russia, Pakistan, Arabia saudita, e molti altri. Posto che a tali commentatori non vale la pena spiegare la ragione di tale preferenza, vale tuttavia la pena di ricordare un fatto che forse molti non realizzano appieno in occidente: in Iran l'Ayatollah è una figura sacra, un leader spirituale quanto temporale: non tanto differente da un pontefice nella civilizzazione cattolico romana, e aggiungendo che la società iraniana ha un grado di modernizzazione - almeno psicologica - minore rispetto ad una società europea contemporanea (paragonabile più ad un'Europa degli anni 40/50). Immagini il lettore italiano (per offrire un esempio efficace, che un pontefice rimanga ucciso in un raid missilistico mirato, assieme a tutto il suo seguito ed eventuali familiari. La proporzione, in termini di impatto sociale e psicologico, è questa grossomodo, eppure si sorvola con troppa leggerezza questa basilare premessa, anteponendole invece un'altra: Washington e gli altri centri di potere dell'occidente politico, partono dall'imprescindibile presupposto in base al quale il proprio modello (quello liberale) è superiore e preferibile rispetto ad ogni altro sul pianeta. Partono dalla certezza che gli altri popoli smaniano per essere inseriti in tale sistema, contraddistinto da benessere ed edonismo: che tali popoli sarebbero disposti a rovesciare i propri sistemi di vita e culturali per abbracciarlo, che metterebbero a ferro e fuoco le piazze, abbatterebbero i propri idoli e la propria storia pur di assaggiare una fetta della torta. Nel discorso politico in merito a paesi fuori del modello occidentale di governo, si parte dall'assunto che tali popoli siano sotto oppressione di tiranni da pugnalare e che assassinerebbero pur di entrare nel paese dei balocchi: le si chiama "rivoluzioni colorate".

Sulla base di questa sicurezza si è autorizzato l'abbattimento di Khamenei il febbraio scorso: contando forse che sarebbe deflagrata una rivolta liberalizzante o qualcosa di simile. La risposta sono i 12 milioni di partecipanti definitivamente accertati nella sola capitale, mentre complessivamente - a tener conto di tutto il tragitto della processione funebre nel corso di più giorni - il numero è si è dilatato fino a diventare quasi 3 volte più grande (35-40 milioni probabili includendo il vicino Iraq). A conti fatti, circa 1/3 degli abitanti dell'Iran ha detto addio all'Ayatollah: questo è stato il grado di partecipazione reale. Un dato che incenerisce qualsiasi corteo chiassoso da moderna rivoluzione arcobaleno. Non ci sarebbe da stupirsi: da Washington devono aver fatto i calcoli in uno strano modo, dato che (volendo fare un'analogia azzardata) è come se avessero voluto accattivarsi le simpatie di un popolo cattolico o buddista abbattendone le rispettive massime autorità spirituali. Il paragone è molto forte, purtroppo necessario per capire l'enormità della cosa: l'Ayatollah può non piacere (e non piace a chi scrive da questa bacheca), ma colpire i simboli dell'identità di un paese trasforma in nemici anche coloro che non ne sostenevano il sistema politico.

Considerazioni secondarie del resto, alla luce di come le ostilità siano ripartite - e ad un'intensità maggiore di prima - proprio nel mese di luglio: inutile dire che la situazione è fuori controllo al punto che è impossibile stabilire non solo il quando, ma addirittura se una normalizzazione potrà mai avvenire nel corso della generazione a venire. A fronte dei bombardamenti statunitensi, la sepoltura della guida della rivoluzione, l'evento che vi si è sviluppato, sono per parte propria una tacita risposta del vero popolo iraniano, la manifestazione di quella grande e potente maggioranza silenziosa, assai più numerosa che le minoranze rumorose che si affacciano alle piazze di volta in volta col supporto dell'asse euro americano (traverso entità come le Ong). In definitiva si potrebbe dire che il conflitto americano/iraniano del 2026 ha avuto - per il momento - già un grande risultato: quello di ricordare alla società iraniana le proprie origini e il proprio passato culturale, la propria identità a fronte di chi non ha esitazioni a colpirla. In una fase storica dove si sentivano da oltre 20 anni crescenti richieste di liberalizzazione (da parte delle fasce più giovani della popolazione), la morte violenta di Khamenei - e non soltanto la sua - ha spalancato gli occhi a molti, tracciando una sanguinosa linea di demarcazione tra l'ideale e la realtà geopolitica: in termini più chiari, l'Iran è un nemico geopolitico nell'area mediorientale e questo principio vale a prescindere da ogni altra cosa. Motivo per il quale, se le "pacifiche" (e fomentate) proteste di piazza non funzionano, allora si passa alle maniere forti e senza alcun riguardo per la storia o la cultura iraniana, considerata un'entità aliena e nemica: grande ambiguità nell'azione di Washington, proprio il faro della democrazia in cui i manifestanti credono. Le giornate di luglio accompagnando il defunto leader fino alla sua destinazione finale hanno pertanto determinato un beneficio - pure nella tragedia - nel ricordare alla società iraniana la sua identità più profonda in un mondo che sta cambiando fin troppo velocemente.

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