
Giacomo Gabellini
Gli Stati Uniti hanno un problema di statistiche, specialmente per quanto riguarda la rilevazione dell'incidenza reale della disoccupazione.
La settimana conclusasi l'11 luglio scorso, le richieste di sussidi di disoccupazione erano crollate al livello più basso mai toccato nel corso delle 10 settimane precedenti, a fronte di un numero contenuto di licenziamenti. Nel mese di giugno, inoltre, il tasso di disoccupazione era sceso al 4,2% rispetto al 4,3% registrato a maggio.
Le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e il tasso di disoccupazione rappresentano i due indicatori presi tradizionalmente in esame dalle autorità per saggiare il reale stato di salute del mercato del lavoro statunitense.
L'economista e statistico John Williams ha richiamato l'attenzione sulla disfunzionalità di queste statistiche, rilevando che il tasso ufficiale di disoccupazione U3 utilizzato dalla Federal Reserve tiene conto soltanto del totale dei disoccupati in percentuale rispetto alla forza lavoro. Il Bureau of Labor Statistics (Bls), prendendo in esame un bacino più ampio, ottiene invece un tasso denominato U6, che si calcola sommando al tasso U3 gli individui che lavorano part-time ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno oltre alle persone che hanno lavorato per un certo periodo negli ultimi 12 mesi ma che al momento non lavorano né sono alla ricerca di un'occupazione e soffrono di questa condizione disagiata determinata dal particolare stato del mercato del lavoro.
Prima del 1994, lo stesso Bls utilizzava un metro ancora diverso, che consentiva di esprimere un tasso di disoccupazione che sommava all'U6 tutti i lavoratori scoraggiati di lungo termine. Continuando ad utilizzare questo metro per calcolare il tasso di disoccupazione, Williams ha riscontrato che dal 2009 in poi i tassi U3 ed U6 hanno registrato un andamento declinante, mentre il tasso di disoccupazione calcolato con il vecchio metodo disegnava una traiettoria rialzista, che porta tuttora il coefficiente di disoccupazione ben oltre il 20%.
Una considerazione di gran lunga inferiore rispetto al tasso ufficiale di disoccupazione viene riservata a statistiche di gran lunga più sintomatiche, a partire dal tasso di partecipazione all'attività economica. I dati pubblicati dal Bls attestano che, su una popolazione civile non istituzionale (che riunisce i cittadini dai 16 anni in su che non prestano servizio militare e non sono detenuti) pari 275,1 milioni di unità, ben 105,8 milioni di adulti risultavano inoccupati. Sebbene quasi la metà del dato aggregato sia composta da pensionati, il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica risulta galleggiante orami da anni sui livelli più bassi dalla fine degli anni '70, quando ancora si avvertiva pesantemente l'impatto dello sganciamento del dollaro dall'oro e degli shock petroliferi.
Nel mese di giugno, la percentuale è precipitata al 61,5% (-0,3% su base mensile e -1,1% su base annua), in conseguenza della fuoriuscita dal mercato del lavoro di qualcosa come 832.000 individui in un solo mese. Il numero complessivo di lavoratori che hanno cessato l'attività lavorativa dopo un periodo di disoccupazione, per di più, è superiore a quello registrato al culmine della recessione scatenata dalla bancarotta di Lehman Brothers o della crisi pandemica.
L'eminente economista Nicholas Eberstadt ha sottolineato che il fenomeno colpisce soprattutto la popolazione maschile. "In termini molto approssimativi, si stima che vi siano circa 7 milioni di uomini fuori dal mercato del lavoro nella fascia d'età compresa tra i 25 e i 54 anni", ha affermato Eberstadt. Quanto alle donne, si parla di oltre 3,5 milioni di soggetti al di fuori della forza lavoro, che hanno "abbandonato gli studi, non lavorano né cercano lavoro, non hanno figli che vivono sotto lo stesso tetto e non hanno un marito presente".
Nel complesso, circa 5,3 milioni di lavoratori (equivalenti al 5% della popolazione statunitense inoccupata) hanno abbandonato il lavoro, e il 22% circa della popolazione statunitense inoccupata (quasi 24 milioni di persone) percepisce sussidi per malattia di lunga durata, invalidità o altre forme di assistenza.
Sempre a giugno, il rapporto tra lavoratori e popolazione è caduta al 59% (-0,2% su base mensile e -0,9% su base annua), toccando il picco basso raggiunto nel settembre 2021, quando gli Stati Uniti si apprestavano a uscire dalla crisi pandemica.
Le tendenze in atto sono destinate ad aggravarsi, evidenzia Eberstadt, per effetto diretto della crescente integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi produttivi che sta condannando all'obsolescenza intere categorie lavorative e suscitando proposte quali l'introduzione di un reddito di base universale come forma di ammortizzatore.
L'economista è tuttavia convinto che questa prospettiva aprirebbe inesorabilmente il varco a un ulteriore crescita degli abbandoni scolastici, con conseguente concentrazione della produttività, del reddito e dell'influenza politica in un nucleo sempre più esiguo di "detentori di competenze" che in passato "hanno sostituito molti lavoratori non qualificati. Sembra che ci troveremo sulla stessa strada con l'intelligenza artificiale, qualunque sia la sua evoluzione nei prossimi 18 mesi o 10 anni".