
Lorenzo Maria Pacini
Uno Stato che continua a trovare miliardi da prendere in prestito per rafforzare il proprio apparato militare, mentre dichiara di non poter investire con la stessa determinazione nella salute, nell'istruzione e nel futuro dei propri cittadini, sta davvero costruendo sicurezza ? Oppure sta semplicemente ridefinendo, silenziosamente, il significato stesso della parola "priorità"?
C'è una frase che negli ultimi anni gli italiani hanno imparato a sentire con una frequenza quasi liturgica: "non ci sono le risorse". Non ci sono per ridurre le liste d'attesa negli ospedali. Non ci sono per aumentare gli stipendi degli insegnanti. Non ci sono per mettere in sicurezza il territorio dal dissesto idrogeologico. Non ci sono per la ricerca scientifica, per il sostegno alle famiglie, per il trasporto pubblico, per le periferie o per i giovani costretti a cercare fortuna all'estero. Ogni volta la risposta è la stessa: i conti pubblici sono delicati, il debito è elevato, serve prudenza.
Poi, improvvisamente, il miracolo.
L'Italia decide di aderire a SAFE, il nuovo strumento europeo pensato per finanziare la difesa comune, prenotando prestiti per 14,9 miliardi di euro. E scopriamo che il denaro, in realtà, esiste. O, per essere più precisi, esiste la disponibilità a contrarre nuovo debito. Non per costruire nuovi ospedali, non per assumere medici, non per modernizzare le scuole o finanziare università e ricerca. No. Per il settore militare.
Naturalmente la narrazione ufficiale è rassicurante. Si tratta di uno strumento conveniente. Gli interessi saranno favorevoli. I programmi erano già previsti. Non aumenterà la spesa complessiva. Tutte affermazioni che possono essere anche corrette sul piano tecnico.
Ma la politica non è ragioneria. La politica consiste nello stabilire cosa viene prima e cosa viene dopo. È la disciplina delle priorità, non quella delle formule contabili. Ed è proprio qui che emerge il problema.
Per anni si è ripetuto agli italiani che il bilancio pubblico fosse una coperta troppo corta. Ogni richiesta sociale veniva accolta con il consueto invito alla responsabilità finanziaria. Ogni proposta di investimento pubblico era accompagnata da severi richiami alla sostenibilità del debito. Oggi scopriamo che quella coperta, quando si parla di armamenti, diventa improvvisamente elastica.
È difficile non notare la contraddizione. Se davvero il debito rappresenta un problema strutturale, allora dovrebbe esserlo sempre. Se invece diventa accettabile quando finanzia il comparto militare, significa che il problema non è il debito in sé, ma l'uso che si decide di farne.
In altre parole, il messaggio implicito è semplice: per alcune cose i soldi non si trovano; per altre si trovano eccome. Ed è qui che il dibattito pubblico dovrebbe diventare molto più onesto.
Nessuno mette in discussione il fatto che uno Stato debba possedere strumenti di difesa adeguati. Sarebbe una caricatura sostenere il contrario. Viviamo in un contesto internazionale caratterizzato da conflitti, instabilità geopolitica, competizione tecnologica e ridefinizione degli equilibri strategici. È comprensibile che l'Europa voglia rafforzare la propria capacità industriale e militare. Comprendere, però, non significa rinunciare a porre domande.
La prima riguarda la natura del debito. SAFE non distribuisce denaro gratuito. Non è un fondo perduto. Sono prestiti. Prestiti che dovranno essere restituiti. Con interessi. Da chi ? Dai contribuenti di domani. Il meccanismo è tanto semplice quanto elegante: si sposta il costo delle decisioni politiche sul futuro.
Naturalmente si potrebbe obiettare che tutti gli investimenti pubblici funzionano così. Ed è vero. Ma proprio per questo diventa fondamentale chiedersi quale sia la qualità dell'investimento. Indebitarsi per costruire infrastrutture produttive può aumentare il PIL futuro. Indebitarsi per la ricerca può generare innovazione. Indebitarsi per la scuola significa investire nel capitale umano. Indebitarsi per la sanità produce benefici economici e sociali di lungo periodo. L'indebitamento destinato alla difesa risponde invece a una logica diversa. Non è orientato alla produzione di benessere civile, ma all'incremento della capacità militare dello Stato. Si può ritenere che ciò sia necessario, ma sarebbe intellettualmente disonesto fingere che le due cose abbiano la stessa natura.
Ancora più sorprendente è osservare come sia cambiata la retorica politica. Fino a ieri il debito pubblico veniva descritto quasi come un peccato originale. Ogni euro speso in più sembrava compromettere il futuro delle nuove generazioni. Oggi, invece, il debito diventa improvvisamente uno strumento virtuoso, purché serva a finanziare la sicurezza. È una metamorfosi degna di nota. Sembra quasi che il problema non fosse mai stato il debito, ma semplicemente la destinazione delle risorse, ed è difficile sottrarsi all'impressione che il concetto stesso di "emergenza" venga continuamente ridefinito.
Facciamo un riepilogo delle emergenze: l'emergenza sanitaria sembrava insostenibile, l'emergenza educativa poteva attendere, l'emergenza demografica continua tranquillamente il suo corso, l'emergenza abitativa resta cronica. Ma l'emergenza militare, improvvisamente, giustifica nuovi miliardi.
La domanda diventa inevitabile: quale idea di Stato sta emergendo?
Storicamente lo Stato moderno ha fondato la propria legittimità su un equilibrio delicato. Chiedeva tasse ai cittadini, ma in cambio garantiva sicurezza, giustizia e servizi pubblici. Nel corso del Novecento, soprattutto in Europa, questa funzione si è ampliata con la nascita del welfare: sanità, istruzione, previdenza, infrastrutture, protezione sociale. Oggi sembra che quell'equilibrio si stia progressivamente invertendo.
Lo Stato continua a chiedere contributi sempre più elevati ai cittadini, ma fatica a garantire servizi efficienti. Le liste d'attesa si allungano, le scuole perdono personale, le infrastrutture mostrano segni di cedimento, il costo della vita cresce più rapidamente dei redditi. Eppure, quando si tratta di investimenti militari, la macchina decisionale appare sorprendentemente rapida.
Non è una questione di essere favorevoli o contrari alla difesa europea, ma di coerenza e, in ultima ma non minore istanza, una questione di sopravvivenza.
Se davvero viviamo in un periodo di scarsità finanziaria, allora ogni euro preso a prestito dovrebbe essere discusso con la massima attenzione, indipendentemente dal settore al quale viene destinato. Se invece il debito è improvvisamente sostenibile, allora forse bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere che le risorse per rilanciare scuola, sanità e ricerca potrebbero essere reperite, se solo esistesse la medesima volontà politica. Perché questo è il nodo centrale della vicenda.
Le priorità non sono mai neutrali, ogni bilancio dello Stato racconta una gerarchia di valori molto più chiaramente di qualsiasi discorso parlamentare. Dire che "non ci sono soldi" è spesso il modo più elegante per evitare di dire: "non riteniamo questa spesa sufficientemente importante", ed è esattamente ciò che la vicenda SAFE rende evidente, non perché finanziare la difesa sia necessariamente sbagliato, ma perché dimostra, una volta di più, che quando una scelta politica viene considerata davvero prioritaria, il problema delle coperture finanziarie smette improvvisamente di essere insormontabile.
Forse è proprio questo l'aspetto più inquietante: non tanto i 14,9 miliardi destinati alla difesa, quanto il fatto che, ancora una volta, gli italiani vengano invitati a credere che il denaro pubblico sia una risorsa misteriosamente inesistente quando riguarda il loro benessere quotidiano, ma sorprendentemente disponibile quando entra in gioco la logica del riarmo.
Gli acronimi possono cambiare. SAFE oggi, qualcos'altro domani. Le formule burocratiche possono diventare sempre più sofisticate, e i comunicati ufficiali sempre più rassicuranti. Ma resta una domanda che nessuna ingegneria finanziaria riesce davvero a cancellare: uno Stato che continua a trovare miliardi da prendere in prestito per rafforzare il proprio apparato militare, mentre dichiara di non poter investire con la stessa determinazione nella salute, nell'istruzione e nel futuro dei propri cittadini, sta davvero costruendo sicurezza ? Oppure sta semplicemente ridefinendo, silenziosamente, il significato stesso della parola "priorità"?