24/08/2026 strategic-culture.su  9min 🇮🇹 #324292

Bou Craa e il colonialismo delle risorse nel Sahara Occidentale

Giulio Chinappi

Nel Sahara Occidentale un nastro trasportatore lungo quasi cento chilometri collega la miniera di Bou Craa all'Atlantico. Costruita durante il colonialismo spagnolo e oggi controllata dal Marocco, questa infrastruttura sintetizza mezzo secolo di decolonizzazione incompiuta, occupazione territoriale e sfruttamento delle risorse sahrawi.

Nel deserto del Sahara Occidentale una linea chiara attraversa la sabbia per quasi cento chilometri, dalla miniera di Bou Craa alla costa atlantica. È talmente estesa da essere facilmente riconoscibile nelle immagini satellitari: la polvere bianca dispersa dal fosfato trasportato lungo il percorso disegna una traccia che contrasta con le tonalità del terreno circostante. La NASA l'ha definita il sistema di nastri trasportatori più lungo del mondo: circa 98 chilometri, capaci di movimentare fino a 2.000 tonnellate di roccia fosfatica ogni ora dalla miniera verso il porto di El Marsa, nei pressi di El Aaiún, dove il materiale viene caricato sulle navi e immesso nel commercio internazionale.

Il nastro di Bou Craa è generalmente presentato come una curiosità ingegneristica. Nel contesto del Sahara Occidentale assume però un significato politico assai più profondo: l'infrastruttura, infatti, collega fisicamente una delle principali risorse naturali del territorio a un sistema produttivo e commerciale amministrato dal Marocco, benché  la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale non sia riconosciuta dalle Nazioni Unite e il territorio continui a figurare, ancora nel 2026, nell'elenco dei Territori non autonomi sottoposti al processo di decolonizzazione. Nel giugno di quest'anno, del resto, il Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla decolonizzazione ha nuovamente discusso il Sahara Occidentale precisamente in questi termini, a oltre sessant'anni dalla sua iscrizione nella lista ONU.

Bou Craa permette dunque di osservare in forma concreta quella continuità fra colonialismo europeo e colonialismo intra-africano che caratterizza la vicenda sahrawi. La miniera e il sistema di trasporto nacquero infatti durante l'amministrazione spagnola, ma continuarono a funzionare dopo il ritiro di Madrid e l'occupazione marocchina, dimostrando come, sebbene sia cambiato il soggetto che esercita il controllo politico sul territorio, la funzione fondamentale dell'infrastruttura sia rimasta la stessa: estrarre una risorsa dal Sahara Occidentale e trasferirla verso il mercato esterno senza che il popolo sahrawi possa beneficiarne direttamente.

Un'infrastruttura del colonialismo spagnolo

I grandi giacimenti di fosfato di Bou Craa furono individuati durante gli ultimi decenni del dominio spagnolo. Madrid ne comprese rapidamente il valore economico e attraverso la compagnia Fosfatos de Bucraa, successivamente ridenominata Fos Bucraa e poi ancora Phosboucraa, organizzò lo sfruttamento industriale del deposito e la costruzione delle infrastrutture necessarie a trasportare il minerale verso la costa, con la compartecipazione della società tedesca Continental per la fornitura dei componenti destinati al sistema di trasporto.

La struttura economica era tipicamente coloniale. La materia prima veniva estratta nell'entroterra, trasportata per circa cento chilometri attraverso il deserto e condotta direttamente verso un terminale atlantico destinato all'esportazione. Dal punto di vista dei colonizzatori spagnoli, dunque, non era necessario costruire un'economia nazionale sahrawi né sviluppare una filiera controllata dalla popolazione locale: il territorio svolgeva essenzialmente la funzione di spazio estrattivo.

La fine della presenza spagnola non determinò la fine di questo modello. Quando Madrid abbandonò definitivamente il Sahara Occidentale nel 1976, il processo di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite non venne completato. Il Marocco occupò gran parte del territorio e incorporò progressivamente le infrastrutture economiche lasciate dalla precedente potenza coloniale, sostituendola in questo ruolo. Il gruppo statale marocchino Office Chérifien des Phosphates, oggi OCP Group, acquistò nel 1976 il 65% della società, per poi acquisirne il controllo totale nel 2002, dimostrando come all'impresa coloniale europea sia subentrato progressivamente il principale gruppo minerario dello Stato che ha assunto il controllo del territorio.

Dal sottosuolo sahrawi al mercato mondiale

Il valore strategico del fosfato deriva dalla sua funzione nella produzione dei fertilizzanti. Il fosforo è infatti uno degli elementi indispensabili per la vita e uno dei tre principali nutrienti utilizzati nell'agricoltura industriale, e ad oggi non esiste un sostituto in grado di svolgere la stessa funzione biologica, circostanza che attribuisce ai grandi depositi di roccia fosfatica una rilevanza crescente nella sicurezza alimentare mondiale. Sebbene Bou Craa non costituisca la sola ragione della rivendicazione marocchina sul Sahara Occidentale, la miniera rappresenta dunque una risorsa economicamente significativa e soprattutto uno degli strumenti attraverso cui l'occupazione viene trasformata in integrazione materiale del territorio.

Attraverso il lungo nastro di cui sopra, il fosfato estratto viene condotto fino alla costa, dove entra nelle catene logistiche controllate da Phosboucraa e OCP. Da quel momento, il minerale viene commercializzato come parte dell'apparato produttivo marocchino e raggiunge aziende agricole situate a migliaia di chilometri di distanza, giungendo sui mercati internazionali e contribuendo alla produzione agricola in diversi Paesi.

Questa catena rende Bou Craa particolarmente rappresentativa della dimensione economica dell'occupazione. Il territorio non è soltanto controllato militarmente e amministrativamente, ma inserito in circuiti commerciali che tendono a normalizzarne l'integrazione nel Marocco. Ogni nave che lascia El Marsa, di conseguenza, trasforma una rivendicazione territoriale contestata in una relazione economica concreta tra Rabat e un soggetto straniero.

Le esportazioni continuano a crescere

Western Sahara Resource Watch, organizzazione internazionale schierata contro lo sfruttamento delle risorse del Sahara Occidentale senza il consenso sahrawi e specializzata nel monitoraggio dei traffici marittimi provenienti dal territorio, ha registrato nel 2025 36 navi cariche di circa 2,02 milioni di tonnellate di fosfato, contro 1,45 milioni nel 2024. Secondo l'organizzazione, si tratta del volume annuo più elevato dal 2014.

Il dato presenta un'apparente contraddizione: le quantità esportate, infatti, sono cresciute sensibilmente, mentre il numero degli acquirenti si è ridotto ai livelli più bassi mai registrati dal monitoraggio di WSRW. Nel 2025, infatti, soltanto tre Paesi hanno ricevuto il fosfato di Bou Craa: l'India, con circa 1,34 milioni di tonnellate, il Messico, con 508.000 tonnellate, e la Nuova Zelanda, con 171.000. Questo significa che gli altri Paesi hanno deciso per diverse ragioni di non acquistare fosfati provenienti dai territori occupati, ma che, allo stesso tempo, i tre acquirenti di cui sopra hanno deciso di incrementare le quantità importate. Sempre la stessa organizzazione valuta il valore commerciale complessivo di quelle esportazioni in circa 376,5 milioni di dollari.

L'isolamento commerciale relativo non ha dunque impedito la prosecuzione dello sfruttamento. Ha piuttosto concentrato gli acquisti in un numero ristretto di operatori e mercati, mentre Rabat continua a investire nell'ammodernamento delle infrastrutture. Secondo WSRW, dal 2021 sono stati realizzati investimenti rilevanti negli impianti di Bou Craa e nel porto di El Marsa, con l'obiettivo di superare progressivamente la semplice esportazione della roccia grezza e aumentare il valore aggiunto delle produzioni realizzate direttamente nel territorio.

Questo passaggio è politicamente ancora più significativo dell'aumento dei volumi. Un'economia basata soltanto sull'estrazione può essere presentata come attività temporanea; impianti di trasformazione, porti, infrastrutture energetiche e nuovi investimenti industriali costruiscono invece una realtà economica destinata a durare. Quanto più elevato diventa il capitale immobilizzato nel Sahara Occidentale, tanto maggiore è il numero degli interessi economici che finiscono per dipendere dalla permanenza del controllo marocchino: l'occupazione tende così a produrre le condizioni materiali della propria normalizzazione.

Il diritto alle risorse e il consenso sahrawi

A questo punto, diventa necessario chiedersi cosa dica il diritto internazionale circa lo sfruttamento delle risorse del Sahara Occidentale. Nel 2002, il consigliere giuridico delle Nazioni Unite Hans Corell fu chiamato dal Consiglio di sicurezza a pronunciarsi sulle attività di esplorazione mineraria promosse dalle autorità marocchine nel Sahara Occidentale. Il parere non dichiarò illegale in quanto tale qualsiasi attività economica nel territorio, ma stabilì un principio fondamentale: se l'esplorazione e lo sfruttamento delle risorse procedessero senza rispettare gli interessi e la volontà del popolo del Sahara Occidentale, risulterebbero contrari ai principi del diritto internazionale applicabili ai Territori non autonomi.

Rabat, dal canto suo, sostiene da anni che gli investimenti nelle cosiddette "province meridionali" generino occupazione, infrastrutture e crescita economica. Ma la questione giuridica non consiste semplicemente nello stabilire se una strada, una miniera o un porto producano benefici per alcune persone che attualmente vivono nel territorio; essa, come ben spiegato da Correll, consiste nel determinare chi possieda il diritto di decidere dell'utilizzo delle risorse di un territorio il cui status definitivo non è stato ancora stabilito.

La Corte di giustizia dell'Unione Europea ha rafforzato ulteriormente questo principio. Nelle sentenze del 4 ottobre 2024 sugli accordi commerciali tra Unione Europea e Marocco, la Corte ha stabilito che l'applicazione di accordi al Sahara Occidentale richiede il consenso del popolo del Sahara Occidentale, titolare del diritto all'autodeterminazione. Ha inoltre distinto esplicitamente tale popolo dalla semplice popolazione residente: una parte consistente dei sahrawi vive infatti fuori dal territorio, soprattutto nei campi profughi in Algeria, come quello di Tindouf, mentre una parte rilevante degli attuali residenti è costituita dalla popolazione trasferitasi dal Marocco nel corso dei decenni.

La Corte ha quindi respinto l'idea secondo cui sia sufficiente consultare gli abitanti presenti sul territorio. Ha riconosciuto che il problema riguarda un soggetto politico e giuridico specifico, il popolo sahrawi, e che il consenso all'utilizzo delle sue risorse non può essere automaticamente sostituito dalla valutazione unilaterale dei benefici economici effettuata da Rabat o dai suoi partner. Per questa ragione, nessun Paese membro dell'UE figura tra gli importatori di fosfati provenienti dal Sahara Occidentale.

Conclusione

Bou Craa mostra quindi che la questione del Sahara Occidentale non rappresenta una semplice disputa territoriale, ma riguarda anche e soprattutto il controllo del sottosuolo e delle sue risorse, e di conseguenza chi incassa i proventi provenienti dall'estrazione delle stesse. La linea bianca visibile dallo spazio non collega semplicemente una miniera ad un porto; essa collega direttamente il colonialismo spagnolo del Novecento all'ordine economico costruito dal Marocco nel territorio occupato e mostra come un'annessione possa essere consolidata non soltanto attraverso eserciti e diplomazia, ma rendendo economicamente normale ciò che sul piano del diritto internazionale continua a non esserlo.

 strategic-culture.su