26/08/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #324474

Rivoluzione delle unioni

Stefano Vernole

L'indebolimento degli U.S.A. in Medio Oriente, stimola i Paesi della regione a cercare nuove alleanze

Non solo accordi militari tra Ankara e Riyad.

Una ferrovia originariamente costruita dall'Impero Ottomano per proiettare la propria influenza nel mondo arabo sta vivendo una seconda giovinezza grazie all'ultima iniziativa della Turchia per diventare l'hub logistico del Medio Oriente. Un accordo firmato lo scorso 10 giugno tra Turchia e Arabia Saudita mira a riattivare la storica Ferrovia dell'Hejaz, creando un nuovo corridoio commerciale che colleghi il Golfo Persico all'Europa attraverso Turchia, Siria e Giordania. Tuttavia, la realizzazione del progetto è tutt'altro che imminente e diversi ostacoli potrebbero ancora impedirne la concretizzazione.

Storicamente, la Ferrovia dell'Hejaz partiva dalla Mecca e si estendeva verso nord fino a Medina. Il tracciato riattivato, tuttavia, collegherebbe l'Arabia Saudita al porto giordano di Aqaba sul Mar Rosso, per poi proseguire verso nord attraverso Amman, Damasco e Aleppo, prima di entrare in Turchia e collegarsi all'Europa.

Con la Turchia che si promuove già come importante Paese di transito, pubblicizzando progetti come il Corridoio di Mezzo e la Strada di Sviluppo dell'Iraq, la riattivazione della ferrovia persegue due obiettivi principali.

In primo luogo, essa rafforzerebbe l'influenza di Ankara nel Levante. In secondo luogo, la Ferrovia dell'Hejaz rappresenta un potenziale concorrente per il progetto del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), che prevede Israele come hub di transito centrale per collegare il Golfo Persico all'Europa.

Le Autorità turche hanno apertamente presentato il progetto come una sfida proprio a Tel Aviv. Durante un incontro con il suo omologo siriano, il Ministro del Commercio turco Omer Bolat ha sostenuto che "la riduzione dell'influenza di Israele nella regione, insieme a una maggiore solidarietà politica ed economica tra noi, porterà prosperità economica".

La risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere. Il recente attacco dell'aviazione israeliana sulle basi militari in Siria ha rischiato di scatenare uno scontro che, potenzialmente, poteva coinvolgere anche gli alleati della NATO. A rivelarlo è stato l'Ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale di Washington per la Siria, Tom Barrack, che parlando al Jerusalem Post ha spiegato come la decisione di Tel Aviv di non avvertire Ankara sui propri piani di attacco ha rischiato di far decollare gli aerei da guerra di Erdogan per paura di una minaccia imminente. Mettendo subito alla prova il recente patto militare a tre, l'asse sunnita tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan.

Israele afferma che consentire il dispiegamento di truppe turche vicino alla base aerea di Abu al-Duhur, nella provincia siriana di Idlib, attaccata alcuni giorni fa, viola l'accordo sullo status quo tra i due Paesi. In un post sui social media, l'ufficio del Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che Israele aveva ripetutamente avvertito la Siria che tale dispiegamento rappresentava una minaccia per la sicurezza, aggiungendo che Tel Aviv accoglierebbe con favore un ritorno allo status quo.

Da parte sua, la Direzione per la comunicazione della Repubblica di Turchia ha commentato: "Le accuse insostenibili avanzate dall'ufficio del Primo Ministro israeliano mirano a legittimare i raid aerei illegali di Israele che colpiscono la sovranità e l'integrità territoriale della Siria. Le insinuazioni espresse derivano dall'intenzione di Netanyahu di perseguire politiche espansionistiche e destabilizzanti nella regione in vista delle elezioni in Israele. La Turchia, come la stragrande maggioranza della comunità internazionale, sostiene il consolidamento di una pace duratura nella nostra regione. L'unica via per raggiungere questo obiettivo risiede nell'abbandono da parte di Netanyahu delle sue politiche aggressive e coercitive e nel suo rispetto del diritto internazionale", prosegue Ankara nel suo comunicato stampa. "La Turchia continuerà risolutamente a cooperare con il Governo siriano su una base legittima per l'instaurazione della pace, della stabilità e della prosperità, e non permetterà mai la destabilizzazione della Siria", conclude la nota turca.

Tornando all'infrastruttura ferroviaria, allo stato attuale, l'accordo firmato da Ankara e Riyad si limita a una serie di memorandum d'intesa, non ad un via libera per l'inizio dei lavori di costruzione. La realizzazione del progetto dipenderà in larga misura dai finanziamenti e dalla sicurezza. È fondamentale sottolineare che la rete ferroviaria non dispone di un meccanismo di finanziamento chiaro né di un quadro di governance concordato tra gli Stati che attraverserebbe.

La costruzione e la gestione della ferrovia richiederanno l'armonizzazione delle normative in diversi Stati, nonché la definizione di protocolli di sicurezza. La Siria, attraverso la quale passerebbe la maggior parte della ferrovia, si trova ancora ad affrontare enormi sfide in termini di ricostruzione e stabilità, con costi stimati in oltre 200 miliardi di dollari. È probabile che Damasco dia priorità alle infrastrutture di base, agli alloggi e ai servizi pubblici prima di impegnarsi in un importante progetto ferroviario transfrontaliero che Israele e altri gruppi terroristici potrebbero sabotare.

Anche la sicurezza rappresenta un ostacolo importante. Il Governo siriano non ha ancora consolidato completamente il controllo sul Paese, mentre l'instabilità persiste nel sud. Le forze israeliane continuano a mantenere una presenza militare in alcune zone della provincia di Quneitra, non intendono rinunciare al Golan e le tensioni rimangono elevate nella provincia di Suwayda, a maggioranza drusa, dove la sovranità di Damasco è limitata.

Un altro problema è il finanziamento della ferrovia. Né la Turchia né l'Arabia Saudita hanno annunciato impegni economici per il corridoio transfrontaliero, ed è improbabile che investitori privati finanzino una ferrovia multimiliardaria attraverso la Siria senza quelle solide garanzie di stabilità che il dopo-Assad non ha certo fornito.

L'impegno della Turchia è motivato dal desiderio di ridurre il ruolo di Israele nel commercio regionale, approfittando del fatto che gli Stati Uniti non sono stati in grado di spingere i partner dell'IMEC ad armonizzare le procedure doganali, nonché gli standard ferroviari e portuali, in modo che il corridoio annunciato da Washington possa passare dalla fase concettuale a quella operativa.

L'iniziativa promossa da Ankara è potenzialmente molto ambiziosa, perchè mira a creare un'infrastruttura di trasporto strategica nord-sud che colleghi Istanbul, Adana, Aleppo, Damasco, Amman, Medina, La Mecca e Gedda, offrendo un'alternativa al transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb e il Canale di Suez. I suoi piani a lungo termine prevedono l'estensione della rete a Muscat, realizzando un corridoio terrestre tra l'Europa e il Golfo dell'Oman, saldando Mediterraneo orientale, Golfo Persico e Mar Rosso e diventando un'alternativa allo Stretto di Hormuz; soprattutto, questa infrastruttura sferrerebbe un colpo decisivo alla possibile nascita dell'IMEC, un progetto avversato fin dall'inizio sia da Ankara che da Teheran, sottraendo Damasco ed Amman alla riorganizzazione israelo-statunitense del Medio Oriente.

La ripresa della Ferrovia dell'Hejaz potrebbe contribuire a rafforzare il soft power turco, integrando ulteriormente il Paese nella geografia economica della regione araba e creando un ruolo strutturale per la Turchia come hub di transito per il commercio, la logistica e le infrastrutture digitali, soprattutto considerando che il progetto include anche reti in fibra ottica. Insomma, Ankara emergerebbe come nuova potenza egemone nella regione, dopo l'aggressione della Coalizione Epstein all'Iran.

Per prevenire tale eventualità, Israele potrebbe scatenare preventivamente un conflitto allargato nel Kurdistan siriano, mentre la sua rivalità con la Turchia sta emergendo in maniera sempre più evidente in tutto il "Mediterraneo allargato", considerando l'ambizione storica di Ankara di liberare il Bosforo e i Dardanelli da qualsiasi vincolo esterno. Al contrario della Marina, l'aviazione turca non è ancora all'altezza di un confronto diretto con Tel Aviv, dipendendo dagli aerei statunitensi F35 e F110; l'obiettivo è guadagnare tempo fino al 2035, ma intanto Ankara potrebbe varare la propria portaerei nel 2027.

Nel frattempo, Israele patrocina i progetti energetici come East-Med e Great Sea Interconnector per escludere la Turchia dal Mediterraneo ed aprire un nuovo fronte di scontro a Cipro.

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