
Lorenzo Maria Pacini
Se l'allargamento verso l'Ucraina, la Moldavia e i Balcani occidentali è diventato uno strumento di sicurezza europea ancor prima di essere un processo di integrazione, l'Unione dispone della capacità istituzionale, economica e strategica necessaria per sostenerlo?
Un progetto ambito e mai riuscito
L'inizio dell'Operazione Militare Speciale nel febbraio del 2022 ha fatto qualcosa che tre decenni di dibattito interno non erano riusciti a fare: ha trasformato l'allargamento dell'Unione Europea da procedura tecnico-amministrativa in atto strategico. Prima di quella data, l'ingresso di nuovi Stati membri era gestito come un esercizio di condizionalità normativa, scandito dai trentatré capitoli dell'acquis e da un calendario che nessuno aveva fretta di rispettare. Dopo, l'adesione di Kiev e Chișinău è diventata una questione di sicurezza continentale, discussa nelle stesse riunioni in cui si decidono le forniture di munizioni e i tetti al prezzo del gas.
Il dato che segna questa trasformazione è concreto e recente. Il 1 5 giugno 2026, dopo un blocco durato quasi due anni imposto dal veto ungherese e superato solo dopo il cambio di governo a Budapest, l'Unione ha aperto formalmente il primo cluster negoziale - quello dei fondamentali - con Ucraina e Moldavia; il 14 luglio successivo è stato sbloccato anche il cluster sulle relazioni esterne. La fine del cosiddetto package approach, che per oltre quattro anni aveva legato il destino dei due candidati in un unico pacchetto, ha segnalato che Bruxelles considera ormai i due dossier abbastanza maturi da procedere ciascuno al proprio ritmo. È un fatto procedurale che porta un peso geopolitico sproporzionato rispetto alla sua natura burocratica.
L'allargamento non è mai stato solo politica di vicinato. Ma nel quadro post-2022 esso ridefinisce apertamente la profondità strategica dell'Unione, spostando verso est la linea entro cui l'ordine giuridico, economico e - indirettamente - securitario europeo pretende di valere. Cinque dinamiche si intrecciano in questo movimento: la guerra in Ucraina, che ha reso l'adesione un vettore di ancoraggio geopolitico anziché di semplice modernizzazione; la rivalità sistemica tra l'Occidente e la Russia, che interpreta ogni avanzamento negoziale come un arretramento del proprio spazio d'influenza; la competizione con la Cina, presente nei Balcani attraverso investimenti infrastrutturali che l'Unione fatica a eguagliare; l'ambizione di un'autonomia strategica europea, resa più urgente dall'inaffidabilità percepita della garanzia americana; e la sicurezza continentale in senso stretto, con la frontiera orientale dell'Unione che coincide sempre più con la frontiera del conflitto.
Da qui nasce una domanda fondamentale: Se l'allargamento verso Ucraina, Moldavia e Balcani occidentali è diventato uno strumento della sicurezza europea prima ancora che un processo di integrazione, l'Unione dispone della capacità istituzionale, economica e strategica per sostenerlo - oppure sta assumendo un impegno geopolitico che la propria architettura interna non è attrezzata a onorare?
Tentativi storici
Ogni ondata di allargamento ha risposto a un'esigenza geopolitica diversa, e leggerle in sequenza aiuta a capire perché quella attuale rompa con le precedenti. La Comunità originaria dei Sei, nata dal Trattato di Roma del 1957, era un progetto di riconciliazione franco-tedesca e di contenimento del rischio di una nuova guerra intraeuropea attraverso l'integrazione delle industrie del carbone e dell'acciaio. La logica era interna al continente occidentale e strettamente economica nella forma, politica nella sostanza.
L'allargamento mediterraneo degli anni Ottanta - Grecia nel 1981, Spagna e Portogallo nel 1986 - obbedì a una logica differente: consolidare democrazie giovani, uscite da dittature, ancorandole a un'architettura che rendesse improbabile un ritorno all'autoritarismo. Fu il primo caso in cui l'adesione funzionò esplicitamente come strumento di stabilizzazione politica, non solo di crescita economica. Questa funzione tornerà, amplificata, nel dossier ucraino.
Il grande allargamento a est del 2004, seguito da Romania e Bulgaria nel 2007, fu la vera riunificazione del continente dopo la Guerra Fredda. Otto Stati dell'Europa centro-orientale entrarono simultaneamente, portando con sé economie in transizione e una memoria storica del dominio sovietico che avrebbe orientato per vent'anni le loro posizioni di politica estera. Quel processo fu concepito come chiusura di un capitolo - la fine della divisione di Yalta - più che come apertura di un fronte geopolitico. L'errore di prospettiva, retrospettivamente, fu credere che l'espansione fosse un movimento a senso unico privo di reazione da parte di Mosca.
L'ingresso della Croazia nel 2013 rappresentò invece un allargamento residuale, la conclusione tardiva della disgregazione jugoslava. Da allora, per un decennio, il processo si è congelato. La candidatura dei Balcani occidentali è rimasta sospesa in una condizione di attesa permanente, con la Macedonia del Nord costretta perfino a cambiare nome per sbloccare un veto greco, mentre la Serbia oscillava tra Bruxelles, Mosca e Pechino. La candidatura di Ucraina e Moldavia, formalizzata nel giugno 2022 a poche settimane dall'invasione, ha riattivato bruscamente un meccanismo che sembrava esausto, ma lo ha fatto in una logica di emergenza securitaria, non di convergenza economica pianificata.
La funzione geopolitica dell'allargamento
Il mutamento decisivo è di funzione. L'allargamento è passato da meccanismo di integrazione a strumento di contenimento geopolitico, e questa transizione va spiegata nei suoi termini teorici prima che descrittiva. L'Europa costituisce un complesso di sicurezza in cui i processi di securitizzazione degli Stati membri sono così interconnessi che nessuno può essere analizzato isolatamente. Estendere il complesso verso est significa incorporare nel proprio perimetro di sicurezza territori finora collocati in una zona grigia contesa con la Russia. Non è espansione neutra, sia chiaro, è ridefinizione del confine tra due complessi di sicurezza rivali.
La nozione di profondità strategica ci viene in aiuto per chiarire la posta in gioco. Uno spazio profondo assorbe gli urti, allontana la minaccia dal centro vitale, offre margine di manovra. Per l'Unione, l'Ucraina rappresenta la differenza tra una frontiera orientale che corre lungo il Bug e una che corre lungo il Dnepr o oltre. Per la Russia, la stessa Ucraina è la profondità strategica che protegge Mosca dall'avvicinarsi di un blocco ostile. Le due esigenze sono geometricamente incompatibili: ciò che è profondità per l'una è arretramento per l'altra. In questa incompatibilità risiede il security dilemma che struttura l'intero dossier, poiché ogni mossa difensiva di un attore appare offensiva all'altro.
Il concetto di zona cuscinetto perde qui la propria funzione classica, così come intesa nelle relazioni internazionali. Storicamente Ucraina, Moldavia e in parte i Balcani hanno operato come spazi-tampone tra l'Occidente e la potenza continentale russa. La logica dell'allargamento consiste precisamente nell'abolire il cuscinetto, integrandolo in uno dei due poli. Un realista offensivo alla Mearsheimer prevedrebbe che l'eliminazione dello spazio-tampone intensifichi il conflitto anziché risolverlo, perché priva le grandi potenze del margine che rende tollerabile la coesistenza. È una previsione che il caso ucraino ha, tragicamente, confermato.
Accanto alla dimensione militare opera lo strumento più caratteristico dell'Unione: l'influenza normativa. La potenza normativa europea, di cui spesso abbiamo già scritto, sostiene che Bruxelles esercita potere non attraverso la coercizione ma attraverso la capacità di far accettare le proprie norme come standard. L'allargamento è il veicolo più potente di questo potere, poiché richiede ai candidati di riscrivere il proprio ordinamento secondo il modello europeo. La sicurezza europea, in questa lettura, si difende non solo con la deterrenza ma con l'espansione dello spazio giuridico comune, una forma di potere che non ha equivalenti russi o cinesi, e che spiega perché Mosca percepisca l'allargamento come minaccia esistenziale pur in assenza di adesione alla NATO.
Un occhio di riguardo verso l'Ucraina
L'opinione dei tecnocrati di Bruxelles è chiara, nota a tutti e continuamente ribadita: nessun candidato porta con sé un valore strategico paragonabile a quello ucraino, e nessuno comporta costi altrettanto vertiginosi. Il paese è il più esteso interamente europeo, si affaccia sul Mar Nero per oltre duemila chilometri di costa e controlla, con la penisola di Crimea occupata, l'accesso settentrionale a un bacino cruciale per la proiezione russa verso il Mediterraneo. La sua incorporazione nell'Unione trasformerebbe il Mar Nero da lago conteso in frontiera marittima europea, con implicazioni dirette sulla libertà di navigazione e sui corridoi del grano.
Il peso agricolo è di primo ordine. L'Ucraina è tra i maggiori esportatori mondiali di cereali e semi oleosi, e la sua integrazione ridisegnerebbe il mercato agricolo europeo e la Politica Agricola Comune in modo che nessun allargamento precedente ha mai richiesto. A ciò si aggiungono risorse minerarie di crescente rilievo strategico - depositi di litio, titanio, grafite e terre rare - che nel contesto della competizione con la Cina per le materie prime critiche conferiscono all'adesione una dimensione geoeconomica esplicita. L'industria militare ucraina, forgiata da tre anni di guerra ad alta intensità, dispone di competenze nella produzione di droni e nella guerra elettronica che l'apparato difensivo europeo osserva con attenzione non filantropica.
Sul piano energetico e logistico, l'Ucraina possiede una rete di gasdotti, capacità di stoccaggio sotterraneo tra le maggiori del continente e corridoi ferroviari e stradali che collegano il Mar Nero all'Europa centrale. Questi asset la rendono un nodo, non una periferia. Ma è proprio la scala di questi asset a generare la contropartita dei costi. La quarta valutazione congiunta di Banca Mondiale, governo ucraino, Commissione europea e Nazioni Unite ha stimato in centinaia di miliardi di dollari il fabbisogno di ricostruzione su un orizzonte decennale, una cifra destinata a crescere con il protrarsi del conflitto. L'adesione di un paese in ricostruzione, con un territorio parzialmente occupato e frontiere non stabilizzate, è senza precedenti nella storia dell'Unione.
Le riforme richieste toccano il cuore delle criticità ucraine: la lotta alla corruzione, l'indipendenza della magistratura, il controllo dell'influenza oligarchica, la riforma della pubblica amministrazione. La Commissione, nei suoi rapporti del 2024 e 2025, ha riconosciuto progressi significativi realizzati sotto la pressione della guerra, ma ha mantenuto la corruzione e la governance come nodi irrisolti. Il paradosso è evidente: la guerra ha accelerato la volontà politica di riforma e insieme reso più fragili le istituzioni chiamate ad attuarla. Il valore strategico dell'Ucraina per l'Unione è massimo; la sua prontezza istituzionale, minima.
Tra questi due estremi si giocherà la credibilità dell'intero processo.