27/08/2026 strategic-culture.su  11min 🇮🇹 #324647

Polonia-Ucraina, la fine dell'idillio: Varsavia scopre il prezzo della guerra

Giulio Chinappi

Dopo essere stata tra i principali promotori europei dell'escalation militare contro la Russia, la Polonia mostra crescente insofferenza verso i costi del conflitto. Rifugiati, aiuti, agricoltura e memoria storica stanno trasformando profondamente i rapporti tra Varsavia e Kiev.

Per oltre due anni la Polonia ha rappresentato l'avanguardia europea della linea più bellicista sul conflitto ucraino. Varsavia non si è limitata a sostenere Kiev dopo l'intervento militare russo del febbraio 2022, ma ha ripetutamente esercitato pressioni sugli altri membri della NATO e dell'Unione Europea affinché aumentassero le forniture di armamenti, superassero le proprie esitazioni e accettassero categorie di armi precedentemente escluse per il timore di un'ulteriore escalation. All'inizio del 2023, ad esempio, fu proprio il governo polacco, allora guidato dal conservatore Mateusz Morawiecki, a svolgere un ruolo decisivo nella pressione sulla Germania affinché autorizzasse l'invio dei carri armati Leopard 2, arrivando a prospettare la possibilità di procedere anche senza il consenso preventivo di Berlino qualora fosse stata costituita una coalizione di Paesi disponibili.

A distanza di quattro anni, quella fase appare sempre più lontana. La Polonia continua ufficialmente a considerare la Russia una minaccia strategica e non ha abbandonato il sostegno militare allo Stato ucraino. Ancora nel giugno 2026, il primo ministro Donald Tusk rivendicava il diritto di Varsavia a partecipare a qualsiasi trattativa sul futuro del conflitto e manifestava prudenza verso un rapido riavvicinamento occidentale a Mosca. Tuttavia, al di sotto di questa continuità strategica si è prodotta una trasformazione profonda: la disponibilità polacca a sostenere indefinitamente i costi economici, sociali, demografici e militari della guerra si è drasticamente ridotta.

Varsavia è stata dunque tra le capitali che più decisamente hanno sostenuto la necessità di affrontare militarmente la Russia, contribuendo a trasformare la guerra ucraina in una prova di forza di lungo periodo tra Mosca e il blocco euro-atlantico. Quando però gli effetti di quella stessa strategia hanno iniziato a ricadere direttamente sulla società polacca, il linguaggio della solidarietà senza condizioni ha progressivamente lasciato spazio alla difesa dell'interesse nazionale. La guerra doveva continuare finché il suo costo principale poteva essere trasferito sul campo di battaglia ucraino e distribuito finanziariamente tra i Paesi occidentali; ora che una parte delle conseguenze si manifesta quotidianamente in Polonia, Varsavia scopre quei limiti che ignorava nel 2022.

I dati sulle forniture militari rendono particolarmente evidente questa evoluzione, ma anche l'inversione della posizione del partito conservatore Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, PiS). Nel luglio 2026 il governo di centro-sinistra di Tusk, per rispondere alle polemiche dell'opposizione sulla consegna all'Ucraina di missili PAC-3 destinati ai sistemi Patriot, ha declassificato il valore complessivo degli equipaggiamenti ceduti a Kiev dal 2022. Dei 16,5 miliardi di złoty di materiale militare trasferito, ben 14,9 miliardi erano stati forniti nel biennio 2022-2023, quando governava proprio il PiS; soltanto 1,6 miliardi sono stati consegnati dal governo attuale tra il 2024 e il 2026. Fu dunque proprio il PiS, oggi sempre più critico verso nuovi trasferimenti, a inviare la parte largamente maggioritaria di carri armati, mezzi corazzati, aerei MiG-29, artiglieria e munizioni consegnati dalla Polonia all'Ucraina.

Il ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz ha utilizzato non casualmente il termine "ipocrisia" per descrivere la posizione dell'ex ministro Mariusz Błaszczak, oggi tra coloro che accusano il governo di indebolire la sicurezza nazionale cedendo ulteriori armamenti a Kiev. Al di là dello scontro tra governo e opposizione, il caso mostra comunque un cambiamento strutturale: ciò che nel 2022 veniva presentato come un investimento necessario per la sicurezza polacca viene oggi sottoposto a una valutazione assai più restrittiva, nella quale ogni arma consegnata all'Ucraina può essere considerata un'arma sottratta alla difesa della stessa Polonia.

La trasformazione è ancora più evidente sul terreno dei rifugiati. Nelle prime settimane della guerra milioni di cittadini ucraini attraversarono il confine polacco e Varsavia costruì intorno alla loro accoglienza una parte importante della propria narrazione politica. Quel sistema eccezionale sta però venendo progressivamente smantellato. Nel febbraio 2026,  il presidente Karol Nawrocki ha promulgato una legge proposta dal governo Tusk che pone fine allo status speciale introdotto nel 2022 e avvicina il trattamento degli ucraini a quello previsto per gli altri cittadini stranieri. Rimane la protezione temporanea, ma vengono eliminate diverse misure eccezionali riguardanti sanità, istruzione e altri servizi. Nawrocki ha rivendicato apertamente la fine di quelli che ha definito "privilegi incondizionati", sostenendo che il precedente sistema avesse prodotto un crescente senso di disparità tra cittadini polacchi e ucraini.

L'aspetto più significativo è che questa svolta non appartiene solamente alla destra nazionalista. La legge è stata elaborata dal governo europeista di Tusk e promulgata dal presidente sostenuto dal PiS. Le differenze tra i due schieramenti restano profonde, ma sul progressivo ridimensionamento dell'eccezionalità ucraina si sta formando una convergenza che sarebbe stata difficilmente immaginabile quattro anni fa.

Il PiS ha compiuto un ulteriore passo nell'agosto 2026. Il vicepresidente Tobiasz Bocheński ha annunciato che, qualora il partito tornasse al governo dopo le elezioni legislative del 2027, una delle prime misure sarebbe l'espulsione verso l'Ucraina degli uomini ucraini in età di leva che non lavorano legalmente in Polonia. La giustificazione contiene in forma quasi perfetta la contraddizione maturata nella politica polacca: questi uomini, secondo Bocheński, dovrebbero tornare nel proprio Paese per contribuire direttamente alla guerra, perché la vittoria dell'Ucraina sarebbe necessaria alla sicurezza dell'Europa centro-orientale. Il governo Tusk ha definito la proposta impraticabile e populista, ricordando inoltre che oltre il 95% degli ucraini maschi in età militare presenti in Polonia lavora legalmente.

Il significato politico della proposta supera però largamente il numero delle persone che potrebbero essere effettivamente coinvolte. Un sondaggio IBRiS realizzato il 7 e l'8 agosto ha rilevato che il 67,2% degli intervistati è favorevole all'espulsione degli uomini ucraini in età di leva privi di un'occupazione legale, contro appena il 23,4% di contrari. Il sostegno alla misura supera persino i confini dell'elettorato di destra.

In altre parole, una parte crescente della società polacca sembra condividere una posizione molto semplice: l'Ucraina deve continuare a combattere, ma gli ucraini devono sostenere direttamente il peso di quella guerra. Varsavia, che aveva contribuito a internazionalizzare lo sforzo bellico attraverso armi, finanziamenti, sanzioni e pressioni diplomatiche, tende ora a rinazionalizzarne i costi umani. La guerra resta funzionale all'obiettivo strategico di contenere la Russia, ma deve pesare sempre meno sui contribuenti, sui servizi pubblici e sulla società polacca.

In ballo, del resto, ci sono questioni che vanno ben oltre quella dei rifugiati. Già dal 2023, la questione agricola aveva mostrato quanto rapidamente la solidarietà geopolitica potesse dissolversi quando entrava in collisione con interessi economici concreti. La liberalizzazione delle importazioni ucraine, adottata dall'Unione Europea per sostenere Kiev, aveva riversato grandi quantità di prodotti agricoli sui mercati dei Paesi confinanti. Gli agricoltori polacchi protestarono contro la concorrenza delle merci ucraine a basso costo, bloccando autostrade e valichi di frontiera e arrivando in alcuni casi a rovesciare il grano ucraino dai vagoni ferroviari. Il governo polacco, già sotto il PiS e successivamente sotto Tusk, si trovò così a dover difendere il proprio settore agricolo contro una delle principali misure economiche adottate dall'Unione Europea per sostenere l'Ucraina.

La frattura economica si è progressivamente sovrapposta a quella sociale e infine a quella storica. Secondo un sondaggio del Centro per la Ricerca sull'Opinione Pubblica (CBOS) pubblicato nell'agosto 2026, il 46% dei polacchi giudica ormai negativamente le relazioni con l'Ucraina, mentre appena il 12% le considera positive. Nel 2023, il rapporto era più che capovolto: solo il 3% esprimeva un giudizio negativo e il 64% uno positivo. Tra coloro che valutano negativamente lo stato dei rapporti bilaterali, il 65% attribuisce principalmente la responsabilità all'Ucraina. Anche la percentuale di quanti ritengono possibile una riconciliazione tra i due popoli è precipitata dal 78% del 2023 al 53%. Parallelamente, un sondaggio IBRiS ha mostrato che il sostegno alla prosecuzione dell'assistenza militare all'Ucraina è sceso dal 78% del 2022 al 52% nel 2026.

Sullo sfondo delle relazioni tra Polonia e Ucraina vi sono poi diverse questioni storiche irrisolte. Proprio queste ultime hanno finito per trasformarsi nel detonatore della crisi diplomatica più grave tra i due Paesi dal 2022. La decisione di Volodymyr Zelens'kyj di attribuire a un'unità militare il nome dell'Esercito Insurrezionale Ucraino (Ukraïns'ka Povstans'ka Armija, UPA), responsabile dei massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale durante la Seconda guerra mondiale, ha provocato una reazione durissima a Varsavia. Il presidente Nawrocki ha revocato a Zelens'kyj l'Ordine dell'Aquila Bianca, massima onorificenza polacca, mentre esponenti ucraini hanno restituito per protesta le proprie decorazioni. La crisi è divenuta tanto profonda da indurre Zelens'kyj a non partecipare alla Conferenza per la ricostruzione dell'Ucraina organizzata a Danzica.

Dietro la controversia riaffiora inoltre un problema ancora più profondo:  quello delle Kresy, gli antichi territori orientali della Polonia interbellica, oggi appartenenti soprattutto a Ucraina, Bielorussia e Lituania. L'viv, la Lwów polacca, in italiano nota anche come Leopoli, occupa in questo immaginario una posizione particolarmente importante. La città fu contesa militarmente da polacchi e ucraini già nel 1918-1919 e rimase parte della Seconda Repubblica Polacca fino alla ridefinizione dei confini determinata dalla Seconda guerra mondiale. Il cimitero degli Aquilotti di Lwów continua ancora oggi a rappresentare uno dei principali luoghi simbolici della memoria nazionale polacca.

Sebbene le rivendicazioni territoriali non facciano parte della linea ufficiale dei principali partiti politici polacchi, nelle frange nazionaliste sopravvive un immaginario legato alle Kresy, alimentato dalla nostalgia per Lwów e dalla rappresentazione dell'Ucraina occidentale come parte di uno spazio storico polacco perduto. È significativo che nel luglio 2026 Zbigniew Bogucki, capo della Cancelleria del presidente Nawrocki, abbia utilizzato in parlamento la denominazione storica di "Piccola Polonia orientale" riferendosi ai territori dell'attuale Ucraina occidentale nel contesto della polemica su Bandera e sull'UPA. L'espressione non costituisce in sé una rivendicazione territoriale, ma il suo ritorno nel linguaggio delle più alte istituzioni polacche mostra quanto profondamente il lessico della Seconda Repubblica continui a sopravvivere nella memoria politica contemporanea.

All'estrema destra, intanto, la campagna contro l'"ucrainizzazione della Polonia" promossa negli anni scorsi da Grzegorz Braun e da altri settori nazionalisti ha progressivamente guadagnato spazio. Le accuse agli ucraini di costituire una minaccia all'identità nazionale, il recupero sistematico della questione dei massacri in Volinia e la rappresentazione della presenza ucraina come trasformazione etnica della Polonia erano ancora relativamente marginali nel 2022; oggi una parte di quel linguaggio ha contaminato il dibattito politico più ampio. In questo terreno prosperano anche fantasie revisioniste sul futuro dell'Ucraina e sulla possibilità che un eventuale collasso dello Stato ucraino riapra la questione dei territori occidentali.

La trasformazione dei rapporti tra Varsavia e Kiev nasce dunque prima di tutto dalle contraddizioni interne alla loro alleanza. Nel 2022, la comune opposizione alla Russia aveva temporaneamente relegato in secondo piano il conflitto agricolo, la competizione economica, la questione dei rifugiati, la Volinia, l'UPA e la memoria delle Kresy. Quattro anni di guerra hanno fatto riemergere progressivamente ognuna di queste fratture.

Sempre più chiaramente, Varsavia sembra volere un'Ucraina abbastanza forte da contenere Mosca, ma non tanto da scaricare sulla Polonia costi economici, migratori e sociali considerati eccessivi; abbastanza integrata nell'Occidente da funzionare come barriera geopolitica orientale, ma non necessariamente al prezzo di una concorrenza agricola incontrollata o della rinuncia polacca alle proprie rivendicazioni storiche e politiche.

La Polonia scopre così il prezzo della guerra che voleva combattere, ma che immaginava potesse essere combattuta prevalentemente dagli ucraini, con le armi occidentali e senza conseguenze destabilizzanti all'interno dei propri confini. Quando quei costi sono arrivati sotto forma di concorrenza agricola, pressione sui servizi, immigrazione permanente, risentimento sociale e riapertura delle ferite storiche, l'idillio costruito nel 2022 ha iniziato a dissolversi. Al suo posto emerge una relazione molto più vicina alla realtà storica dei rapporti polacco-ucraini:  una cooperazione determinata dalla comune contrapposizione alla Russia, ma attraversata da interessi divergenti, rivalità nazionali e memorie territoriali che la guerra aveva nascosto senza riuscire a cancellare.

 strategic-culture.su