
Lorenzo Maria Pacini
Se la politica torna a costruire comunità attorno a diritti universali, condizioni materiali, lavoro, dignità, uguaglianza davanti alla legge e possibilità concreta di partecipare alla vita sociale, allora il pendolo potrebbe finalmente fermarsi.
Il woke è morto, viva il woke!
C'è qualcosa di irresistibilmente comico nei funerali politici celebrati prima ancora che il morto abbia avuto la cortesia di morire.
In questi giorni, dalle parti del progressismo americano, si è aperta la stagione delle esequie del cosiddetto woke. Il rito è quello classico: si cambia rapidamente vocabolario, si prende qualche distanza dalle parole d'ordine di ieri e, con l'aria di chi ha appena scoperto una verità evidente, si annuncia che bisogna tornare a parlare di lavoratori, salari, economia reale, gente comune.
Insomma: compagni, controordine. Ci siamo accorti che mentre discutevamo di identità, linguaggio e microaggressioni, qualcuno ha dimenticato di chiedere agli elettori come arrivavano alla fine del mese.
La cosa interessante, però, è che il problema non è semplicemente il woke. E nemmeno il suo eventuale tramonto. Il problema è che una certa cultura politica sembra immaginare che le ideologie funzionino come le campagne pubblicitarie: basta cambiare slogan e il prodotto torna nuovo.
Purtroppo la storia è meno indulgente. Il fenomeno che chiamiamo woke non è mai stato soltanto un insieme di opinioni. È stato anche, e forse soprattutto, un sistema di conformità sociale.
Il suo tratto più interessante non è dunque ciò che sostiene, ma il modo attraverso cui molte delle sue tesi sono state diffuse: non tanto attraverso il confronto razionale quanto attraverso la costruzione di un confine morale tra chi era autorizzato a parlare e chi, invece, doveva essere messo all'angolo.
L'argomento diventava rapidamente secondario. Prima ancora di chiedersi se una determinata posizione fosse vera o falsa, corretta o sbagliata, progressista o conservatrice, bisognava stabilire se chi la pronunciava fosse una persona moralmente presentabile. È il vecchio trucco della politica trasformato in procedura amministrativa: non devi necessariamente confutare l'avversario; puoi semplicemente dichiararlo impresentabile. E così, soprattutto negli ambienti caratterizzati da forte cooptazione interna - università, giornalismo, apparati culturali, professioni ad alta densità simbolica - il conformismo ha potuto diventare una forma di carriera. Non serviva necessariamente essere convinti. Bastava essere aggiornati.
Il risultato è stato paradossale: una cultura nata per combattere le discriminazioni ha finito, in alcuni suoi eccessi, per costruire nuovi meccanismi di stigmatizzazione. Solo che stavolta la discriminazione era accompagnata da un vocabolario impeccabilmente progressista. Il messaggio implicito era semplice: puoi avere qualunque opinione, purché sia quella giusta.
Conformismo con i denti, rivendicazione senza diritti
Qui bisogna però fare una distinzione fondamentale, perché confondere il woke con la storia dei diritti civili significa non capire il problema.
La grande stagione dei diritti moderni si è sviluppata attorno a un principio universalistico: uguaglianza davanti alla legge. Mario e Maria hanno entrambi diritto di voto. Punto. Il cittadino ricco e quello povero devono essere uguali davanti alla legge. La persona appartenente a una maggioranza e quella appartenente a una minoranza devono avere gli stessi diritti fondamentali. È una concezione straordinariamente potente proprio perché non pretende di moltiplicare indefinitamente le categorie umane. Tende, al contrario, a ricondurle sotto un medesimo principio.
A partire dagli anni Settanta e Ottanta, tuttavia, qualcosa cambia. Il terreno della rivendicazione si sposta progressivamente dall'uguaglianza universale verso una proliferazione di identità, vulnerabilità e diritti specifici. E qui comincia il carnevale. Perché se il diritto deve compensare ogni condizione soggettivamente percepita come svantaggio, allora il numero delle categorie bisognose di tutela tende naturalmente all'infinito.
Nasce una competizione permanente per dimostrare di essere più vulnerabili degli altri. La politica si trasforma così in una gigantesca sala d'attesa: ogni gruppo prende il numeretto e aspetta il proprio turno per spiegare perché la propria sofferenza debba essere riconosciuta, normata, finanziata e possibilmente trasformata in un nuovo diritto.
Naturalmente, più il criterio diventa soggettivo, più il sistema diventa difficile da governare. Una violenza fisica è un fatto. Un'aggressione è un fatto. Una discriminazione davanti alla legge è un fatto. Ma se anche una parola, un'espressione, un'immagine, una convenzione linguistica o un comportamento ordinario possono essere definiti violenti sulla base della percezione individuale, il concetto di tutela rischia di diventare elastico come una gomma da masticare. E quando tutto può essere violenza, inevitabilmente qualcosa smette di esserlo.
Mentre ci dividono, il potere ringrazia
Qui si trova forse il punto politicamente più interessante. La frammentazione delle identità è stata straordinariamente compatibile con la rivoluzione neoliberale. Non perché esista necessariamente un grande complotto in cui qualche misterioso consiglio di amministrazione abbia deliberato: "Da domani divideremo la sinistra in 47 minoranze". Non serve alcun complotto. Basta osservare gli incentivi.
Una politica fondata sulla redistribuzione economica, sui salari, sul lavoro, sulla proprietà, sul potere delle grandi imprese e sulla struttura dei rapporti di classe è inevitabilmente una politica che deve confrontarsi con il potere materiale. Una politica frammentata in infinite battaglie identitarie può invece trascorrere moltissimo tempo discutendo fra persone che, magari, siedono tutte nello stesso ascensore sociale. E questo produce un fenomeno curioso. La sinistra può arrivare a preoccuparsi del soffitto di cristallo che impedisce a una manager di diventare amministratrice delegata mentre dimentica completamente il pavimento di fango sul quale una lavoratrice passa la giornata. Il problema non è che il soffitto di cristallo non esista. Il problema è la priorità.
La politica non è un buffet nel quale si può prendere tutto. È una scelta di conflitti, interessi e gerarchie. E quando una parte della sinistra ha smesso di parlare prevalentemente di chi possiede, chi lavora, chi decide e chi guadagna, ha lasciato libero il campo proprio su quei temi che storicamente costituivano la sua ragion d'essere. A quel punto è arrivata la destra. E ha trovato il ristorante già apparecchiato. Adesso qualcuno si accorge che forse il pendolo ha oscillato troppo.
Benissimo. Ma attenzione: demolire gli eccessi del woke non significa automaticamente tornare alla ragione. È perfettamente possibile passare dall'irrazionalismo progressista all'irrazionalismo reazionario senza nemmeno fermarsi a prendere un caffè. Se per anni si è detto a una parte della popolazione che certe questioni erano intoccabili, che determinate parole erano indicibili e che alcune opinioni rendevano moralmente indegni, non ci si può stupire se, quando quella pressione si allenta, emergano anche risentimenti autentici. Il pendolo non torna necessariamente al centro. Può semplicemente attraversarlo. E qui si trova il rischio più serio.
La fine degli eccessi identitari non deve trasformarsi nella riabilitazione automatica del razzismo, del sessismo, dell'omofobia o di qualunque altra forma di discriminazione. Sarebbe soltanto la vendetta speculare dello stesso errore. Il problema non è sostituire un dogma con il suo contrario. Il problema è tornare a discutere. Sembra poco. In realtà, dopo anni di guerre culturali combattute come guerre di religione, è quasi una rivoluzione.
Nessuno avvisi il cadavere
Ed eccoci dunque al funerale. Il morto è nella bara. Il sacerdote pronuncia l'orazione. I politici si affrettano a dichiarare che non lo conoscevano bene, che in fondo non erano mai stati veramente suoi amici e che, comunque, era già da tempo malato. Poi qualcuno apre il portafoglio elettorale e scopre che il defunto potrebbe ancora essere utile. Perché il woke non è semplicemente una lista di slogan. È il prodotto superficiale di una trasformazione culturale molto più profonda: il passaggio da un relativismo culturale a forme sempre più radicali di soggettivizzazione dell'identità e della realtà sociale.
Per questo non basta che un candidato pronunci meno volte una determinata parola. Le idee non spariscono perché un consulente elettorale suggerisce di cambiare hashtag. Due generazioni sono cresciute dentro questo ambiente culturale. Le categorie interpretative sono entrate nelle università, nelle aziende, nelle istituzioni, nei media, nella pubblicità, nell'educazione e nella comunicazione politica. Il lessico può cambiare in una settimana. Le antropologie culturali impiegano decenni. E dunque forse il woke non è morto affatto. Ha semplicemente cambiato nome. Magari domani si chiamerà inclusione. Dopodomani equità. Fra una settimana avrà un nome ancora più rassicurante, possibilmente accompagnato da un acronimo di sette lettere.
Ma il vero punto non è inseguire il nome. È capire il meccanismo.
Se la politica torna a costruire comunità attorno a diritti universali, condizioni materiali, lavoro, dignità, uguaglianza davanti alla legge e possibilità concreta di partecipare alla vita sociale, allora il pendolo potrebbe finalmente fermarsi. Se invece ci limiteremo a sostituire una liturgia con un'altra, avremo soltanto celebrato un funerale amministrativo.
E il cadavere, come spesso accade in politica, continuerà tranquillamente a votare. Forse persino a candidarsi.