select id,name from user where ip="213.32.4" Il pericoloso intreccio Stati Uniti-Giappone-Golfo Persico (Parte Iii)
📑 08/09/2026 strategic-culture.su  12min 9 🇮🇹 #325960

 Il pericoloso intreccio Stati Uniti-Giappone-Golfo Persico (Parte I)

Il pericoloso intreccio Stati Uniti-Giappone-Golfo Persico (Parte Iii)

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Giacomo Gabellini

Guerra, crisi, aumento senza precedenti del debito pubblico: in che modo i fattori interni ed esterni influenzano l'economia degli Stati Uniti (Parte III)

In conseguenza dell'attacco israelo-statunitense contro l'Iran, i Paesi maggiormente dipendenti dagli approvvigionamenti che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz si sono ritrovati dinnanzi alla doppia necessità di attenuare la svalutazione delle rispettive monete nazionali rispetto al dollaro dovuta all'aumento del prezzo del petrolio, e ricavare risorse da riciclare sotto forma di sussidi a famiglie e imprese. La via più rapida per approvvigionarsi di liquidità consiste come sempre nella liquidazione dei propri investimenti dollarizzati, sotto forma di azioni, obbligazioni societarie e, soprattutto, titoli di debito federale.

I dati indicano che, nel mese di giugno, il controvalore delle detenzioni straniere di titoli di Stato statunitensi in custodia presso la Federal Reserve Bank di New York ha registrato una diminuzione su base trimestrale pari a circa 200 miliardi di dollari,  attestandosi a quota 2.600 miliardi. Si tratta del livello più basso mai toccato dal 2012, raggiunto per effetto dello "scaricamento" combinato di titoli di Stato statunitensi ad opera di soggetti privati e, soprattutto, delle Banche Centrali straniere.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, a cui è andato successivamente a sommarsi il blocco dei porti sauditi ad opera degli Houthi, colpisce naturalmente anche i Paesi membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, privandoli della possibilità di esportare il proprio petrolio e quindi, a ricasco, delle relative entrate in valuta statunitense che per decenni sono state incanalate in attività dollarizzate, conformemente all'accordo sul petrodollaro del 1974.

Si stima che gli Stati arabi del golfo Persico gestiscano investimenti all'estero per un controvalore di circa 5.000 miliardi di dollari, gran parte dei quali concentrati in attività dollarizzate. Nella primavera del 2025, in seguito a un tour diplomatico organizzato fa Trump nella regione, soltanto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar avevano accumulato impegni di investimenti oltreoceano per un ammontare superiore ai 3.500 miliardi di dollari, focalizzati nei settori dell'intelligenza artificiale, dell'energia, dell'aviazione, delle infrastrutture e dei minerali critici. Nonché nella difesa, con quello che Trump aveva  presentato come il più grande accordo di vendita di armi della storia, per un controvalore di 142 miliardi di dollari. L'acquirente era naturalmente l'Arabia Saudita. Nel complesso, l'Asia occidentale ha coperto tramite acquisti di sistemi d'arma di fabbricazione statunitense il 54% delle proprie importazioni di materiale militare tra il 2021 e il 2025.

Tra il 2015 e il 2025, gli Stati Uniti hanno  consegnato oltre 13.000 missili agli Emirati Arabi Uniti, e qualcosa come 89 aerei, più di 150 veicoli blindati e circa 1.800 missili all'Arabia Saudita.

Senonché,  riferiva il "Financial Times" nei primi giorni di guerra sulla base di confidenze rese da una fonte del Golfo di alto livello, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait ed Oman avevano già avviato una revisione degli investimenti all'estero sia in essere che programmati per placare le crescenti pressioni sui bilanci statali causate dal conflitto, implicante potenziali riduzioni delle sponsorizzazioni sportive, dismissioni e liquidazioni. Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha confermato l'indiscrezione,  sottolineando con forza che "le difficoltà economiche che saremo chiamati ad affrontare a seguito della guerra e la riduzione generalizzata della fiducia nella stabilità dell'area del Golfo ci obbligheranno a concentrare risorse nella ricostruzione, nel rafforzamento del nostro sistema di difesa e nella gestione della crisi regionale".

Di qui la richiesta di apertura di una linea di swap  sottoposta dal governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti Khaled Mohamed Balama alle autorità statunitensi. Qualora queste ultime avessero rifiutato, ha  rivelato il "Wall Street Journal", Abu Dhabi avrebbe ripiegato su valute alternative al dollaro, a partire dallo yuan-renminbi.

Il quotidiano finanziario statunitense ha parlato apertamente di "minaccia implicita per il dollaro, che regna sovrano tra le valute globali grazie soprattutto al suo utilizzo quasi esclusivo nelle transazioni".

Nell'arco di poche ore, il segretario al Tesoro Bessent ha  appoggiato pubblicamente la proposta emiratina, precisando che richieste analoghe erano pervenute da svariati Paesi del Golfo Persico e dell'Asia in generale parimenti colpiti dalle implicazioni della guerra israelo-statunitense contro l'Iran. E specificando che l'apertura di una linea di swap a beneficio degli Emirati Arabi Uniti risulta necessaria a "preservare l'ordine nei mercati di finanziamento del dollaro e impedire la vendita disordinata di asset statunitensi", incentivata dalle implicazioni prodotte su scala planetaria dalla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.

Le dichiarazioni di Bessent aprono automaticamente il varco a una trasposizione su scala internazionale dei programmi di quantitative easing varati sul piano interno in seguito alla crisi del 2008, con la Federal Reserve e il Tesoro chiamati a evitare un rovinoso tracollo azionario e obbligazionario attraverso la fornitura di dollari a tutto il mondo - o quantomeno, ai Paesi disponibili ad allinearsi ai dettami statunitensi.

Si verrebbe così a configurare un vero e proprio ribaltamento di ruoli tra Stati Uniti e resto del pianeta, che per decenni ha finanziato i deficit Usa. Da beneficiari ultimi del processo di riciclaggio dei petrodollari, gli Stati Uniti si trasformerebbero nella fondamentale stampella di sostegno per i Paesi colpiti dalle implicazioni della guerra contro l'Iran.

Un primo passo in questa direzione è stato compiuto il 31 luglio 2026, quando il Dipartimento del Tesoro ha  acquistato yen contro euro per un controvalore di decine di miliardi di dollari in funzione di appoggio alla Bank of Japan, impegnata in una faticosa difesa della valuta nazionale.

Nello specifico, lo yen aveva registrato alla fine di luglio la peggior caduta rispetto al dollaro degli ultimi quarant'anni. Una debacle rovinosa, imputabile per un verso al prolungato carry trade alimentato dai maggiori rendimenti garantiti dagli Stati Uniti, dove vigono tassi di interesse (3,50-3,75%) molto più elevati che in Giappone (1% circa); per l'altro, alle preoccupazioni diffuse suscitate riguardo alla sostenibilità del debito pubblico giapponese (prossimo al 250% del Pil) dai programmi fiscali particolarmente aggressivi messi in cantiere dal governo guidato da Sanae Takaichi.

La micidiale combinazione tra i due fattori ha dato luogo a una sinergia negativa materializzatasi sotto forma di "migrazione" generalizzata dalle attività denominate in yen a quelle dollarizzate, con conseguente inabissamento della valuta giapponese in una congiuntura resa particolarmente critica dall'incremento del prezzo degli idrocarburi indotto dalla guerra israelo-statunitense contro l'Iran.

Per il Giappone, importatore netto di idrocarburi (98% del fabbisogno) e beni alimentari (il 60% del fabbisogno) ma anche esportatore di prodotti industriali resi sempre meno competitivi dalla concorrenza esercitata dai più performanti cinesi, sudcoreani, vietnamiti, ecc., si è così venuta a delineare una vera e propria "tempesta perfetta". Il Paese necessita di uno yen forte per ridurre il costo delle importazioni, ma anche di uno yen debole per rilanciare l'export, su cui si basa il benessere nazionale. L'inabissamento dello yen ha infranto questo delicatissimo equilibrio, obbligando la Bank of Japan a un intervento che non poteva tuttavia declinarsi sotto forma di forte innalzamento dei tassi di interesse. Pena, un aumento  insostenibile dei rendimenti su un gravame debitorio colossale. Le autorità di politica monetaria nipponiche hanno così ripiegato sull'acquisto - in un solo giorno - di yen per un controvalore di ben 60 miliardi di dollari.

L'inefficacia del tentativo ha posto le autorità di Tokyo con le spalle al muro, inducendole a ventilare il ricorso all'extrema ratio costituita dallo scaricamento di titoli di Stato statunitensi in proprio possesso.

Il Giappone è infatti un creditore netto degli Stati Uniti, verso i quali vanta non soltanto un avanzo commerciale che nel 2025 ha  raggiunto quota 64,4 miliardi di dollari e di cui  detiene una rilevantissima quota di debito, pari a 1,1 trilioni ( corrispondenti a quasi il 13% delle detenzioni estere).

La portata del rischio di esplosione dei rendimenti connesso a un potenziale scaricamento di titoli di Stato statunitensi ad opera del Giappone ha quindi indotto il Dipartimento del Tesoro a intervenire a sostegno della Bank of Japan con l'acquisto massiccio di yen contro euro. Un'iniziativa  definita da Hsbc come "altamente inusuale, forse senza precedenti", assunta per tenere la moneta giapponese in linea di galleggiamento senza intaccare la quotazione del dollaro, in una fase di alta inflazione alimentata dalle dinamiche belliche nel Golfo Persico.

Secondo quanto  riportato dal "Financial Times" sulla base di confidenze rese da fonti di alto livello addentro alla questione, la Banca Centrale Europea sarebbe stata informata dell'intervento statunitense soltanto a fatto compiuto, e avrebbe manifestato al segretario al Tesoro Bessent grande disappunto nei confronti di un episodio bollato come "triste e molto eclatante", "privo di precedenti" e configurante "una violazione inaudita delle consolidate convenzioni in materia di cooperazione tra le autorità monetarie occidentali".

La discesa in campo del Dipartimento del Tesoro in soccorso dello yen ha provocato una immediata risalita della valuta nipponica, rafforzatasi sia rispetto al dollaro che - ovviamente - all'euro, anche perché accompagnata a strettissimo giro di boa dalle dichiarazioni attraverso cui il governo di Tokyo ha annunciato l'intenzione di avvalersi di una linea di credito Repo (Repurchase Agreement, noto in Italia come operazione a pronti contro termine) della Federal Reserve che lo autorizza ad approvvigionarsi di dollari senza dover vendere Buoni del Tesoro statunitense.

Allo stesso tempo, però, l'attivismo sfoggiato da Bessent ha trasmesso urbi et orbi un messaggio inequivocabile: lo yen è la prima linea di difesa del debito statunitense.

Ne consegue che il Giappone costituisce un fondamentale punto di vulnerabilità dell'impalcatura che sorregge la solvibilità degli Usa, su cui gli investitori internazionali potrebbero concentrare la propria potenza di fuoco nell'ambito di manovre speculative paragonabili a quelle orchestrate per conto del Quantum Fund di George Soros dallo stesso Bessent sia nel 1992, quando prese efficacemente d'assalto lira e sterlina (con conseguente disarticolazione del sistema Monetario Europeo), sia nel 1997, quando mise letteralmente in ginocchio le Tigre Asiatiche.

L'interventismo emergenziale del Dipartimento del Tesoro, del resto, non ha affatto risolto i problemi strutturali alla base della debolezza dello yen.

Il differenziale dei tassi di interesse continua a premiare gli Stati Uniti; il debito pubblico giapponese rimane colossale; i dubbi sulla capacità di Tokyo di stabilizzare i propri mercati finanziari senza appesantire i costi di rifinanziamento persistono; la riduzione della forza lavoro contestuale all'invecchiamento della popolazione prosegue inesorabilmente; la concorrenza cinese, coreana, indiana e indonesiana va accentuandosi; i pilastri che hanno finora sorretto gli sforzi internazionali finalizzati a tenere a freno il rincaro dei prezzi dell'energia stanno gradualmente sgretolandosi.

L'intervento del Dipartimento del Tesoro a sostegno dello yen,  sottolinea l'economista Einar Tangen, "è quindi una misura tampone. Serve a guadagnare tempo. Non risolve il problema. Il Giappone è intrappolato tra importazioni costose ed esportazioni non competitive. Gli Stati Uniti sono intrappolati tra deficit di bilancio crescenti e la dipendenza dalla domanda estera di titoli del Tesoro. Entrambi i governi stanno gestendo i sintomi finanziari senza affrontare le malattie strutturali. Nessuno dei due Paesi ha risolto il problema della competitività. La sfida del Giappone consiste nel ripristinare i vantaggi comparativi che lo hanno reso una potenza industriale. Quella degli Stati Uniti, nel finanziare il proprio governo senza minare la fiducia circa la sostenibilità del debito. L'intervento valutario non modifica alcuna delle due realtà".

Tutto lascia quindi presagire che la forbice tra dollaro e yen tornerà ad allargarsi, ponendo il Giappone, titolare di sovranità (molto) limitata, di fronte a una scelta emergenziale difficilissima, perché gravida di pesanti contraccolpi sugli Stati Uniti. Una liquidazione quantomeno parziale delle detenzioni di titoli di Stato statunitensi provocherebbe l'esplosione degli oneri legati al servizio del debito a carico del Dipartimento del Tesoro. L'innalzamento dei tassi di interesse disarticolerebbe il consolidato meccanismo del carry trade che alimenta il flusso impetuoso di capitali verso i mercati azionari e obbligazionari statunitensi. Il ricorso alla linea di swap valutario garantita dalla Federal Reserve intensificherebbe le spinte inflazionistiche all'interno degli Stati Uniti. L'inazione, invece, comporta la distruzione economica e sociale del Giappone, gravida di devastanti contraccolpi su scala planetaria vista la rilevanza critica del Paese come fondamente snodo finanziario e anello cruciale delle catene del valore.

I problemi economici che affliggono Stati Uniti e Giappone, l'elevatissimo livello di interconnessione tra i due sistemi e le implicazioni dell'instabilità geopolitica nel Golfo Persico stanno combinandosi tra loro, originando una sinergia negativa dagli effetti potenzialmente catastrofici e di portata globale.

"Tempi interessanti", direbbero i cinesi.

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