📑 10/09/2026 strategic-culture.su  11min 15 🇮🇹 #326205

Il prezzo del carbonio come arma geopolitica

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Lorenzo Maria Pacini

Il prezzo del carbonio nasceva come strumento con cui l'Europa avrebbe insegnato al pianeta a decarbonizzare e ora rischia di diventare l'occasione con cui il Sud globale impara a fare a meno delle regole europee - e a scriverne di proprie.

Il sistema che non decarbonizza

Nel luglio 2026, mentre la Commissione europea porta a termine la revisione decennale del proprio sistema di scambio delle quote di emissione, un briefing del Third World Network firmato da Sangeeta Godbole - ex funzionaria dell'Indian Revenue Service - mette per iscritto ciò che a Bruxelles si preferisce non dire ad alta voce: l'ETS, il sistema di carbon pricing più ambizioso mai costruito, non ha ridotto in modo significativo l'intensità emissiva dell'industria europea in vent'anni di funzionamento, e sta ora spingendo l'Unione verso un protezionismo che ne rovescia i principi fondativi per i Paesi in via di sviluppo, per suggerire loro cosa non copiare. Ma c'è qualcosa di più grande: come uno strumento nato per proiettare la norma ambientale europea nel mondo si stia trasformando nel sintomo di un declino industriale relativo.

Perché il carbon pricing non è mai stato soltanto politica climatica. Fin dall'inizio è stato anche uno strumento di potere: chi fissa il prezzo del carbonio, chi ne detta le regole di misurazione e chi controlla l'accesso al proprio mercato interno esercita una forma di sovranità normativa che va ben oltre la CO₂. Il caso europeo mostra cosa accade quando quella sovranità perde la base materiale - la competitività industriale - su cui era stata costruita.

L'Emissions Trading System  nasce nel 2005 e viene presentato dalla stessa Commissione come "il leader mondiale nella decarbonizzazione industriale". Il meccanismo è noto: ogni tonnellata di anidride carbonica emessa dall'industria corrisponde a una quota (EU Allowance, EUA); il numero totale di quote diminuisce nel tempo secondo un fattore di riduzione lineare; la scarsità crescente dovrebbe spingere il prezzo verso l'alto e costringere le imprese a investire in tecnologie pulite. In teoria è il principio "chi inquina paga" tradotto in mercato.

Come emerge dai  dati dell'Agenzia europea dell'ambiente, l'intensità emissiva del settore industriale non è calata in modo apprezzabile in due decenni. La riduzione complessiva delle emissioni si è concentrata quasi tutta nel settore elettrico, e per una ragione che ha poco a che vedere con la decarbonizzazione reale: il passaggio dal carbone al gas naturale. Ma il gas, nel suo ciclo di produzione ed estrazione, rilascia metano - un gas serra che secondo l'IPCC ha un potenziale di riscaldamento globale su scala centennale molto superiore a quello della CO₂. La contabilità delle emissioni al camino migliora; il  bilancio climatico reale molto meno.

C'è poi il non detto che regge l'intero edificio: per due decenni la gran parte delle emissioni industriali è stata coperta da quote gratuite.  L'industria europea, in altre parole, ha pagato il prezzo alto del carbonio soprattutto sulla carta, perché riceveva a titolo gratuito la maggior parte delle quote di cui aveva bisogno. È questo il paradosso strutturale che Godbole aveva già analizzato in un precedente briefing del 2024: un sistema che appare rigoroso ma che, nella sua fase matura, ha funzionato in larga misura come un sussidio implicito. Ora che l'Unione ha deciso di eliminare progressivamente le quote gratuite entro il 2034, il conto arriva davvero - e arriva in un momento pessimo.

Il momento è pessimo perché la crescita europea è ferma. Mentre l'economia dell'Unione arranca su tassi ampiamente inferiori allo 0,5% annuo, i paesi in via di sviluppo viaggiano attorno al 4% - l'India al 6,5% - anche in un contesto segnato da guerre e frammentazione degli scambi. Il divario di crescita è il vero sfondo della revisione dell'ETS: l'Europa si trova a stringere la vite sul proprio carbonio proprio mentre la sua base manifatturiera perde terreno rispetto ai concorrenti asiatici.

Dal mercato aperto al Made in EU

Prima reazione è il CBAM, il  meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, entrato nella sua fase definitiva il 1° gennaio 2026. La logica dichiarata è difensiva e in apparenza coerente: se l'industria europea paga il carbonio, allora anche i beni importati devono pagarlo alla frontiera, così da evitare la "fuga di carbonio" (carbon leakage) verso giurisdizioni meno esigenti. Gli importatori europei di acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità devono acquistare certificati CBAM il cui prezzo è agganciato a quello delle quote ETS.

Il problema è che  il CBAM protegge poco il clima e colpisce molto il commercio.  Uno studio dell'UNCTAD aveva stimato che il meccanismo produrrebbe una riduzione delle emissioni globali di CO₂ pari ad appena lo 0,1%, a fronte di costi commerciali significativi per i paesi in via di sviluppo. L'Africa, secondo un'analisi congiunta della London School of Economics e dell'African Climate Foundation, sarebbe l'area più penalizzata in termini di perdita di scambi e di PIL. E la beffa, dal punto di vista europeo, è doppia: i valori predefiniti di emissione recentemente pubblicati dall'Unione - che gli importatori devono pagare quando l'esportatore non riesce a documentare il contenuto reale di carbonio - sono così elevati da rincarare anche i beni intermedi che l'industria europea importa. Settori come l'acciaio e i fertilizzanti, dipendenti dalle esportazioni, si ritrovano input più cari e margini più stretti proprio sui mercati esteri su cui devono competere.

La seconda reazione rovescia apertamente la logica climatica. Di fronte al timore che il CBAM danneggi le proprie esportazioni, l'Unione ha previsto una compensazione per gli esportatori europei. Nella proposta della Commissione non si tratta ancora di un vero e proprio export rebate - che violerebbe le regole dell'OMC contro i sussidi - ma di un "fondo di decarbonizzazione temporaneo" destinato a rimborsare parte dei costi di CO₂ sostenuti dagli esportatori man mano che perdono le quote gratuite nel 2026-2027. La sostanza, però, è quella che Godbole coglie con precisione: il carbonio pagato all'interno viene di fatto restituito quando il bene esce dai confini dell'Unione. Il produttore europeo vende "sporco" al resto del mondo e "pulito" in casa. Il principio stesso della decarbonizzazione viene capovolto, e l'Europa finisce per praticare quel resource-shuffling - lo spostamento contabile delle emissioni - di cui i suoi think-tank accusano i paesi emergenti.

La terza reazione è la più rivelatrice sul piano geopolitico. Per tenere in vita un'industria gravata da un prezzo del carbonio crescente, la Commissione ha proposto nel marzo 2026 un Industrial Accelerator Act che introduce requisiti di contenuto locale, obblighi di occupazione locale e trasferimento tecnologico obbligatorio negli investimenti. La stampa lo ha ribattezzato "Made-in-EU Act". È il rovesciamento esplicito di quarant'anni di dottrina europea del mercato libero e aperto: l'Unione che ha fatto della libera circolazione e della non discriminazione la propria carta d'identità normativa adotta, sotto la pressione del carbonio, gli stessi strumenti di politica industriale che ha per decenni condannato negli altri. Non è un dettaglio tecnico. È un mutamento di paradigma.

La sovranità normativa che si ritorce contro

Arriviamo, dunque, al nervo geopolitico e geoeconomico. Il carbon pricing europeo era stato concepito come un caso da manuale di quello che i giuristi chiamano "effetto Bruxelles": la capacità dell'Unione di esportare i propri standard normativi semplicemente controllando l'accesso a un mercato di consumo tra i più ricchi del pianeta. Chi vuole vendere in Europa deve adeguarsi alle regole europee; e così, senza sparare un colpo, Bruxelles riscrive le norme altrui. Il CBAM è la versione climatica di questa strategia: un modo per costringere il resto del mondo a introdurre un prezzo del carbonio, o a pagarlo comunque alla dogana europea.

La contromossa, però, è già in atto - e questo è il punto che sfugge alla lettura puramente tecnica. I paesi che il CBAM voleva disciplinare hanno reagito politicamente, non solo commercialmente. La dichiarazione dei BRICS di Rio de Janeiro del 2025 ha definito il meccanismo "unilaterale e discriminatorio". La Russia ha depositato un reclamo formale all'Organizzazione mondiale del commercio. India, Brasile e Sudafrica lo hanno contestato ripetutamente nelle sedi multilaterali; la ministra delle finanze indiana Nirmala Sitharaman lo ha bollato senza mezzi termini come una "barriera commerciale". Il gruppo BASIC ha tentato di portare la questione delle "misure commerciali unilaterali legate al clima" direttamente nell'agenda della COP, raccogliendo il sostegno di 134 paesi e del G77. Non è più una disputa doganale: è la formazione di un fronte.

E il fronte non si limita a protestare. Costruisce alternative. È questa la parte più interessante della proposta di Godbole, che rilancia il modello indiano del Carbon Credit Trading Scheme (CCTS) come contro-paradigma pragmatico rispetto all'ETS. Invece di un fattore di riduzione lineare imposto all'intera economia - che in un contesto di prezzi degli input alle stelle e catene di approvvigionamento tese, come oggi, genera scarsità artificiale e spinge i prezzi ancora più in alto - il CCTS lavora su benchmark di intensità emissiva calibrati impianto per impianto. Non impone un tetto astratto: misura quanta CO₂ serve per unità di prodotto in ciascuna installazione e chiede di ridurla progressivamente. È una decarbonizzazione che parte dalla realtà produttiva anziché da un obiettivo macroeconomico calato dall'alto.

La differenza non è solo tecnica, è geopolitica. Un modello a intensità come il CCTS può essere condiviso, adattato, negoziato tra economie in crescita con priorità simili. Filippine, Malaysia, Thailandia e Vietnam stanno avviando i propri percorsi di carbon pricing, e per loro l'alternativa indiana è molto più esportabile del rigido schema europeo. Attorno a esso può coagularsi qualcosa che l'Europa non aveva messo in conto: un ecosistema di carbon pricing del Sud globale, sviluppato collaborativamente, tarato sulle esigenze dei paesi emergenti, capace di rispondere al CBAM non con la sottomissione ma con uno standard concorrente.

La lezione del caso europeo

I Paesi in via di sviluppo hanno un valore che eccede il consiglio tecnico. Tenere il prezzo del carbonio sotto controllo, perché un prezzo alto non garantisce riduzioni proporzionali delle emissioni ma garantisce quasi certamente problemi di competitività - lo dimostra il fatto che perfino Stati membri dell'Unione, dal Portogallo ai grandi produttori di acciaio e cemento, chiedono di rallentare i tagli alle quote. Diffidare degli aggiustamenti alle frontiere, che sulla carta sembrano difendere l'industria ma nella pratica ne minano l'export. Preferire benchmark di intensità praticabili a riduzioni lineari imposte all'intera economia.

E, soprattutto, non sacrificare i principi di apertura commerciale sull'altare di un prezzo del carbonio che si è dimostrato incapace di decarbonizzare davvero.

Ma la lezione più profonda è un'altra, e riguarda il rapporto tra potenza e norma. L'Europa ha costruito il proprio carbon pricing quando era ancora il centro manifatturiero e normativo dell'Occidente, capace di dettare le regole perché controllava il mercato e la produzione insieme. Oggi controlla ancora il mercato - il CBAM lo dimostra - ma ha perso la base produttiva che rendeva credibile la sua ambizione climatica. Il risultato è uno strumento che minaccia più i propri partner commerciali che il proprio clima, e che per sopravvivere deve tradire i principi che lo giustificavano. La sovranità normativa senza sovranità industriale diventa una posa, giacché si comanda finché gli altri accettano di obbedire, e si scopre improvvisamente soli quando smettono.

È indispensabile una collaborazione tra economie in via di sviluppo per costruire un meccanismo di carbon pricing che risponda genuinamente alle loro esigenze. Dietro il linguaggio prudente da funzionaria, è la descrizione di un mondo che sta cambiando asse. Il prezzo del carbonio nasceva come strumento con cui l'Europa avrebbe insegnato al pianeta a decarbonizzare e ora rischia di diventare l'occasione con cui il Sud globale impara a fare a meno delle regole europee - e a scriverne di proprie.

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