
Daniele Perra
[Prezzi del carburante alle stelle, nessun reale obiettivo raggiunto, vittime civili, dichiarazioni imbarazzanti, basi regionali evacuate, crisi energetica globale dietro l'angolo; ad oggi, la campagna nordamericana contro la Repubblica Islamica dell'Iran sembra avere tutte le caratteristiche per poter essere definita un "fallimento". In questo contributo si cercherà di spiegarne le ragioni.]b]
Donald J. Trump ha recentemente dichiarato che il prezzo dei carburanti scenderà nuovamente nel momento in cui gli Stati Uniti sconfiggeranno l'Iran. Lo stesso presidente USA, dal 28 febbraio ad oggi, ha affermato di aver vinto la guerra contro la Repubblica Islamica ben 66 volte (cifra riportata dal [Daily Beast]:i] suscettibile di costante aumento). Scott Bessent, segretario al tesoro dell'amministrazione Trump, a sua volta, ha suggerito che entro due anni lo Stretto di Hormuz sarà insignificante per l'economia globale, visto che verrà aggirato dalla costruzione di nuovi oleodotti e gasdotti terrestri. Bessent, colui che ha candidamente affermato di aver scatenato la crisi inflazionistica in Iran alla fine del 2025, sembra ignorare alcuni fatti: 1) gli oleodotti sono estremamente costosi; 2) gli oleodotti sono obiettivi facilmente raggiungibili (come questo conflitto ha già ampiamente dimostrato) e, di conseguenza, facilmente distruttibili; 3) il commercio via mare rimane il più economico e, talvolta, sicuro.
Le dichiarazioni di vittoria di Trump, inoltre, si scontrano con una dura realtà: l'America, forte della sua potenza militare, può indubbiamente distruggere ma non è più capace di controllare/contenere gli avversari. Gli Stati Uniti hanno combattuto diverse guerre nel corso dei decenni non tanto per "vincere" ma per frenare/controllare l'eventuale espansione del proprio nemico. Gli esempi più evidenti in questo senso sono stati il conflitto in Corea (combattuto per evitare una potenziale estensione comunista verso il Giappone); il conflitto in Vietnam (combattuto per evitare un'influenza sovietica in Indocina e negli arcipelaghi antistanti al sud-est asiatico, Indonesia e Filippine, fondamentali per il controllo sullo spykmaniano rimland eusrasi]tico).
Ora, a parziale dimostrazione di quanto detto sopra ("l'America può distruggere ma non può più controllare"), nessuna portaerei USA naviga oggi nel Golfo Persico; in quello che in diverse altre occasioni è stato definito come l'heartland de] Vicino Oriente, un'area il cui controllo consente al suo controllore l'egemonia regionale. Le due portaerei dispiegate contro l'Iran, la Lincoln e la Bush, sono rimaste a debita distanza nel Mar Arabico (la Lincoln è da poco arrivata, in pessime condizioni, in Thailandia per "rifornimenti"). Mentre la Ford, dirottata nel Mar Rosso per fare fronte ad Ansarullah nello Yemen, è dovuta tornare alla base a seguito di un incendio a bordo sul quale rimangono molti dubbi. Di fatto, il movimento yemenita continua a dettare legge su tutto lo spazio marino di fronte al cruciale porto di Hodeida.
Dunque, senza troppi giri di potere, lo schema strategico sul quale gli Stati Uniti hanno storicamente costruito la loro egemonia marittima globale è di fatto "fuori uso". Le sue portaerei si tengono a debita distanza dal nemico, nella precisa consapevolezza della loro vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Droni e missili (molto "economici") possono facilmente colpire e rendere non più operativo un gigante marino che costa miliardi di dollari.
A ciò si aggiunga il fatto che la prima linea di basi militari nelle monarchie del Golfo è stata totalmente sottoposta a pesanti attacchi iraniani. Il personale USA, ad esempio, ha dovuto evacuare la base della V° flotta in Bahrein e l'ammiraglio Daryl Caudle ha dovuto ammettere che gli Stati Uniti non torneranno lì presto. Quella del Bahrein, insieme alla base di Al-Udeid (in Qatar), era uno dei più importanti centri di potere militare USA nella regione. Senza considerare la particolare posizione strategica dell'isola, situata al centro del Golfo Persico, tra Qatar e Arabia Saudita e, di conseguenza, fondamentale per visionarne i traffici.
L'Iran ha colpito oltre 200 strutture in una quindicina di siti tra Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrein e Giordania. Inoltre, ha invocato la dottrina della "responsabilità estesa": chiunque ospiti basi militari statunitensi diviene obiettivo legittimo. Ed al momento sta colpendo la "seconda linea": la Giordania, dove gli USA avevano trasferito parte del materiale bellico evacuato dalle basi nel Golfo.
Facendo ciò, l'Iran ha trasformato l'intera regione in un'area di instabilità diffusa i cui Stati hanno dovuto assumere la postura di belligeranti in una guerra che non volevano minimamente e nella quale sono stati trascinati da chi, in linea teorica, avrebbe dovuto garantire loro protezione e sicurezza. Motivo per cui molti Paesi regionali hanno iniziato a guardarsi attorno per costruire sistemi di alleanza alternativi (si pensi all'accordo, ancora molto ambiguo, tra Turchia, Pakistan ed Arabia Saudita). Si è detto "ambiguo" perché le alleanze in ambito mediorientale sono sempre molto "volatili". Negli anni '60, nonostante l'astio reciproco Re Hussesin di Giordania ed il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser furono quasi costretti a giungere ad un accordo militare che durò assai poco. La Siria, ancora, intervenne nel conflitto civile libanese dapprima in aiuto della parte cristiana, per poi prendere decisamente un'altra posizione.
Del tutto particolare è proprio il caso della Giordania, con una popolazione in larga parte di origine palestinese, che si trova a rappresentare l'ultima linea di difesa di Israele, il cui massacro a Gaza ed in Cisgiordania non conosce fine.
Questo è infatti un aspetto da considerare. Le popolazioni di questi Paesi sono profondamente ostili nei confronti di Israele (e spesso pure degli Stati Uniti o delle rispettive case regnanti - il Bahrein, ancora una volta, ne rappresenta l'esempio emblematico). Tuttavia, si ritrovano coinvolte in un conflitto creato essenzialmente per la difesa degli interessi israeliani, con tutto ciò che questo può significare in termini di potenziali manifestazioni di protesta interne, se non addirittura di sommovimenti popolari (Bahrein e Giordania, in questo senso, sono le più a rischio). Lo stesso discorso, fuori dalla regione mediorientale, potrebbe valere per la Grecia, fresca di un accordo di alleanza militare con Israele a cui fa da contraltare una popolazione esasperata dalle prepotente crescita dell'influenza sionista nel Paese e nelle sue isole. E lo stesso discorso vale per la Corea del Sud, in passato acquirente di petrolio iraniano, il cui governo ha dovuto subire pesanti attacchi ed ingenti manifestazioni di massa a fronte della decisione di unirsi agli USA nel conflitto.
Con parte delle basi mediorientali fuori uso, agli Stati Uniti restano le basi mediterranee ed africane per colpire l'Iran. Cosa che, però, aumenta i già gravosi costi del conflitto (ad oggi intorno ai 40 miliardi di dollari, ma uno studio dell'università di Harvard ha sostenuto che questi potrebbero raggiungere i 100 miliardi) in modo esponenziale. Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, quella in larga parte praticata fin qui. In questo caso, gli USA devono fare i conti con delle riserve limitate (esauribili in settimane di conflitto ad alta intensità) e con una produzione altrettanto limitata (alcune centinaia l'anno).
Aumentare l'intensità del conflitto, a sua volta, significherebbe andare a colpire su vasta scala le infrastrutture civili iraniane. L'amministrazione Trump l'ha minacciato a più riprese parlando di "ossa spezzate", "fine di una civiltà", "ritorno all'età della pietra". La risposta di Teheran sarebbe con tutta probabilità la chiusura a tutti gli effetti pure del Mar Rosso tramite Ansarullah, che ha già messo in crisi le esportazioni saudite di greggio ed il traffico verso il porto israeliano di Eilat. A ciò si potrebbero anche aggiungere attacchi agli impianti di desalinizzazione dell'acqua nella quasi totalità dei Paesi del Golfo ed in Israele, aumentando ulteriormente il volume della crisi.
Gli Stati Uniti, inoltre, non possono invadere un Paese enorme, di oltre 90 milioni di abitanti, e pure l'occupazione di alcuni siti strategici (alcune isole del Golfo e regioni costiere) li trasformerebbe in facili obiettivi per sciami di droni e missili. Pure il "d-day economico" invocato da Trump e Bessent sembra più uno strumento rivolto a colpire chi fa affari con l'Iran che non la stessa Repubblica Islamica. Tra di essi spiccano ovviamente Cina, Russia ed India India, ma pure alleati statunitensi veri e presunti come Giappone, Taiwan, Emirati Arabi Uniti, la stessa Corea del Sud - Paesi guarda caso con una bilancia commerciale attiva nei confronti di Washington - e Turchia. La Repubblica Islamica dell'Iran vive sotto regime sanzionatorio da decenni, e questo ha rinforzato le strutture di potere, non le ha indebolite. Teheran, non solo ha costantemente aggirato le sanzioni, ma ha pure sviluppato un'economia di resistenza capace di alleviare (seppure con grandi contraddizioni) i loro effetti più negativi su una cospicua fascia della popolazione.
Allora è arrivato il momento di riconoscere che la "rivoluzione" degli armamenti a basso costo e lo spirito del popolo iraniano (non la "psicologia" del popolo, come viene impropriamente definita dai diffusori geopolitici che affollano i salotti televisivi), fondato su una costante resistenziale che ha pochi altri esempi nella storia, hanno di fatto rovesciato la retorica e la strategia dell'egemone globale. A prescindere da quanto potrà avvenire nel prossimo futuro.
Chiudere lo Stretto di Hormuz è costato quasi nulla all'Iran. Riaprirlo costerà tantissimo agli Stati Uniti (che, ovviamente, cercheranno di scaricarne le spese sul resto del mondo, Europa in particolare). L'alternativa negoziale, al contempo, non è più proponibile per il semplice fatto che questa sarebbe una sostanziale ammissione di sconfitta.
Gli USA hanno poche alternative e si sono infilati in una crisi senza via d'uscita in un momento di profonda decadenza della loro élite politica (si pensi anche alla drammatica incapacità dei loro negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff, senza considerare l'imbarazzante segretario alla guerra Pete Hegseth). Possono distruggere, e lo faranno ancora a lungo, ma questo conflitto ha messo definitivamente in evidenza la crisi del loro modello egemonico.