📑 13/09/2026 strategic-culture.su  9min 8 🇮🇹 #326493

Emma, la santa dell'impossibile

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Lorenzo Maria Pacini

Emma Bonino è per lo Stato celebrata come una santa, sì, la santa dell'impossibile: aver reso "normale" ciò che è abominio, aver fatto diventare materialisti persino i conservatori.

La morte di Emma Bonino, avvenuta l'11 settembre 2026, sta producendo, come era prevedibile, il consueto rito collettivo della santificazione post mortem. Nel momento in cui una persona scompare, soprattutto se ha occupato per decenni uno spazio rilevante nella vita pubblica, sembra che la morte debba automaticamente sospendere ogni giudizio, congelare ogni critica, mettere in quarantena la ragione. È una curiosa consuetudine del nostro tempo: si confonde la pietà per il defunto con l'obbligo di celebrare ciò che il defunto ha pensato, sostenuto e contribuito a realizzare. Ma le due cose non coincidono.

Sulla persona, sulla sua coscienza, sul destino ultimo della sua anima, ogni giudizio umano deve necessariamente arrestarsi. Nessuno conosce fino in fondo il mistero di una coscienza, nessuno può sapere ciò che accade nell'intimo dell'uomo nell'ultimo istante della sua vita. Resta la possibilità del pentimento, resta il mistero della conversione, resta soprattutto un giudizio che non appartiene agli uomini. Alla persona, dunque, la pietà, la preghiera, il silenzio rispettoso. Alle idee, invece, spetta il giudizio della ragione.

Ed è proprio qui che il problema di Emma Bonino diventa tutt'altro che secondario. Perché Bonino non è stata semplicemente una donna politica con alcune opinioni discutibili. È stata, per oltre mezzo secolo, una delle espressioni più coerenti di un preciso paradigma antropologico e politico: quello della libertà concepita progressivamente come emancipazione da ogni limite, da ogni ordine trascendente, da ogni concezione oggettiva del bene.

In altre parole, il problema non è soltanto Bonino. È il boninismo come forma mentis. La sua idea di libertà appartiene a quella modernità che ha progressivamente trasformato una domanda fondamentale - "che cosa rende l'uomo libero?" - in una domanda molto più povera: "che cosa impedisce all'uomo di fare ciò che vuole?". La differenza sembra sottile, ma è abissale. Nella prima prospettiva, la libertà ha un fine. Nella seconda, ha soltanto ostacoli da rimuovere. Ed è qui che si consuma l'equivoco fondamentale.

L'uomo non diventa più libero semplicemente perché aumenta il numero delle cose che può scegliere. Una libertà quantitativamente illimitata può essere, paradossalmente, una libertà qualitativamente degradata. L'intelligenza non diventa più perfetta perché può sostenere un numero maggiore di errori; la volontà non diventa più libera perché dispone di un numero maggiore di possibilità. Una facoltà si perfeziona quando raggiunge il proprio fine, non quando si emancipa dal fine.

La libertà, per l'uomo, non è dunque l'indeterminatezza assoluta della volontà. È la capacità della volontà razionale di aderire consapevolmente al bene. Questa è una concezione della libertà che la modernità radicale ha progressivamente considerato quasi scandalosa, perché introduce una parola oggi assai poco gradita: verità. Se esiste una verità sull'uomo, infatti, allora non tutto ciò che l'uomo desidera è necessariamente buono. Se esiste un bene oggettivo, allora la volontà non può trasformarsi nel tribunale supremo che decide da sola ciò che è bene e ciò che è male. E se il bene non dipende semplicemente dalla volontà individuale, allora nemmeno il diritto può ridursi a una macchina legislativa incaricata di conferire dignità normativa a qualunque desiderio sufficientemente organizzato politicamente.

È precisamente questo il punto che il paradigma boniniano contribuisce a rovesciare. Prima viene la volontà, poi il diritto; prima il desiderio, poi la norma; prima l'autodeterminazione, poi la domanda sul bene. Il diritto non è più chiamato principalmente a riconoscere un ordine di giustizia, ma sempre più spesso a certificare la legittimità delle scelte individuali. E così la parola "diritto" diventa una sorta di solvente universale: ciò che un tempo era considerato moralmente problematico viene trasformato in "diritto", ciò che era considerato limite diventa "discriminazione", ciò che era ritenuto disordine diventa "autodeterminazione", ciò che implicava una responsabilità viene riconfigurato come libertà.

È una straordinaria operazione semantica, basta cambiare il nome alle cose e, improvvisamente, sembra che siano cambiate anche le cose.

L'aborto diventa "diritto". Il divorzio diventa "liberazione". La liberalizzazione delle droghe viene presentata come emancipazione dal paternalismo. La progressiva dissoluzione dei vincoli tradizionali viene descritta come conquista di autonomia. E chi osa domandare se ogni nuova possibilità costituisca realmente un progresso viene immediatamente sospettato di essere contro la libertà.

Il meccanismo è raffinato: non si deve più dimostrare che una determinata scelta sia buona; è sufficiente dimostrare che sia libera, ma questa è una scorciatoia filosoficamente insostenibile. Una scelta può essere liberamente compiuta e tuttavia essere cattiva. La libertà dell'atto non garantisce la bontà dell'atto. Un uomo può scegliere consapevolmente ciò che lo distrugge. Può scegliere una dipendenza, una menzogna, un tradimento, una forma di autodistruzione. Il fatto che la scelta sia volontaria non la trasforma magicamente in bene. Altrimenti dovremmo concludere che ogni atto deliberato dell'uomo sia buono semplicemente perché deliberato. Sarebbe la fine della morale e, prima ancora, della ragione.

È qui che si comprende la radicalità delle battaglie culturali incarnate da Bonino. Non perché ogni singola questione possa essere liquidata con una formula semplicistica, né perché la storia concreta di ogni legislazione possa essere ridotta a uno slogan. Il punto è più profondo: alcune battaglie hanno contribuito a stabilire un principio secondo cui l'emancipazione dell'individuo consiste essenzialmente nella progressiva sottrazione della sua volontà a qualsiasi ordine del bene che non sia essa stessa a stabilire. Ed è siffatto principio a essere problematico, perché quando la volontà diventa misura del bene, il bene smette di essere il criterio della volontà.

È il grande paradosso della modernità libertaria: per liberare l'uomo da ogni autorità esterna, finisce per consegnarlo all'autorità assoluta dei propri desideri. E qui il termine "libertà" rischia di diventare una parola talmente onnipotente da non significare più nulla.

Le domande fondamentali sulla libertà, oggi, appaiono quasi sovversive. Eppure sono le sole domande che permettono di distinguere la libertà dall'arbitrio. Perché anche il tiranno vuole essere libero, anche il drogato vuole essere libero., anche chi distrugge se stesso può rivendicare la propria libertà, anche chi pretende di imporre agli altri la propria volontà può appellarsi alla propria autodeterminazione. La libertà, quindi, non può essere definita semplicemente come assenza di impedimenti. Se così fosse, il concetto di libertà diventerebbe indistinguibile dal concetto di potere, e chi ha più potere sarebbe semplicemente più libero. Una conclusione che, curiosamente, la nostra epoca sembra aver accettato molto più di quanto voglia ammettere.

Il paradigma boniniano, nella sua versione più radicale, si inserisce precisamente in questa trasformazione: dalla libertà come perfezionamento della persona alla libertà come espansione indefinita delle possibilità individuali, ma una società che moltiplica indefinitamente le possibilità senza interrogarsi sui fini non è necessariamente più libera. Può essere semplicemente più disorientata. Il problema, dunque, non è che Bonino abbia "difeso la libertà".

Il problema è quale libertà abbia contribuito a rendere dominante. Una libertà senza verità è una libertà che non sa più distinguere la propria liberazione dalla propria autodistruzione.

E una volta che il diritto si separa definitivamente dal bene, anche il diritto comincia a perdere il proprio significato originario. Non serve più a ordinare la convivenza secondo giustizia, ma a trasformare in norma il risultato delle battaglie culturali di volta in volta vittoriose. Il diritto diventa allora il notaio del desiderio e il Parlamento, anziché domandarsi che cosa sia giusto, viene progressivamente chiamato a stabilire che cosa debba essere riconosciuto come legittimo perché qualcuno lo desidera. È una trasformazione enorme, presentata però con parole rassicuranti: diritti civili, autodeterminazione, emancipazione, progresso. Il lessico è impeccabile, il problema è ciò che nasconde.

Perché il male, quando entra nella cultura politica contemporanea, raramente si presenta più con il volto del male. Ha imparato a vestirsi da diritto. La privazione del bene si presenta come emancipazione. Il disordine assume la forma dell'autonomia. La dissoluzione dei limiti viene celebrata come liberazione. È questo il vero successo storico del paradigma boniniano: non aver semplicemente vinto alcune battaglie legislative, ma aver contribuito a modificare il vocabolario morale attraverso cui quelle battaglie vengono comprese. E quando cambia il vocabolario, prima o poi cambia anche il pensiero. Per questo gli "elogiatori seriali" di queste ore farebbero bene a distinguere almeno una volta la persona dalle idee, la compassione dal giudizio, il rispetto dalla canonizzazione.

Non è necessario insultare una morta per contestare una filosofia, come non è necessario negare la dignità della persona per denunciare gli effetti di una concezione della libertà, e non è nemmeno necessario trasformare la morte in un processo per rifiutarsi di trasformarla in un'apoteosi.

La morte merita rispetto, e con essa la verità ne merita ancora di più. E proprio perché la persona appartiene, come si dice nelle religioni, al mistero di Dio, le sue idee appartengono ancora alla responsabilità degli uomini.

Emma Bonino può essere consegnata alla storia come una figura politicamente importante. Può essere studiata, discussa, persino compresa nelle ragioni profonde delle sue battaglie. Ma trasformarla automaticamente in un modello universale di libertà significa accettare, senza discuterlo, proprio il paradigma che dovrebbe essere sottoposto a giudizio. Il paradigma secondo cui essere liberi significa essere sempre meno vincolati dalla verità. Ma l'uomo non diventa più uomo quando può scegliere tutto. Diventa più uomo quando impara a scegliere bene ed è una differenza che nessuna legge, nessun Parlamento e nessun esercito di commemoratori professionali potrà cancellare.

Perché una civiltà può continuare a ripetere incessantemente la parola "libertà" mentre ne ha già smarrito il significato.

Emma Bonino è per lo Stato celebrata come una santa, sì, la santa dell'impossibile: aver reso "normale" ciò che è abominio, aver fatto diventare materialisti persino i conservatori.

E forse il problema più inquietante del nostro tempo è proprio questo: non che abbiamo perduto la libertà, ma che abbiamo cominciato a chiamare libertà anche ciò che ci allontana dalla verità.

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