📑 16/09/2026 strategic-culture.su  11min 7 🇮🇹 #326841

L'arte di non vincere: Iran, Ucraina e la geometria della prima metà del 2026

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Lorenzo Maria Pacini

Le potenze emergenti del 2026 hanno imparato a non perdere; nessuna di esse è ancora riuscita a vincere, ovvero a trasformare un vantaggio in un ordine che gli avversari possano accettare senza sentirsi minacciati nella loro stessa esistenza

Hormuz, ovvero la vittoria come problema

C'è una domanda che i vincitori si pongono di rado e che invece attraversa, sottotraccia, ogni conversazione seria sulle guerre di questo 2026: che cosa se ne fa una potenza della propria vittoria.

Non è un rovello morale, è piuttosto un problema di ingegneria strategica. Lo stato del mondo non riguarda chi stia vincendo, ma il rischio di spingere l'avversario troppo in un angolo. È, forse, un'osservazione da manuale realista, e vale la pena prenderla sul serio, perché descrive con precisione la trappola in cui si trovano contemporaneamente Washington a Teheran e la NATO a Mosca.

Vediamo quindi di tirare le prime somme.

Le due grandi crisi del momento - il confronto Stati Uniti-Iran e quello fra Russia-Ucraina - non sono governate dalla logica della vittoria, ma da quella della gestione dell'escalation e, in entrambe, un attore percepito come vincente si trova nell'impossibilità di trasformare il vantaggio militare in un ordine politico stabile, mentre l'attore in difficoltà conserva un margine di razionalità pericolosa, vale a dire la capacità di far pagare cara qualunque uscita di scena. È la condizione classica in cui le grandi potenze, poste davanti alla scelta tra una sconfitta umiliante e un'escalation irresponsabile, scelgono l'escalation.

Ricostruiamo i fatti, distinguendoli con cura dalle narrazioni.

Partiamo con USA-Iran. Il 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno colpito l'Iran con una campagna aerea che ha ucciso la Guida suprema e numerosi vertici; Teheran ha risposto con missili e droni contro basi americane e alleati regionali, e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz. L'8 aprile è stato siglato un cessate il fuoco di due settimane, mediato dal Pakistan, condizionato alla riapertura dello Stretto.

Da lì in avanti la cronologia racconta un'altra storia rispetto a quella della vittoria decisiva evocata nel colloquio. L'Iran non ha riaperto lo Stretto ma lo ha regolato, imponendo pedaggi superiori al milione di dollari a nave e trasformando un chokepoint geografico in uno strumento negoziale. I colloqui di Islamabad sono falliti; dal 13 aprile la Marina statunitense ha imposto un blocco navale ai porti iraniani. A giugno un nuovo tentativo, con un brevissimo spazio di tregua con la firma del Memorandum, poi di nuovo lo scontro. Ad agosto i mediatori registravano nessun progresso, mentre Teheran entrava dichiaratamente in economia di sopravvivenza e Washington oscillava tra minacce di decapitazione e passi indietro.

È vero che l'Iran ha dimostrato una resilienza che nessuno scenario di regime change aveva previsto, e che la retorica statunitense sulla frammentazione del Paese - le battute sulla spartizione del petrolio, l'evocazione di un altro Iraq - ha reso la posta esistenziale per Teheran. Quando una guerra diventa esistenziale, l'avversario è disposto ad assorbire qualsiasi dolore, gli basta sopravvivere. Su questo pressoché tutti gli analisti sono ormai d'accordo.

Ma parlare di vittoria iraniana significa scambiare la sopravvivenza con il successo, e la differenza non è accademica.

Un Iran che sopravvive avendo perso la propria leadership, subendo un blocco navale, con l'economia in modalità di razionamento e senza aver ottenuto né la revoca delle sanzioni né i fondi per la ricostruzione, non ha vinto, ha evitato di perdere. È una distinzione che la scuola realista conosce bene e che il linguaggio della propaganda - su entrambi i fronti - tende a cancellare. Teheran gioca una scommessa rischiosa: spera che il  controllo di Hormuz basti a piegare Trump. Fatti alla mano, finora la scommessa ha prodotto una situazione di stallo doloroso, non una resa americana.

Come mai ? C'è un'asimmetria del controllo dell'escalation. L'Iran, si dice, non deve rendere troppo facile l'uscita agli Stati Uniti, per non diventare un Paese che si può bombardare a intervalli regolari come routine; ma non deve nemmeno spingere Trump in una posizione da cui l'unica via d'uscita politicamente sostenibile sia una nuova guerra (e, attenzione, gli USA hanno la forza militare reale per combattere una guerra convenzionale). È il paradosso del negoziatore vincente: ogni concessione strappata all'avversario ne riduce lo spazio interno di manovra, e oltre una certa soglia la disperazione altrui diventa un rischio proprio. Chi ha in mano lo Stretto tiene il coltello dalla parte del manico, ma un  coltello puntato alla gola di una grande potenza è un invito all'irrazionalità, non una garanzia di sicurezza.

Il vuoto e chi lo riempie

Da questa situazione discende l'idea che il declino relativo della potenza egemone apra un vuoto, e che il modo in cui quel vuoto verrà riempito deciderà la fisionomia del Medio Oriente per un decennio. Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, forse Egitto, i contorni di una possibile architettura di sicurezza regionale si intravedono già e il Patto della Mecca è già una dimostrazione molto chiara di una volontà di istituzionalizzazione delle nuove geometrie regionali.

La domanda decisiva non è se il vuoto verrà colmato, ma come.

La distinzione teorica è netta e merita di essere tenuta ferma. Esistono due formati. Il primo è la politica dei blocchi: alleanze esclusive che cercano sicurezza contro chi ne resta fuori, e che per loro natura generano il contro-blocco avversario. Il secondo è l'architettura di sicurezza inclusiva, in cui gli attori - senza doversi fidare gli uni degli altri - cercano sicurezza reciproca all'interno dello stesso perimetro. Applicato al Medio Oriente, il ragionamento porta a una conclusione contro-intuitiva: la stabilità richiederebbe di includere l'Iran, e in una prospettiva più lontana perfino Israele, nel medesimo club di sicurezza.

Vale la pena esplicitare il presupposto teorico, perché non è neutro. Chi ragiona così sta applicando il principio della sicurezza indivisibile, ovvero l'idea, di matrice realista europea, che la sicurezza di uno Stato non possa costruirsi a scapito di quella dei suoi avversari senza generare la reazione che la annulla. È lo stesso principio che l'Europa sta lentamente imparando sul fronte orientale, anche se la formulazione andrebbe rovesciata giacché l'Europa non lo sta imparando affatto, ed è proprio questo il nodo ucraino.

Un'avvertenza metodologica è però doverosa. Leggere Turchia, Arabia Saudita e Pakistan come un'alleanza coerente sarebbe un errore speculare a quello che gli americani commisero in Vietnam, quando lessero ogni movimento nazionalista attraverso la lente del comunismo. Questi tre attori hanno motivazioni divergenti, non condividono una dottrina di difesa collettiva né andrebbero in guerra l'uno per l'altro. Hanno siglato un accordo ? Sì, molto bene. Vedremo quali saranno i reali termini di questo "segretissimo" patto. Attualmente stanno riempiendo un vuoto, e possono riempirlo in direzioni opposte. Allo stesso modo, ridurre gli Houthi, le milizie irachene o le tensioni yemenite a semplici proxy di Teheran significa privare quegli attori di ogni autonomia e, soprattutto, non capire perché la guerra tenda ad allargarsi anziché a spegnersi: molti di questi conflitti hanno radici indipendenti dall'Iran e sopravvivrebbero alla sua uscita di scena.

Ucraina, il fronte infinito

Sul fronte ucraino la tentazione di leggere la guerra come una collezione di villaggi presi e ripresi va resistita.

I bollettini quotidiani - questo villaggio riconquistato, quest'altro perduto - misurano rumore, non tendenza. Il quadro verificato di inizio agosto 2026 è più sobrio di entrambe le narrazioni contrapposte. Tutto ciò perché la chiave non è il territorio, ma la natura della guerra. In un conflitto di logoramento si procede lentamente finché non si procede in fretta, i due eserciti si martellano a vicenda fino a quando uno dei due non collassa strutturalmente. Il vero indicatore, allora, non è la mappa ma lo stato dei fattori di attrito. E qui la fotografia è squilibrata. La carenza ucraina di missili intercettori Patriot ha consegnato ai russi un vantaggio nei cieli che si traduce in un uso più massiccio dell'aviazione e delle bombe plananti; la questione della manodopera non è più un segreto. I russi, dal canto loro, hanno convertito parte della produzione dai costosi sistemi ipersonici, non più necessari contro una difesa aerea che non intercetta, alla saturazione balistica di volume.

Il dato geopoliticamente più rilevante delle ultime settimane è però un altro, e riguarda il mare. Con gli attacchi sistematici alle infrastrutture portuali della Grande Odessa e a Mykolaiv, con il ponte ferroviario di Zatoka colpito, l'Ucraina è di fatto sospinta verso la condizione di Paese  senza sbocco marittimo funzionante. È una svolta che andava messa in conto: per gran parte della guerra Mosca aveva risparmiato i porti ucraini, in parte per l'accordo sul grano, in parte per non alienarsi il Sud globale. Quando Kiev, sostenuta dalla NATO, ha esteso la campagna di attacchi in profondità nel territorio russo - colpendo depositi civili, magazzini logistici, raffinerie e, nella notte tra l'11 e il 12 agosto, le infrastrutture navali e granarie di Novorossijsk, nonché i civili -quel residuo di autolimitazione è caduto.

Ed è qui che la strategia ucraina rivela il proprio limite logico. L'obiettivo dichiarato è congelare le linee e costringere Mosca al tavolo colpendo il russo medio, ma la domanda che smaschera la strategia è elementare: se funzionasse, sarebbe la Russia a chiedere un accordo sul Mar Nero... e invece sono gli ucraini a chiederlo, con la Turchia a tentare la mediazione. Il segnale è inequivocabile. Far attendere quattro giorni un pacco anziché ventiquattr'ore provoca fastidio, non capitolazione; svuotare gli scaffali dei negozi e spegnere l'infrastruttura energetica alla vigilia dell'inverno provoca invece una crisi vera, dalla parte sbagliata del fronte.

La pace è più difficile della guerra

La Russia, ragionevolmente, vuole la fine della guerra, mentre Kiev continua a sostenere il conflitto-senza-fine come unica soluzione, ma per quanto ancora sarà sostenibile questa tipologia di conflitto ? La NATO ha fallito, l'Ucraina ha fallito ed è, ormai, un Paese fallito. Tutte le buone proposte che il Cremlino aveva avanzato sono state disprezzate e oltraggiate, firmando così il decreto della propria auto-condanna. E la guerra, dolorosa, ancora persiste. È allora che la logica russa si fa esplicita e pragmaticamente severa: in assenza di un accordo, i russi faranno la "loro pace", il che significa continuare a ridurre l'Ucraina a Stato-cuscinetto senza sbocchi, meno pericoloso come piattaforma anti-russa e non più attivabile dalla NATO per espandersi ad Est.

È il punto in cui la questione del cessate il fuoco incondizionato mostra la propria doppiezza. Per gli europei, congelare il conflitto sulle linee attuali significa guadagnare tempo per rifornire e riorganizzare l'esercito ucraino, con l'ipotesi di truppe europee come forza di interposizione. Per Mosca, esattamente per queste ragioni, un cessate il fuoco incondizionato non è pace ma il modo europeo di prolungare la guerra. Ciò che i russi chiedono è un regolamento politico, e dunque la neutralità, non una tregua che rimetta l'orologio in carica. Finché le due definizioni di "pace" restano incompatibili, la guerra continua non per mancanza di stanchezza, ma per eccesso di chiarezza su ciò che ciascuno considera come "vittoria".

E, attenzione, l'augurio è che tutto ciò non si estenda al Giappone. Non è una battuta. Il 13 agosto 2026 Vladimir Putin ha messo piede per la prima volta a Iturup, nelle Curili meridionali che Tokyo rivendica come territori del Nord, ed è stato il primo capo di Stato russo a farlo. Il gesto è arrivato a poche ore dalle esercitazioni della Flotta del Pacifico e dalla pubblicazione del Libro bianco della difesa giapponese, e la premier Takaichi  ha parlato di visita "assolutamente inaccettabile".

Letto nella grammatica di questa analisi, l'episodio curilo non è un fronte nuovo ma un messaggio forte e chiaro: un colpo d'avvertimento affinché Tokyo non si lasci trascinare troppo dentro la "partita ucraina" e non rischi di farsi usare come sponda dagli occidentali per cercare di aprire un nuovo fronte sul versante Est della Federazione Russa. Ed è, se vogliamo, la conferma che la logica dell'escalation controllata non è confinata al Mar Nero o allo Stretto di Hormuz, ma è diventata la lingua franca del sistema multipolare. Dovrebbe rientrare. Probabilmente rientrerà. Ma il fatto stesso che la si debba usare, dal Pacifico al Golfo, dice quanto poco margine di manovra resti alla diplomazia (purtroppo!).

Resta, alla fine, la lezione realista da cui siamo partiti, rovesciata come un guanto. Le potenze in ascesa di questo 2026 hanno imparato a non perdere; nessuna ha ancora è riuscita effettivamente a vincere, cioè a trasformare un vantaggio in un ordine che gli avversari possano accettare senza sentirsi minacciati nell'esistenza. Finché la sicurezza sarà pensata come un gioco a somma zero, ogni vittoria genererà la propria smentita.

Un amico diplomatico di vecchia data, qualche giorno fa, mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa: "L'arte che manca a tutti gli attori sul tavolo non è quella di combattere. È quella, assai più rara, di lasciare all'avversario sconfitto una via d'uscita che non somigli a una condanna a morte". Forse ha proprio ragione.

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