📑 18/09/2026 strategic-culture.su  8min 21 🇮🇹 #327061

Ungheria, la svolta euro-atlantica di Magyar: da ponte con Mosca a partner disciplinato di Ue e Nato

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Giulio Chinappi

L'espulsione di dieci diplomatici russi segna il punto più visibile della svolta internazionale avviata da Péter Magyar. Mentre sul piano interno sopravvivono numerosi elementi dell'orbanismo, Budapest abbandona progressivamente l'autonomia verso Mosca per riallinearsi all'asse UE-NATO.

L'espulsione di dieci diplomatici russi decisa dal governo ungherese l'8 settembre rappresenta probabilmente il gesto più netto compiuto finora da Péter Magyar per  segnare la distanza dalla politica estera di Viktor Orbán. Sebbene la decisione non determini una rottura delle relazioni diplomatiche con Mosca e non interrompa automaticamente i fortissimi legami energetici accumulati negli ultimi anni, essa assume un significato politico difficilmente equivocabile. Dopo sedici anni nei quali Budapest aveva cercato di mantenere un rapporto privilegiato con la Russia anche all'interno dell'Unione Europea e della NATO, la nuova Ungheria sta progressivamente tornando nella linea strategica prevalente delle strutture euro-atlantiche.

Secondo le note ufficiali, la ministra degli Esteri Anita Orbán, che non ha nessun legame di parentela con l'ex primo ministro omonimo, ha comunicato che dieci membri della missione diplomatica russa avevano svolto attività considerate "incompatibili con lo status diplomatico" ai sensi della Convenzione di Vienna e che la loro espulsione era necessaria per tutelare "la sicurezza e la sovranità" dell'Ungheria. Il governo, tuttavia, non ha pubblicato elementi che consentano di verificare nel dettaglio le accuse, motivo per il quale il gesto sembra essere piuttosto un simbolico riallineamento ai diktat dell'asse Washington-Bruxelles. Ricordiamo in fatti che, durante la lunga fase successiva all'intervento russo in Ucraina del 2022, quando decine di diplomatici russi venivano espulsi da numerosi Paesi europei, il governo Orbán non adottò analoghi provvedimenti pubblici.

Mosca ha immediatamente compreso il significato della scelta. L'ambasciatore russo Evgenij Stanislavov l'ha definita un'"escalation senza precedenti e ingiustificata", mentre la portavoce del ministero degli Esteri Marija Zacharova ha annunciato una risposta "dura e dolorosa". Secondo Stanislavov, le nuove autorità ungheresi sarebbero ormai divenute ostaggio di una politica ideologicamente antirussa, e la durezza della reazione dimostra quanto la relazione bilaterale sia cambiata in pochi mesi.

Per comprendere la portata della svolta bisogna tornare alle prime dichiarazioni del governo insediatosi  dopo la vittoria elettorale del 12 aprile del Partito del Rispetto e della Libertà (Tisztelet és Szabadság Párt, TISZA). Nel maggio scorso, Anita Orbán aveva definito esplicitamente l'Unione Europea e la NATO le due alleanze fondamentali dell'Ungheria e aveva indicato come priorità la ricostruzione della fiducia compromessa durante il precedente governo. Nei confronti della Russia aveva adottato una formula altrettanto significativa: Mosca avrebbe continuato a essere un interlocutore e un partner, ma il rapporto non avrebbe più dovuto fondarsi su una "dipendenza unilaterale". La ministra aveva inoltre definito la politica russa una sfida alla sicurezza dell'Ungheria e dell'Europa.

Si trattava già allora di un rovesciamento rispetto alla filosofia internazionale seguita da Orbán. L'ex primo ministro non aveva mai formalmente messo in discussione l'appartenenza dell'Ungheria alla NATO o all'Unione Europea, ma aveva cercato di utilizzare la posizione geografica e politica del Paese per costruire una sorta di autonomia negoziale permanente. Budapest rimaneva dentro le istituzioni occidentali, beneficiava dei fondi europei e delle garanzie militari atlantiche, ma contemporaneamente manteneva relazioni privilegiate con Mosca e Pechino, contrastava numerose iniziative europee contro la Russia e utilizzava frequentemente il proprio potere di veto come strumento di pressione.

Dopo il 2022, Orbán aveva continuato ad acquistare petrolio e gas russo, aveva ripetutamente ostacolato o rallentato l'approvazione delle sanzioni europee e aveva bloccato un prestito dell'Unione Europea da 90 miliardi di euro destinato all'Ucraina. La sua politica non era semplicemente "filorussa", come spesso veniva riduttivamente definita dai media occidentali: rispondeva piuttosto all'idea che un piccolo Stato dell'Europa centrale potesse ottenere margini di autonomia giocando sulle contraddizioni fra i grandi centri di potere. Mosca diventava quindi contemporaneamente fornitore energetico, partner economico e strumento di bilanciamento nei confronti di Bruxelles.

Magyar sta progressivamente smantellando proprio questa strategia. Un primo passaggio decisivo si è verificato il 28 maggio, quando il nuovo primo ministro ha incontrato a Bruxelles il segretario generale della NATO Mark Rutte. Quest'ultimo ha elogiato il contributo ungherese alla deterrenza dell'Alleanza, ricordando il comando ungherese di una delle forze terrestri avanzate della NATO, la presenza del quartier generale della Divisione multinazionale Centro a Székesfehérvár e il contributo alle operazioni nei Balcani. Pochi giorni dopo, il governo dichiarava ufficialmente agli ambasciatori degli Stati UE e NATO di voler trasformare l'Ungheria in un partner "costruttivo e cooperativo" e di voler rafforzare la propria posizione all'interno delle due organizzazioni.

La trasformazione è diventata ancora più evidente al vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio, dove, per la prima volta, Magyar rappresentava l'Ungheria come capo del governo in una riunione dell'Alleanza Atlantica. Al termine del vertice annunciò che Budapest avrebbe rispettato il nuovo obiettivo di portare entro il 2035 la spesa complessiva per difesa e sicurezza al 5% del prodotto interno lordo, presentando l'accordo come un rafforzamento dell'unità della "più importante e potente comunità politica e di difesa" mondiale.

Ciò non significa tuttavia che Magyar abbia adottato integralmente tutte le posizioni più dure presenti nella NATO e nell'Unione Europea. l governo ha continuato a dichiarare che non invierà soldati ungheresi in Ucraina e non fornirà direttamente armi; ha mantenuto la decisione di non partecipare al prestito europeo da 90 miliardi di euro e continua a opporsi a una procedura accelerata per l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea. Budapest sostiene inoltre che Kiev debba seguire la normale procedura di adesione e che l'eventuale ingresso debba essere sottoposto alla fine a un referendum vincolante in Ungheria.

L'espulsione dei diplomatici russi rappresenta dunque il passaggio dal piano delle dichiarazioni a quello dei rapporti bilaterali concreti. Non è casuale che avvenga mentre l'Unione Europea sta nuovamente irrigidendo la propria posizione verso Mosca in seguito alle accuse rivolte alla Russia per attività di sabotaggio, spionaggio e guerra ibrida sul territorio europeo. Nei giorni precedenti, la Germania aveva attribuito a Mosca il tentativo di attacco con drone all'aeroporto di Lipsia/Halle, mentre l'Alta rappresentante europea Kaja Kallas aveva parlato di caratteristiche riconducibili al terrorismo sponsorizzato da uno Stato. La Russia, naturalmente, ha respinto queste accuse, che del resto non sembrano trovare fondamenti fattuali. La decisione ungherese si inserisce dunque in un clima europeo nel quale la sicurezza interna viene sempre più interpretata attraverso il paradigma del confronto strategico con Mosca, divenuta il capro espiatorio per eccellenza.

Parallelamente, Magyar ha ricostruito molto rapidamente il rapporto con Bruxelles. Il 29 maggio, la Commissione europea ha concordato lo sblocco di 16,4 miliardi di euro di fondi precedentemente congelati in relazione alle controversie sullo Stato di diritto e sulla corruzione. A luglio, Budapest ha inoltre compiuto passi verso l'adesione alla Procura europea e ha presentato nuovi strumenti per il recupero dei beni pubblici. In pochi mesi, dunque, l'Ungheria è passata dall'essere uno dei principali problemi interni dell'Unione a essere nuovamente trattata come un partner con cui costruire il consenso europeo.

La stessa evoluzione riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, sebbene in maniera più contraddittoria. Donald Trump aveva costruito un rapporto personale e politico molto stretto con Viktor Orbán, ma il governo Magyar considera esplicitamente Washington un alleato fondamentale nella sicurezza e nell'economia. Il 27 luglio, ricevendo una delegazione bipartisan del Congresso statunitense, la ministra Anita Orbán ha indicato nella NATO, nella cooperazione militare e negli interessi strategici comuni il fondamento delle relazioni fra i due Paesi.

Resta però un ostacolo enorme alla completa trasformazione delle relazioni con Mosca: l'energia. L'Ungheria continua ad avere bisogno delle forniture russe di petrolio e gas e non può sostituirle rapidamente senza costi economici considerevoli. Anche il progetto nucleare Paks II, concordato da Orbán con Rosatom nel 2014 e sostenuto da un finanziamento russo fino a 10 miliardi di euro, non è stato cancellato. Il governo Magyar ne ha però avviato una revisione completa, sia dal punto di vista finanziario sia da quello tecnico. La crisi provocata quest'estate dal livello eccezionalmente basso del Danubio, che ha costretto la centrale esistente di Paks a ridurre drasticamente la produzione, ha rafforzato i dubbi sulla sostenibilità del progetto e sulla sua dipendenza dall'acqua del fiume per il raffreddamento.

La politica energetica rende quindi evidente la differenza fra riallineamento politico e disaccoppiamento economico. Il primo è già in corso a grande velocità; il secondo richiederà anni. Magyar non può cancellare con un decreto una struttura energetica costruita in decenni, ma ha indicato come obiettivo la diversificazione delle fonti e la riduzione della dipendenza dalla Russia. Mosca resta dunque un partner economico necessario, ma sta cessando di essere il partner strategico privilegiato che era diventato durante l'ultima fase di Orbán.

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