📚 20/09/2026 strategic-culture.su  10min ⁑️ 5 🇮🇹 #327288

Il bollo di Giorgia La Qualunque

600px/600px - 67.28 Koreduce by 50%del

Lorenzo Maria Pacini

C'è qualcosa di profondamente istruttivo, e insieme irresistibilmente grottesco, nella maniera con cui il Governo Meloni ha deciso di presentare l'operazione sul bollo auto: non tanto perché togliere una tassa sia, in sé, una cattiva idea, quanto perché l'Italia contemporanea sembra ormai aver trasformato la politica fiscale in una specie di teatro stagionale

C'è qualcosa di profondamente istruttivo, e insieme irresistibilmente grottesco, nella maniera con cui il Governo Meloni ha deciso di presentare l'operazione sul bollo auto: non tanto perché togliere una tassa sia, in sé, una cattiva idea, quanto perché l'Italia contemporanea sembra ormai aver trasformato la politica fiscale in una specie di teatro stagionale nel quale le imposte vengono accese e spente secondo il calendario elettorale, come le luminarie natalizie, con la differenza che le seconde almeno hanno la decenza di dichiarare apertamente la propria funzione ornamentale.

Il 16 settembre Fratelli d'Italia ha celebrato sui propri canali social quella che viene presentata come "l'eliminazione di una delle tasse più odiate dagli italiani", con un entusiasmo comunicativo degno della scoperta di una nuova frontiera fiscale, mentre il Consiglio dei ministri approvava una misura che, nella sua prima applicazione, riguarda il solo 2027, le automobili fino a 80 kW e tutti i motocicli e ciclomotori, con l'esenzione riconosciuta a un solo veicolo per persona. La platea potenziale è enorme: il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti indica oltre 24,6 milioni di persone proprietarie di almeno un veicolo entro gli 80 kW, mentre la misura effettiva è stata quantificata in circa 14,5 milioni di veicoli e in oltre 2,3 miliardi di euro di mancato gettito, che dovranno essere compensati alle Regioni.

E qui comincia il piccolo capolavoro di semantica politica.

Perché "abolizione del bollo" è una formula che suona assai meglio di "esenzione temporanea dal pagamento del bollo per il solo 2027, limitatamente a determinate categorie di veicoli e a un solo mezzo per contribuente". La prima frase produce l'effetto psicologico della liberazione fiscale; la seconda produce quello, assai meno elettoralmente redditizio, della nota a piè di pagina.

Giorgia Meloni ha spiegato che l'obiettivo sarebbe rendere strutturale la misura e che il 2027 rappresenterebbe una prima fase, anche in ragione dei necessari passaggi con le Regioni e le Province autonome, dato che il gettito del bollo appartiene alla fiscalità regionale. Il Governo sostiene dunque che non si tratti di una semplice misura annuale, ma dell'inizio di un percorso destinato a diventare permanente attraverso le successive leggi di bilancio.

Benissimo. Ma allora c'è una domanda talmente semplice da risultare quasi impertinente: perché cominciare proprio nel 2027 ? Perché il 2027 non è un anno qualsiasi, bensì l'anno nel quale gli italiani saranno chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento, salvo anticipazioni della legislatura, e quindi è anche l'anno nel quale ogni gesto fiscale rivolto direttamente al cittadino acquista inevitabilmente un significato politico ulteriore, soprattutto quando riguarda una tassa odiata, facilmente comprensibile e facilmente comunicabile attraverso uno slogan. Non occorre essere complottisti, né possedere una sfera di cristallo, per osservare che fra una misura strutturale e una misura che diventa immediatamente visibile proprio nell'anno elettorale esiste una differenza di comunicazione politica enorme.

Qui la politica italiana torna a mostrare uno dei suoi talenti più antichi: fare oggi ciò che produce consenso oggi e rimandare a domani la spiegazione di come si pagherà dopodomani. Il meccanismo è quasi perfetto. Si prende una tassa che milioni di italiani detestano, si individua una platea vastissima, si annuncia l'azzeramento proprio per l'anno elettorale, si produce una cifra enorme - 14,5 milioni di veicoli coinvolti, oltre 2,3 miliardi di euro di risorse da compensare - e si lascia che il cittadino associ immediatamente il beneficio al volto del Governo che glielo ha concesso. È politica fiscale o è marketing politico?

Naturalmente le due cose possono coincidere, e sarebbe ingenuo pretendere che ogni decisione di un governo sia immune dalla logica del consenso; ma quando la politica arriva al punto di trasformare una misura temporanea in una celebrazione dell'"abolizione" di una tassa, mentre la sua stabilizzazione finanziaria viene rinviata alle future leggi di bilancio, il confine fra governo e campagna elettorale diventa quantomeno sottile.

Persino il botta e risposta fra Matteo Renzi e Giorgia Meloni, nato proprio sulla questione del bollo, è indicativo di quanto la vicenda sia diventata immediatamente materia di competizione politica. Renzi ha rivendicato il proprio precedente tentativo di abolizione del bollo e Meloni ha replicato contrapponendo "annunciare" e "realizzare". Ma proprio questa risposta apre una voragine involontaria. Perché realizzare significa, in politica, non soltanto annunciare l'effetto, ma anche rendere trasparente la durata, il costo, la copertura e la sostenibilità della misura. Se domani il bollo tornerà a essere dovuto, avremo avuto un'abolizione oppure una sospensione ? Se invece diventerà strutturale, con quali risorse permanenti verrà finanziata?

Sono domande molto meno spettacolari di un post sui social con scritto "BOLLO AUTO: ADDIO", ma sono precisamente le domande che distinguono una politica fiscale strutturale da una politica fiscale costruita per produrre un beneficio immediatamente percepibile.

Ecco poi la parte che rende tutta la faccenda quasi da commedia all'italiana. Perché mentre il Governo festeggia il bollo che scompare - almeno per ora - l'Italia non si trova esattamente nella condizione di un Paese che abbia risolto i propri problemi strutturali e possa dedicarsi alle celebrazioni liberatorie sulle tasse automobilistiche. Il Fondo monetario internazionale ha ricordato nel 2026 che il debito pubblico italiano resta molto elevato, intorno al 137% del PIL alla fine del 2025, e particolarmente esposto agli shock derivanti dalla crescita, dai tassi d'interesse e dalla fiducia dei mercati, indicando inoltre la necessità di un ulteriore sforzo di consolidamento fiscale nel biennio 2026-2027. Non esattamente il terreno ideale per una politica del tipo: "Intanto togliamo 2,3 miliardi, poi vediamo". E non è soltanto una questione contabile, è una questione di priorità. Perché mentre il Governo organizza la piccola festa nazionale del bollo scomparso, l'Europa vive una fase di crescente tensione strategica, la guerra in Ucraina continua a produrre effetti militari, economici e geopolitici, la NATO sta rafforzando la propria postura sul fianco orientale e l'Italia è direttamente coinvolta nella crescente pressione strategica sul continente europeo. La stessa NATO definisce la guerra russa contro l'Ucraina la più grave minaccia alla sicurezza euro-atlantica degli ultimi decenni, mentre nelle ultime settimane si sono moltiplicati incidenti e tensioni legati a droni, sabotaggi e sicurezza delle infrastrutture europee.

Il 15 settembre, proprio mentre a Roma si preparava la celebrazione del "bollo abolito", caccia italiani impegnati nella missione NATO di sorveglianza dello spazio aereo baltico sono stati coinvolti nell'intercettazione di un drone che aveva violato lo spazio aereo lituano, in un contesto di crescente tensione sul fianco orientale dell'Alleanza.

E mentre l'Europa parla sempre più apertamente di riarmo, deterrenza, difesa delle infrastrutture critiche, guerra ibrida, droni, cyberattacchi e possibilità di escalation, l'Italia viene invitata a ragionare sulla propria sicurezza, sulla propria capacità industriale, sulla propria autonomia strategica e sulla sostenibilità delle proprie finanze pubbliche.

In questo scenario, il grande gesto politico del Governo è togliere per un anno il bollo alla Panda. È difficile immaginare una fotografia più efficace delle contraddizioni della politica contemporanea. Naturalmente nessuno sostiene che un cittadino debba pagare il bollo perché esistono la guerra in Ucraina, la NATO o il debito pubblico, e sarebbe demagogia speculare sostenere una simile assurdità; il punto è un altro, e cioè che la politica di un grande Paese dovrebbe avere una gerarchia delle priorità, soprattutto quando le risorse pubbliche sono limitate e il contesto internazionale è caratterizzato da una crescente instabilità.

Il problema, dunque, non è soltanto che il Governo abbia deciso di ridurre la pressione fiscale (un gesto che sarebbe nobilissimo se fosse davvero volto a ridurre la pressione fiscale e cambiare le cose, ma non lo è), ma di come lo comunica, quando lo fa e quale orizzonte politico accompagna la decisione. Perché se la misura è strutturale, la si finanzi e la si renda strutturale. Se è temporanea, la si chiami temporanea, se costa 2,3 miliardi, si spieghi con chiarezza da dove arrivano i 2,3 miliardi e, soprattutto, se viene introdotta proprio nell'anno delle elezioni, si abbia almeno la decenza politica di riconoscere che la coincidenza temporale produce inevitabilmente un effetto elettorale, anche qualora l'intenzione dichiarata fosse esclusivamente economica. Altrimenti si finisce nella politica di Cetto La Qualunque, quella nella quale il rapporto fra consenso e interesse pubblico viene ridotto alla formula elementare del "più cose regalo, più voti prendo", trasformando lo Stato in una gigantesca bancarella elettorale dove ogni provvedimento deve avere un immediato prezzo psicologico e un immediato ritorno politico.

"Cetto" non aveva bisogno di elaborare una strategia industriale, una politica estera, una riforma della pubblica amministrazione o una visione geopolitica del Mediterraneo: bastava promettere qualcosa che facesse piacere all'elettore, e il rischio è che la politica contemporanea, non soltanto italiana, abbia progressivamente assimilato proprio questa logica, sostituendo la progettazione con l'annuncio, la programmazione con la misura spot, la strategia con il comunicato stampa e la responsabilità intergenerazionale con il consenso dell'anno corrente.

Il paradosso è ancora più evidente perché Fratelli d'Italia ha costruito una parte rilevante della propria identità politica sulla promessa di essere diversa dalla vecchia politica, di rappresentare un cambio di paradigma, di restituire serietà alle istituzioni, di rimettere al centro l'interesse nazionale e di contrapporre alla politica del consenso facile una politica della responsabilità.

Allora proprio su questo terreno bisogna giudicare la questione del bollo. Non sulla base dell'odio o dell'amore verso Giorgia Meloni, non sulla base delle simpatie o antipatie verso Fratelli d'Italia, ma sulla base di una domanda elementare: questa è una riforma fiscale oppure è una misura fiscalmente confezionata per essere politicamente vendibile nel momento più opportuno ? La differenza non è secondaria, perché se si tratta della prima, il Governo dovrebbe essere in grado di presentare una prospettiva pluriennale chiara, con coperture altrettanto chiare e con una strategia complessiva di riduzione della pressione fiscale. Se invece si tratta della seconda, siamo davanti all'ennesima trasformazione della politica economica in una tecnica di persuasione dell'elettore.

La questione, a quel punto, non è più il bollo, ma è l'idea stessa dello Stato. Perché uno Stato serio non dovrebbe chiedersi quale tassa abolire temporaneamente nell'anno delle elezioni per ottenere il massimo rendimento politico, ma quali tasse siano economicamente distorsive, quali spese siano improduttive, quali settori strategici debbano essere finanziati, quale debito sia sostenibile, quale sistema sanitario si voglia costruire, quale scuola si voglia lasciare ai figli e quale posizione internazionale si voglia assumere in un mondo nel quale la parola "guerra" non è più confinata ai libri di storia.

Il bollo, insomma, può anche sparire, ma sarebbe davvero curioso che mentre scompare il bollo per dodici mesi, scomparisse insieme anche la capacità degli italiani di distinguere fra una riforma e una trovata elettorale, giacché una cosa è togliere una tassa, un'altra, assai diversa, è togliere una tassa proprio quando conviene politicamente, chiamare "abolizione" ciò che per ora è un'esenzione annuale e lasciare al futuro il compito di spiegare come trasformare lo slogan in una politica strutturale.

La prima è politica fiscale, la seconda assomiglia terribilmente a Cetto La Qualunque con un ufficio stampa, un Consiglio dei ministri e una legge di bilancio.

E il problema, alla fine, non è nemmeno che Cetto promettesse troppo, è che lui almeno non aveva la pretesa di chiamare "alta politica" la sua bancarella elettorale.

 strategic-culture.su