📚 21/09/2026 strategic-culture.su  10min ⁑️ 7 🇮🇹 #327324

Lo spazio appartiene all'umanità: la sfida della governance oltre la nuova corsa alla conquista

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Giulio Chinappi

Il vertice internazionale di Parigi ha mostrato quanto lo spazio sia ormai decisivo per economia, sicurezza e sviluppo. La sfida è impedire che orbite, frequenze, dati e risorse diventino patrimonio di pochi Stati e grandi gruppi privati, costruendo invece una governance realmente universale.

Il primo Vertice internazionale sullo Spazio, svoltosi a Parigi il 9 e 10 settembre, ha offerto un'immagine particolarmente significativa della fase storica nella quale l'umanità sta entrando. Al Grand Palais erano rappresentati 90 paesi e organizzazioni internazionali, una sessantina dei quali al livello di capi di Stato, capi di governo o ministri; accanto a essi erano presenti quasi 1.100 imprese del settore spaziale, comprese numerose start-up del cosiddetto New Space. Il semplice accostamento di questi due dati mostra che lo spazio non è più soltanto il dominio delle grandi agenzie pubbliche e delle missioni scientifiche, ma è diventato contemporaneamente infrastruttura economica, terreno della competizione strategica e nuova frontiera dell'accumulazione privata.

Non si tratta più, infatti, di discutere soltanto di astronauti, stazioni orbitanti o esplorazione di pianeti lontani. Le infrastrutture spaziali condizionano già la vita quotidiana sulla Terra: telecomunicazioni, navigazione satellitare, sincronizzazione delle reti, meteorologia, osservazione delle coltivazioni, controllo delle risorse idriche, prevenzione delle catastrofi, monitoraggio climatico e organizzazione dei trasporti dipendono in misura crescente da satelliti e dati raccolti fuori dall'atmosfera. La connettività satellitare può inoltre ridurre l'isolamento delle aree rurali e delle regioni prive di infrastrutture terrestri, mentre l'osservazione della Terra può fornire ai paesi in via di sviluppo strumenti preziosi per la sicurezza alimentare, la protezione ambientale e la gestione delle emergenze. L'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni considera ormai la connettività spaziale una componente essenziale dell'inclusione digitale globale.

Proprio per questo, la questione decisiva non è se lo spazio sarà utilizzato economicamente. Lo sarà sempre di più. La vera questione è chi stabilirà le regole, chi controllerà le infrastrutture e a vantaggio di chi verranno utilizzati i benefici dello sviluppo spaziale.

A Parigi, il segretario generale del Partito Comunista del Việt Nam e presidente della Repubblica  Tô Lâm ha formulato una delle risposte più organiche a questa domanda. Nel suo intervento ha riconosciuto le opportunità offerte dall'espansione delle attività spaziali, ma ha contemporaneamente indicato i pericoli derivanti dai detriti orbitali, dal rischio di collisioni, dalla competizione per orbite e frequenze, dalla militarizzazione, dall'appropriazione, dalle disparità tecnologiche e dall'accresciuto peso degli operatori privati. La risposta vietnamita consiste nella costruzione di una governance multilaterale capace di mantenere lo spazio pacifico, sicuro, sostenibile e accessibile a tutti.

Tô Lâm ha sintetizzato questa impostazione in cinque principi: uso pacifico dello spazio e prevenzione di una corsa agli armamenti; centralità dell'essere umano e dello sviluppo sulla Terra; rispetto del diritto internazionale e ruolo centrale delle Nazioni Unite e del Comitato per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico, il COPUOS; uguaglianza nell'accesso ai benefici della ricerca e della tecnologia; utilizzo responsabile e sostenibile dell'ambiente orbitale. A questi principi ha aggiunto una proposta concreta: la costruzione, insieme alla Francia, alle Nazioni Unite, all'ASEAN e ad altri partner, di una rete denominata Space for Development and Resilience, inizialmente rivolta al Sud-Est asiatico, per condividere dati, rafforzare le capacità tecnologiche e collegare ricerca, formazione, imprese e investimenti alle necessità dello sviluppo.

Da una prospettiva diversa ma convergente su alcuni punti fondamentali, anche il primo ministro indiano Narendra Modi ha insistito sulla necessità di scegliere "cooperazione anziché confronto", "sostenibilità anziché guadagno di breve periodo" e "inclusione anziché esclusione". L'India ha promosso a Parigi uno spazio pacifico e sostenibile fondato sul diritto internazionale, sul dialogo e sulla cooperazione multilaterale, accompagnando questa posizione con un'affermazione particolarmente importante: i dati scientifici prodotti dalle attività spaziali dovrebbero servire il bene comune.

Queste posizioni acquistano particolare valore perché provengono da due paesi asiatici che non appartengono al nucleo storico delle potenze occidentali e che concepiscono lo sviluppo spaziale non soltanto come moltiplicatore di potenza, ma anche come strumento di modernizzazione nazionale e cooperazione internazionale. È precisamente questa dimensione che dovrà essere rafforzata nei prossimi decenni. Una governance costruita esclusivamente dagli Stati tecnologicamente più avanzati e dalle società già capaci di sostenere investimenti miliardari rischierebbe infatti di cristallizzare nello spazio le disuguaglianze esistenti sulla Terra.

Il diritto internazionale dispone già di un principio dal quale partire. L'articolo I del Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 stabilisce che l'esplorazione e l'utilizzazione dello spazio devono essere condotte "a beneficio e nell'interesse di tutti i paesi", indipendentemente dal loro grado di sviluppo economico o scientifico, e qualifica lo spazio come "province of all mankind", dominio dell'intera umanità. L'articolo II vieta inoltre l'appropriazione nazionale dello spazio, della Luna e degli altri corpi celesti mediante rivendicazioni di sovranità, occupazione o altri mezzi.

Sono principi formulati quasi sessant'anni fa, ma oggi assumono un significato persino maggiore rispetto all'epoca nella quale vennero negoziati: alora soltanto due superpotenze possedevano realmente la capacità di operare nello spazio; oggi gli attori sono molto più numerosi, e soprattutto il confine tra attività pubbliche e private è radicalmente cambiato.

Il rischio non consiste tanto in una futura bandiera piantata su un asteroide quanto nella formazione progressiva di diritti economici di fatto attraverso il vantaggio del primo arrivato. Le orbite utilizzabili non sono infinite; nemmeno lo spettro radio necessario alle comunicazioni satellitari lo è. L'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni considera frequenze e risorse orbitali beni limitati che devono essere utilizzati razionalmente ed equamente, tenendo conto in particolare delle necessità dei paesi in via di sviluppo. In alcune aree continua, tuttavia, a operare una logica assimilabile al first come, first served: chi possiede per primo tecnologia, capitale e capacità amministrativa può acquisire un vantaggio difficilmente recuperabile da chi arriva in seguito. La stessa ITU ha riconosciuto che tali meccanismi possono svantaggiare i paesi che non dispongono ancora delle risorse tecnologiche necessarie.

La questione diventa ancora più evidente con le grandi costellazioni satellitari. Migliaia di satelliti collocati nelle orbite basse non rappresentano soltanto un'innovazione commerciale: occupano fisicamente e radioelettricamente uno spazio limitato, generano esigenze di coordinamento, aumentano il rischio di collisione e possono condizionare le possibilità future di accesso di altri operatori. Non è un caso che la dichiarazione approvata a Parigi sul ruolo dell'ITU abbia sottolineato la necessità di garantire un accesso equo allo spettro e alle orbite e di proteggere, anche nei confronti delle grandi costellazioni non geostazionarie, i sistemi dei paesi che dispongono di minori capacità.

Il problema diventa ancora più delicato quando dall'utilizzo delle orbite si passa alle risorse dei corpi celesti. Negli Stati Uniti, la legislazione del 2015 riconosce ai cittadini statunitensi impegnati nel recupero commerciale di risorse spaziali il diritto di possedere, trasportare, utilizzare e vendere ciò che viene estratto, pur specificando il rispetto degli obblighi internazionali degli Stati Uniti. Il Lussemburgo ha successivamente creato una cornice giuridica analoga per garantire agli operatori privati diritti sulle risorse estratte. Gli Accordi Artemis promossi dagli Stati Uniti sostengono inoltre che l'estrazione delle risorse spaziali non costituisca di per sé un'appropriazione nazionale vietata dal Trattato del 1967.

Si tratta di una questione giuridicamente complessa, sulla quale esistono interpretazioni differenti. Ma il problema politico resta chiaro: se le regole internazionali non vengono definite collettivamente prima che l'estrazione diventi economicamente praticabile, saranno probabilmente i primi attori capaci di arrivare sul posto a creare i precedenti sui quali verrà costruito il sistema successivo.

L'umanità, invece, non dovrebbe riprodurre nello spazio la storia delle recinzioni, delle concessioni coloniali e dell'appropriazione privata delle risorse comuni. Il fatto che un'impresa disponga del capitale necessario per raggiungere un asteroide o installare infrastrutture sulla Luna non può conferirle un diritto politico superiore a quello dei miliardi di esseri umani che non dispongono di quelle capacità tecnologiche.

C'è poi una seconda minaccia, inseparabile dalla prima: la militarizzazione. Satelliti civili, telecomunicazioni commerciali e sistemi di osservazione possiedono frequentemente natura duale. Le stesse infrastrutture che servono alla meteorologia, alla navigazione o alle comunicazioni possono essere utilizzate per intelligence, comando militare e gestione delle operazioni belliche. L'UNIDIR (Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul disarmo) ha sottolineato come la crescente integrazione fra servizi civili e militari renda più ambiguo persino lo status degli operatori commerciali in tempo di conflitto. Parallelamente, numerosi Stati stanno sviluppando capacità controspaziali in grado di interferire, degradare o distruggere sistemi orbitanti.

Per questa ragione la governance dello spazio non può essere ridotta alle sole esigenze della crescita economica. Deve comprendere disarmo, prevenzione dei conflitti, sicurezza orbitale, gestione dei detriti, responsabilità degli operatori, protezione ambientale, accesso alle frequenze, condivisione dei dati e regime delle risorse extraterrestri.

Il vertice di Parigi ha prodotto alcuni segnali incoraggianti. Una dichiarazione sull'utilizzo sostenibile dello spazio ha ribadito il ruolo centrale del COPUOS e del Trattato del 1967, proposto di valutare l'organizzazione di una nuova conferenza UNISPACE IV e precisato che le misure volontarie e le best practices non devono sostituire la ricerca di strumenti giuridicamente vincolanti. Un altro documento ha sostenuto l'accessibilità dei dati scientifici spaziali, la loro interoperabilità e l'esigenza di rafforzare formazione e capacità scientifiche. Fra i firmatari figurano numerosi paesi del Sud Globale, fra cui Brasile, Angola, Cambogia, Ecuador, Gibuti, Kazakistan, Madagascar, Mauritius, Messico, Filippine, Ruanda e Tunisia.

La governance futura non potrà essere realmente legittima se sarà decisa soltanto da poche capitali o, peggio ancora, dalle sedi centrali delle grandi aziende tecnologiche private. Stati africani, latinoamericani, asiatici e insulari devono partecipare alla definizione delle norme prima di possedere necessariamente le capacità tecniche delle grandi potenze. Il principio dell'uguaglianza sovrana implica proprio questo: il diritto di concorrere alla formazione delle regole non dipende dal numero di razzi posseduti.

La stessa Agenda ONU Space2030 concepisce lo spazio come motore dello sviluppo sostenibile e insiste sulla necessità di ridurre il divario spaziale attraverso accessibilità, cooperazione internazionale e rafforzamento delle capacità dei paesi emergenti. Lo spazio può contribuire direttamente agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, alla prevenzione delle catastrofi, all'agricoltura, alla sanità, alla tutela ambientale e alla risposta ai cambiamenti climatici.

Lo spazio, dunque, può diventare un nuovo terreno di conquista, nel quale pochi Stati e un ristretto gruppo di conglomerati privati occupano le posizioni migliori, controllano le infrastrutture, trasformano dati e risorse in rendite e presentano successivamente quella situazione come un fatto compiuto. Oppure può diventare uno dei primi ambiti nei quali l'umanità riesca ad anticipare il conflitto, stabilendo le regole prima che la corsa all'appropriazione renda impossibile farlo.

La vera corsa spaziale del XXI secolo non dovrebbe dunque essere quella per stabilire chi arriverà per primo sulla Luna, su Marte o su un asteroide. Dovrebbe essere la corsa per costruire, prima che sia troppo tardi, istituzioni capaci di impedire che l'immensità dello spazio venga ridotta alla proprietà economica di pochi.

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