
Lorenzo Maria Pacini
L'elettorato americano ha la memoria corta e le tasche vuote: una combinazione che i venditori di illusioni conoscono fin troppo bene.
Matematica finanziaria elettorale
Il 9 settembre, sul palco dell'American Airlines Center di Dallas, Trump ha messo sul tavolo una promessa che nemmeno un candidato democratico avrebbe osato firmare. Se i repubblicani conserveranno Camera e Senato alle elezioni di midterm di novembre, ogni cittadino adulto degli Stati Uniti riceverà un assegno da cinquemila dollari. L'ha battezzato "Trump dividend" e, per rendere l'idea, l'ha paragonato alla distribuzione di utili che una grande azienda riserva ai propri azionisti.
Una precisazione, perché le parole contano. Non si tratta di cinquemila dollari per ogni voto ricevuto, né di un premio riservato a chi barrerà la casella repubblicana: la promessa, per come è stata formulata, riguarda tutti gli adulti americani. C'è una sola condizione, il denaro va speso in patria. "Non vogliamo che andiate a spenderli in Canada, in Cina o in Germania", ha spiegato il presidente, senza chiarire con quale prodigio contabile si stabilisca dove un cittadino spende i propri cinquemila dollari.
Il dettaglio che rende la scena memorabile non è la cifra, ma la firma. A proporre un trasferimento diretto di contante agli elettori, la misura che l'immaginario americano associa da sempre alla sinistra, è un presidente repubblicano. E non sono io a forzare la lettura: Bob Good, ex deputato della Virginia e uomo della destra del partito, l'ha definita "uno schema socialista di compravendita del voto". Quando è l'ala più conservatrice del Grand Old Party a tirare fuori la parola "socialista" per la promessa di bandiera del proprio presidente, l'etichetta smette di essere un insulto e diventa una diagnosi. "Se vincono i repubblicani, vincete anche voi", ha scandito Trump. La condizione del trasferimento è l'esito elettorale. Esiste una definizione più asciutta di voto di scambio?
Passiamo ai numeri, che hanno il pregio di non applaudire. Negli Stati Uniti gli adulti sono circa 270 milioni. Duecentosettanta milioni per cinquemila dollari fanno 1.350 miliardi: 1,35 trilioni. Le stime più caute, che partono da una platea di aventi diritto più stretta, intorno ai 240 milioni, parlano di appena 1.200 miliardi. In un verso o nell'altro restiamo nell'ordine del bilione e mezzo di dollari da distribuire in un colpo solo.
Per capire di che cosa parliamo servono alcuni termini di paragone. 1,35 trilioni valgono circa il 4,4 per cento dell'intero PIL statunitense del 2025, che si è aggirato sui 30.800 miliardi. Sono più dell'intero prodotto interno lordo annuale della Svizzera. Equivalgono a circa una volta e mezza il bilancio annuale della difesa, fissato per il 2025 a 895 miliardi. E soprattutto ammontano a circa tre quarti dell'intero deficit federale di un anno, che nell'esercizio 2025 ha toccato i 1.800 miliardi, quasi il sei per cento del PIL.
C'è un dato che chiude il discorso meglio di qualunque commento. Ad agosto 2026 il debito pubblico americano ha superato la soglia dei 40.000 miliardi di dollari e si trova ormai a circa mille miliardi dal tetto legale di 41.100 miliardi fissato dalla legge di riconciliazione del 2025. Tradotta, la proposta è questa: distribuire in un'unica operazione una somma pari a un intero deficit annuale, mentre il debito sfiora già il proprio limite di legge.
Da dove vengono questi soldi?
Qui Trump, stranamente, non ha presentato un piano finanziario dettagliato. Deve essersene dimenticato, pover'uomo. L'unica indicazione è che almeno una parte del dividendo verrebbe dalle entrate dei dazi. Peccato che i conti non tornino nemmeno lontanamente. Nell'esercizio 2025 il gettito daziario complessivo si è aggirato sui 195 miliardi, di cui circa 120 riconducibili alle nuove tariffe.
E c'è di peggio. Dopo che i tribunali hanno bocciato i dazi imposti tramite i poteri d'emergenza, l'amministrazione ha già dovuto restituire alle imprese circa 100 miliardi sui 166 dovuti, ripiegando poi su una diversa base giuridica. Anche ipotizzando di dirottare sull'assegno l'intero incasso netto dei dazi, senza destinarne un centesimo ad altro, per coprire 1,35 trilioni servirebbe la parte migliore di un decennio. Con un particolare non trascurabile: quegli stessi dazi Trump li aveva già promessi "per ridurre il debito". Lo stesso dollaro, impegnato due volte. È un po' come annunciare l'acquisto di una casa in centro a Roma finanziandolo con la vendita di biscotti porta a porta nei fine settimana. Biscotti normali, per giunta.
Aggiungo il dettaglio tecnico che i comizi non amano. Le entrate dei dazi finiscono nel fondo generale del Tesoro, insieme alle imposte sul reddito: sono denaro fungibile. Non esiste alcun "fondo dividendo" separato da cui attingere. Esiste un unico calderone, e quel calderone è già ampiamente in rosso.
E il Congresso?
C'è poi un ostacolo che nessuna retorica aggira. Il presidente non può decidere da solo di trasferire 1,35 trilioni ai cittadini. A meno di future incoronazioni, per una distribuzione di questa portata serve una legge del Congresso. Il senatore Bernie Moreno ha già annunciato che presenterà un disegno di legge "subito dopo il 3 novembre". Ma la resistenza arriva dagli stessi banchi repubblicani. Chip Roy ha chiesto, conti alla mano, come si intenda pagare "ben oltre mille miliardi"; David Schweikert ha promesso di opporsi con l'anima, perché la misura danneggerebbe i lavoratori più di quanto li aiuti; Asa Hutchinson ha invitato il partito a "fare gli adulti nella stanza".
Il vero motivo per non trattenere il fiato, però, è la memoria recente. Nel novembre 2025 Trump aveva già promesso un dividendo daziario "di almeno 2.000 dollari a persona", poi calendarizzato per la metà del 2026, con tanto di precisazione del segretario al Tesoro Bessent che sarebbe servita una legge. Quel dividendo non è mai arrivato. Nessun piano approvato, nessun assegno spedito, soltanto una Casa Bianca che "stava valutando le opzioni". Dieci mesi dopo, le opzioni le sta valutando ancora.
Letta come misura di finanza pubblica, la proposta non regge un solo minuto. Letta come strumento elettorale, invece, funziona benissimo. È un trasferimento condizionato che salda il denaro pubblico a un risultato di partito, lanciato dentro una campagna di midterm giocata tutta sul carovita, da un presidente con l'indice di gradimento sotto la parità, in una cornice, la "midterm convention", che nella storia recente semplicemente non esisteva.
La mia valutazione, con alta confidenza, è che il dividendo da cinquemila dollari non verrà pagato nei termini annunciati, e quasi certamente non entro i prossimi dodici mesi. A farmi cambiare idea basterebbero pochi segnali concreti: un disegno di legge approvato e quantificato, un meccanismo operativo del Tesoro, un innalzamento del tetto del debito calibrato per ospitare la spesa. Finché non compaiono, siamo davanti a un annuncio, non a una politica.
E qui sta il paradosso che dà il titolo a queste pagine. Il "sogno socialista americano" non è la redistribuzione: è la sua simulazione. Uno Stato fiscale appiccicato al proprio tetto di indebitamento che, non potendo più distribuire, promette di distribuire. La generosità ridotta a effetto scenico.
L'elettorato americano ha la memoria corta e il portafoglio vuoto, una combinazione che i venditori di illusioni conoscono a menadito.
Assisteremo al più grande successo di venditori di aspirapolveri della storia ? Lo scopriremo a novembre.
Nel frattempo, gli assegni restano dove rendono di più: nei discorsi.