
Lorenzo Maria Pacini
La fiducia pubblica, diversamente da un abito, non si può semplicemente confezionare su misura. Quella bisogna guadagnarsela. Forse è proprio questo il dettaglio che la politica dimentica più spesso: il cittadino non pretende necessariamente che tutti gli incarichi siano assegnati a sconosciuti, né che le istituzioni siano impermeabili alle relazioni personali. Pretende però di capire perché una determinata persona sia stata scelta
C'è qualcosa di involontariamente teatrale nella politica italiana quando decide di occuparsi di cultura: mentre fuori dal palazzo si discute di bilanci, salari, precarietà, affitti e di una popolazione sempre più abituata a fare i conti con il costo quotidiano dell'esistenza, dentro il palazzo si continua a coltivare quella raffinata arte tutta italiana delle relazioni, delle frequentazioni e delle nomine che sembrano cucite su misura come un abito sartoriale. L'ultima scena di questo teatro arriva dal Ministero della Cultura, dove il ministro Alessandro Giuli ha nominato Domenico Vacca proprio consigliere per il cinema e gli audiovisivi. Una scelta che, presa isolatamente, potrebbe essere spiegata con il curriculum internazionale dello stilista; osservata insieme ai rapporti personali già esistenti fra i due, però, assume inevitabilmente un significato politico e simbolico molto più interessante.
Domenico Vacca non è un perfetto sconosciuto catapultato per caso nel mondo dello spettacolo. È uno stilista di origini pugliesi, attivo da decenni, con una carriera fortemente legata agli Stati Uniti e a Hollywood, dove ha vestito numerosi attori e ha lavorato, direttamente o indirettamente, nell'universo di produzioni cinematografiche e televisive. ANSA ricorda, fra gli altri, i suoi lavori legati ad American Gangster e a serie come Damages, Empire, The Kominsky Method e The Godfather of Harlem. La sua esperienza, dunque, non è inventata per giustificare la nomina: esiste, ed è certamente pertinente almeno sotto alcuni profili.
Il problema nasce altrove.
Nasce dal fatto che Vacca non è soltanto un professionista del settore scelto da un ministro per le proprie competenze. È anche una persona legata a Giuli da una lunga amicizia e, elemento particolarmente significativo, è lo stilista che veste lo stesso ministro. La circostanza è stata documentata anche attraverso i social dello stilista, che ha pubblicato immagini di Giuli con abiti firmati da lui. La Repubblica ha ricostruito, per esempio, la presenza di Giuli in abiti Vacca in occasione di appuntamenti pubblici e istituzionali.
Ed è qui che la questione smette di essere semplicemente una questione di cinema e comincia a diventare una questione di potere.
Perché il problema delle nomine pubbliche non è soltanto stabilire se la persona prescelta sia competente. È anche interrogarsi sulla modalità attraverso cui quella competenza arriva fino alla stanza dei bottoni. Un incarico pubblico, soprattutto quando riguarda un ministero, non dovrebbe limitarsi a essere formalmente legittimo: dovrebbe essere percepito come trasparente, verificabile e difficilmente confondibile con una relazione personale.
Il Ministero, naturalmente, può rispondere che non c'è alcun problema: l'incarico è gratuito e quindi non comporta costi per lo Stato. Ed è un fatto importante, che va riconosciuto. Vacca stesso ha sottolineato la gratuità della collaborazione e il decreto di nomina, secondo quanto riferito dalle fonti, non prevede compensi.
Ma il fatto che una consulenza sia gratuita non significa automaticamente che ogni questione di opportunità scompaia. Anzi, forse è proprio qui che si trova il punto più interessante della vicenda. Perché nella Repubblica dei rapporti personali il favore non deve necessariamente essere accompagnato da una fattura. Il potere non è fatto soltanto di denaro. È fatto anche di accesso, visibilità, prossimità, prestigio, relazioni e riconoscimento istituzionale. Un incarico gratuito può essere perfettamente disinteressato; allo stesso tempo, la sua gratuità non può essere utilizzata come risposta definitiva a qualsiasi interrogativo sull'opportunità della scelta.
Il cittadino comune, del resto, conosce molto bene una regola diversa. Quando cerca lavoro, consulenze, incarichi o persino un semplice colloquio, gli viene chiesto di dimostrare competenze, titoli, esperienza, curriculum, risultati. Gli viene spesso raccontato che il merito è la strada maestra, che le istituzioni devono premiare le capacità e che le relazioni personali non devono sostituire la professionalità.
Poi, arrivati ai piani alti della Repubblica, il quadro sembra talvolta assumere una grammatica diversa: non necessariamente quella del favoritismo - sarebbe una conclusione che i fatti disponibili non consentono di stabilire - ma certamente quella di una politica nella quale le relazioni personali acquistano una visibilità difficilmente ignorabile, ed è proprio questa percezione a essere politicamente corrosiva.
Perché il cittadino che vede un ministro scegliere come proprio consigliere una persona che conosce da anni e dalla quale acquista gli abiti può legittimamente chiedersi se, nel grande mercato delle competenze italiane, non esistesse qualcun altro con esperienza specificamente maturata nella produzione cinematografica, nella gestione di istituzioni audiovisive, nella politica industriale del cinema o nella promozione internazionale del settore. La stessa Repubblica osserva che Vacca ha lavorato nel cinema soprattutto attraverso il costume e l'immagine degli interpreti, senza aver ricoperto ruoli di produzione, regia o management cinematografico.
Non è una condanna del suo curriculum. È una domanda sulla corrispondenza fra curriculum e incarico e la domanda diventa ancora più interessante perché l'Italia possiede una gigantesca industria culturale che avrebbe bisogno di competenze altrettanto gigantesche: produzione, distribuzione, piattaforme digitali, internazionalizzazione, attrazione degli investimenti, tutela del patrimonio audiovisivo, rapporti con Hollywood, nuove tecnologie, intelligenza artificiale, formazione professionale. In questo contesto, la nomina di uno stilista con una significativa esperienza nel mondo dello spettacolo può essere perfettamente difendibile; ciò che rimane discutibile, sul piano dell'opportunità politica, è il peso che assume la relazione personale quando quella stessa persona diventa consigliere del ministro che veste.
Ed eccoci dunque al paradosso.
La politica italiana ama presentarsi come popolare, concreta, vicina alla gente, mentre continua a utilizzare rituali che ricordano molto da vicino quelli di una piccola corte. Non necessariamente una corte fatta di nobili con il titolo ereditario, naturalmente. Una corte contemporanea, più democratica nell'estetica e forse persino più elegante: stilisti, imprenditori, giornalisti, intellettuali, professionisti, amici di lunga data, frequentatori degli stessi ambienti. Non servono più il blasone e la carrozza. Basta una fotografia su Instagram, una cena, un abito sartoriale, una frequentazione consolidata e, qualche tempo dopo, una nomina.
È la nuova aristocrazia relazionale: non eredita necessariamente il titolo, eredita l'accesso (anche se nel caso del Ministro Giuli, la nobiltà è un dato genealogico reale). Il problema politico non è che esistano relazioni personali. Sarebbe assurdo pretendere che un ministro viva in isolamento e selezioni collaboratori fra sconosciuti incontrati per strada. Il problema nasce quando la Repubblica non riesce più a distinguere chiaramente tra rapporto personale e interesse pubblico, lasciando che sia il cittadino a dover ricostruire la differenza.
In questo senso, la vicenda Vacca-Giuli è quasi una metafora perfetta dell'Italia contemporanea. Da una parte c'è il Paese reale, quello che viene continuamente invitato alla sobrietà, alla pazienza, alla produttività, alla responsabilità individuale; dall'altra c'è il Paese delle stanze ministeriali, nel quale il potere continua ad avere un'inconfondibile dimensione mondana e relazionale.
Vien dunque spontaneo domandarsi quale sia davvero l'abito della Repubblica. Quello che indossa il cittadino quando entra in un ufficio pubblico, compilando moduli e dimostrando titoli, oppure quello sartoriale con cui il potere entra nei salotti dove le persone si conoscono già?
La battuta che circola al Collegio Romano - secondo quanto riferito dalla Repubblica - gioca proprio sulla natura del luogo e sulla metafora della "tessitura". È una battuta, certo. Ma è anche una fotografia involontariamente efficace del problema: quando le istituzioni cominciano a sembrare luoghi nei quali si tessono relazioni prima ancora che politiche pubbliche, il confine tra autorevolezza istituzionale e aristocrazia delle conoscenze diventa terribilmente sottile. Non è necessario accusare nessuno di illecito per porre questa domanda. Non è nemmeno necessario negare il valore professionale di Domenico Vacca. E sarebbe scorretto trasformare una nomina gratuita in una prova di uno scambio di favori che le informazioni disponibili non dimostrano. È sufficiente osservare il simbolo. Un ministro della Cultura nomina proprio consigliere una persona che conosce da anni e che, nello stesso tempo, è il suo stilista. Il consigliere mette a disposizione gratuitamente la propria esperienza internazionale. Formalmente tutto può essere perfettamente regolare. Ma la politica, soprattutto quando pretende di rappresentare il merito e la trasparenza, vive anche di percezioni, di opportunità e di fiducia.
La fiducia pubblica, diversamente da un abito, non si può semplicemente confezionare su misura. Quella bisogna guadagnarsela. Forse è proprio questo il dettaglio che la politica dimentica più spesso: il cittadino non pretende necessariamente che tutti gli incarichi siano assegnati a sconosciuti, né che le istituzioni siano impermeabili alle relazioni personali. Pretende però di capire perché una determinata persona sia stata scelta, quali competenze specifiche abbiano determinato la scelta e quali garanzie impediscano che la vicinanza al potere diventi una scorciatoia verso il potere.
Perché in una Repubblica democratica il problema non è soltanto chi riceve un incarico, ma anche il modo in cui il cittadino arriva a credere che avrebbe potuto riceverlo anche lui, se avesse avuto lo stesso curriculum. Se questa convinzione viene meno, non sarà certo un incarico gratuito a ricucire lo strappo.