
Lorenzo Maria Pacini
Dal mito di Europa alla doppia identità del Rimland, dal Mediterraneo come "cuore del mare" alla tradizione messa a tacere di de Gaulle e Dugin, il continente deve ricordare che è nato da un incontro.
I Greci raccontavano di una giovane donna di nome Europa, figlia di un re di Tiro, sulla costa dell'attuale Libano. Una mattina, mentre giocava in riva al mare, dalle onde emerse un toro bianco. Lei gli salì in groppa e il toro la portò attraverso le acque fino a Creta. Da lei, dicevano i poeti, prese nome un intero continente. 1
Il mito dice più di quanto sembri. Il nome dell'Europa viene dall'Asia e ha attraversato il Mediterraneo sulla groppa di un dio. Il nostro continente porta il nome di una straniera, di una viaggiatrice, di una ragazza dell'altra sponda. L'Europa è nata da un incontro: prima di essere un territorio, è stata una traversata.
Gli europei hanno dimenticato questa storia. Da ottant'anni si sentono ripetere che l'Europa è un insieme di istituzioni, un mercato comune, un perimetro di sicurezza amministrato dall'altra parte dell'oceano; che l'Europa è semplicemente "l'Occidente". Molti hanno finito per crederci.
La tesi di queste pagine è un'altra. L'Europa è una civiltà, o più esattamente molte civiltà sotto uno stesso tetto. E nel mondo multipolare che sta nascendo questa casa non è né una provincia né una periferia. Sta al centro della mappa, e il nuovo ordine non sarà compiuto senza di essa.
I. L'ora che viviamo
Qualcosa è finito. L'ordine unipolare sorto dopo il 1991, quello che Francis Fukuyama si affrettò a chiamare "fine della storia", 2 si sta disfacendo sotto gli occhi di tutti. La storia non era finita. Aspettava.
Nuovi centri di gravità sono comparsi in Eurasia, in Asia, in Africa e in America Latina. Capitali di cui per secoli hanno parlato altri ora parlano per sé. Perfino a Washington il tono è cambiato: la National Security Strategy americana del 2025 ragiona apertamente di interessi, oneri e transazioni, e tratta i vecchi impegni multilaterali come costi da rinegoziare. 3 Il patrono presenta il conto.
Per l'Europa, dunque, la domanda non è più se il mondo multipolare arriverà. È già qui. La domanda vera è se l'Europa vi entrerà come soggetto o come oggetto: se scriverà la storia o sarà il luogo in cui altri scrivono la propria.
Nella Teoria del mondo multipolare Aleksandr Dugin osserva che la maggior parte di chi parla di multipolarità non ne possiede alcuna teoria. 4 Si immagina un "nucleo" del mondo, gli Stati Uniti, l'Europa e il blocco occidentale, circondato da competitori in ascesa. In quel quadro l'Europa siede al tavolo del vecchio centro, quello in declino.
Quel posto va rifiutato. L'Europa non è mai stata davvero la padrona del mondo unipolare; ne è stata il primo protettorato. Nel suo manuale di geopolitica Dugin scrive che dopo il 1945 l'Europa occidentale era sotto controllo americano nella stessa misura in cui l'Europa orientale era sotto controllo sovietico. 5 Cambiavano i metodi di governo, non il grado di dipendenza. Molti europei, da entrambi i lati della Cortina di ferro, vissero quella divisione come una tragedia, e alcuni tentarono di spezzarla. Quando nel 1966 la Francia del generale de Gaulle lasciò il comando militare integrato della NATO non compì un atto ostile verso nessuno. Compì un atto di memoria: l'Europa ricordava di avere una volontà propria.
II. Che cos'è l'Europa
Se lo si chiede a Bruxelles, la risposta riguarderà competenze, direttive e procedure. Se lo si chiede a un geografo, arriveranno delle coordinate: una penisola delimitata dall'Atlantico, dal Mediterraneo e dagli Urali. La prima risposta è una burocrazia, la seconda una carta senza legenda. Nessuna delle due spiega perché un pastore siciliano, un falegname bavarese e un monaco del Monte Athos appartengano, in un senso profondo, alla stessa storia.
Gli eurasiatisti russi, e Pëtr Savickij più di ogni altro, amavano dire che l'Europa non è che il "promontorio occidentale" dell'Eurasia. 6 Molti analisti occidentali dicono la stessa cosa con meno affetto: un piccolo capo attaccato all'Asia.
L'immagine si può accettare. Ma sui promontori gli uomini hanno sempre costruito fari. A Capo Sunio gli Ateniesi innalzarono il tempio di Poseidone, bianco sopra il mare, perché i naviganti sapessero dove cominciava la Grecia. All'estremità della Galizia i Romani chiamarono un capo Finis Terrae, la fine della terra. Il promontorio è il punto in cui un continente guarda fuori, dove la terra parla al mare e al mondo che sta oltre. La piccolezza dell'Europa sulla carta è sempre stata la condizione della sua portata.
Dentro questo promontorio non si trova una civiltà sola. Si trovano almeno quattro grandi assi, in tensione permanente e feconda.
C'è l'asse mediterraneo: Atene e Roma, il diritto e la filosofia, Bisanzio e la cristianità latina, l'umanesimo rinascimentale nato dall'incontro tra la teologia cristiana e la scienza conservata e sviluppata nel mondo islamico.
C'è l'asse continentale: il mondo franco e germanico, il Sacro Romano Impero, l'università medievale, la lunga linea di pensiero che va da Kant e Hegel fino a Heidegger, il vecchio sogno di una Mitteleuropa tra l'Atlantico e la steppa.
C'è l'asse orientale: i popoli slavi, il cristianesimo ortodosso, l'eredità di Bisanzio trasmessa attraverso Kiev e Mosca, un'Europa pienamente europea e tuttavia diversa dalla modernità occidentale.
E c'è l'asse settentrionale, i mondi norreno e baltico, con le loro assemblee, il loro senso del diritto comunitario, la loro vicinanza alla bellezza aspra della natura.
Dugin, sulla scia di Heidegger, parla del Dasein dei popoli, il modo particolare in cui ciascun popolo esiste nel mondo, e del Logos di ogni popolo, ciò che gli dà vita "non semplicemente sul piano biologico, ma su quello etnosociologico e metafisico". 7 L'Europa non ha un Logos solo: ne ha molti. È sempre stata, in se stessa, un mondo multipolare in miniatura.
È la prima tesi di questo saggio. La pluralità che oggi l'intero pianeta reclama, l'Europa la porta già nel proprio corpo. Non ha bisogno di importare la multipolarità. Deve ricordarla.
III. Terra e mare
Per capire perché l'Europa stia al centro bisogna risalire all'opposizione più antica della geopolitica. Halford Mackinder la vide, Carl Schmitt la meditò, Dugin l'ha sistematizzata: l'opposizione tra la civiltà del Mare e la civiltà della Terra, tra talassocrazia e tellurocrazia. 8
La civiltà del Mare è mobile, mercantile, individualista, e misura il mondo in rotte, porti e prezzi. La civiltà della Terra è radicata, comunitaria, gerarchica, e lo misura in doveri, generazioni e sacro. Non si tratta soltanto di categorie militari. Plasmano il diritto, la religione, la filosofia, perfino il modo in cui una famiglia siede a tavola la domenica.
Mackinder collocava l'origine di questa opposizione nel Mediterraneo, nelle guerre tra Roma e Cartagine. 9 Dugin ricorda che in quel momento l'umanità occidentale si trovò a un bivio: fondare una civiltà sulla via del mare, quella di Cartagine, o sulla via della terra, quella di Roma. Chesterton notò che Cartagine significava letteralmente "la Città Nuova". Era una colonia fondata dai mercanti di Tiro e di Sidone, e lo scrittore inglese la accostava, non innocentemente, a New York e alla Nuova Zelanda. Cartagine cadde, scrisse, perché rimase fedele alla propria filosofia fino all'ultimo, e il suo dio finì per divorarne i figli. 10
Nella lettura mackinderiana le guerre puniche non finiscono mai davvero: ritornano in ogni epoca sotto nomi nuovi. 11
Dove si colloca l'Europa in questa guerra perenne ? Qui Dugin offre una chiave che considero decisiva. L'Europa appartiene a quello che i geopolitici chiamano Rimland, la grande fascia costiera dell'Eurasia, 12 e il Rimland ha una doppia identità: può servire il Mare o servire la Terra. Per questo, scrive Dugin, la storia europea non è il libero gioco di Stati sovrani che si urtano come atomi, ma "un campo unico fatto di onde, generate da due centri geopolitici opposti; un campo attraversato dai fili d'oro del destino geopolitico". 13
Venezia e Genova hanno solcato tutti i mari; le pianure di Polonia e di Boemia e le foreste di Germania hanno radicato i nostri popoli nel suolo. L'Europa ha nel sangue la nave e l'aratro. Proprio per questo chiunque abbia voluto dominare il mondo ha dovuto prima impadronirsi dell'Europa.
In un saggio sul Mediterraneo ho scritto che Roma è, in un certo senso, occupata dagli emissari di Cartagine. 14 Cartagine si è spostata. Non siede più sulla sponda africana: siede oltre l'Atlantico e governa dall'esterno il nostro mare interno. Non lo dico per odio verso qualcuno. Lo dico perché un popolo che non sa chi governa il suo mare non può governare il proprio futuro.
IV. Perché l'Europa sta al centro
Resta da mostrare perché l'Europa non sia un polo fra gli altri, di cui il mondo multipolare potrebbe anche fare a meno, ma un protagonista indispensabile. Le ragioni sono quattro.
La prima è geografica, e i geopolitici del Mare l'hanno capita prima di chiunque altro. La celebre formula di Mackinder recita: "Chi governa l'Europa orientale comanda l'Heartland; chi governa l'Heartland comanda l'Isola-Mondo; chi governa l'Isola-Mondo comanda il mondo". L'intera piramide del potere mondiale poggia su una base europea. Nicholas Spykman, lo stratega che preparò il terreno intellettuale della NATO, insisteva, come nota Dugin, sul peso del fattore intellettuale nel legare l'Europa occidentale al Nord America. 15 Avevano compreso che l'Europa si tiene prima nelle menti e solo dopo sul terreno, e per questo non l'hanno mai lasciata andare. Un mondo multipolare in cui l'Europa restasse prigioniera conserverebbe il vecchio ordine unipolare conficcato nel cuore, proprio sul cardine tra l'Atlantico e l'Eurasia.
La seconda ragione è storica. L'Europa ha dato al mondo la grammatica dell'ordine internazionale moderno. Il sistema westfaliano, nato nel 1648 alla fine della Guerra dei Trent'anni, riguardava in origine le sole potenze europee; le colonie, ricorda Dugin, erano trattate come semplici appendici. Dall'Europa sono venuti lo Stato sovrano, l'equilibrio di potenza e anche la pretesa di una civiltà di essere universale. Schmitt lo chiamò Jus Publicum Europaeum, il diritto pubblico europeo che per tre secoli diede alla terra intera il suo Nomos, il suo ordinamento fondamentale. 16
Chi ha scritto la grammatica può riscriverla. La critica dell'universalismo occidentale non può arrestarsi ai confini dell'Europa, perché è in Europa che quell'universalismo è nato. Se l'Europa non supera per prima l'idea che i propri valori siano la misura dell'umanità intera, la vecchia pretesa sopravviverà nel suo luogo d'origine, e ogni altra civiltà dovrà continuare a difendersene. Solo un'Europa che abbia riscoperto la propria pluralità può dire al mondo, con autorità: abbiamo sbagliato a credere che esistesse una sola strada, e siamo i primi ad abbandonare quell'errore.
Schmitt stesso ne trasse la conseguenza e indicò ai popoli d'Europa e d'Eurasia quello che chiamava l'imperativo dei grandi spazi: il diritto dei popoli a organizzare spazi ampi e propri contro l'universalismo e l'imperialismo, da qualunque parte provengano. 17 Dugin osserva che anche l'Unione Europea è, in fondo, un grande spazio dallo statuto ancora incerto. L'Unione è una bozza. La questione è chi tiene la penna.
La terza ragione è quella da cui siamo partiti: l'Europa è già un mondo multipolare in miniatura. Per secoli cattolici e ortodossi, latini e slavi, germanici e mediterranei hanno imparato, spesso con dolore, a vivere accanto senza diventare gli uni gli altri. L'Europa sa dall'interno quanto costa e quanto rende la convivenza con la differenza. Nessun'altra civiltà ha dovuto apprendere questa lezione tante volte, attraverso tante guerre e tante riconciliazioni. È precisamente l'esperienza di cui un mondo multipolare ha bisogno.
La quarta ragione è la posizione tra i poli. L'Europa tocca l'Atlantico e l'Heartland eurasiatico; attraverso il Mediterraneo tocca l'Africa e il Medio Oriente; attraverso l'Artico, che si apre sotto un cielo più caldo, toccherà le rotte settentrionali verso l'Asia. Nella visione sviluppata da Dugin, Europa e Russia-Eurasia restano due poli distinti, due soggetti legati da un destino comune dentro il grande spazio continentale, contigui per geografia e cultura ma indipendenti. Il geopolitico austriaco Jordis von Lohausen, che Dugin ha studiato a fondo, si spingeva oltre: riteneva impensabile il futuro dell'Europa senza la Russia, e una Russia senza l'Europa geopoliticamente incompiuta. 18
So quanto pesino queste parole in anni di guerra e di diffidenza, e non pretendo che le ferite del nostro continente siano piccole. Ma proprio perché i governi hanno smesso di ascoltarsi, i popoli non devono smettere di parlarsi.
V. La tradizione rimossa
Nulla di tutto questo è un'invenzione. Si tratta di recuperare una linea di pensiero che l'Europa ufficiale ha preferito dimenticare.
Dopo la Seconda guerra mondiale, ricorda Dugin, il pensiero geopolitico europeo si divise in correnti. Da una parte l'euroatlantismo puro, che accettava il primato americano come ordine naturale delle cose. Dall'altra quello che egli chiama eurocontinentalismo: la convinzione che l'Europa dovesse reggersi da sé, con la propria cultura, i propri interessi economici ed energetici, un proprio sistema di sicurezza. Charles de Gaulle parlava di un'Europa dall'Atlantico agli Urali. Alain de Benoist condensò il sentire di un'intera generazione nella formula "né Occidente né Oriente, ma Europa", per aggiungere più tardi che era preferibile stare con l'Oriente piuttosto che con l'Occidente. 19
Si può concordare o dissentire da ciascuno di questi autori su molti punti; una tradizione viva è fatta di dispute. Presi insieme, però, dicono con chiarezza una cosa. L'Europa di Bruxelles e della NATO non è l'unica Europa che sia mai stata immaginata. Ne è sempre esistita un'altra, continentale, sovrana, radicata nella propria storia e aperta ai vicini. Non è mai scomparsa. È stata ridotta al silenzio.
VI. Il Mare-Cuore
Torniamo al mare che ha dato il nome all'Europa.
Nei documenti della NATO il Mediterraneo è il "fianco sud". Un fianco è qualcosa che si sorveglia, il margine del corpo e non il suo cuore. Per tremila anni, invece, il Mediterraneo è stato il cuore del Vecchio Mondo, lo spazio in cui Egizi e Fenici, Greci e Romani, Arabi, Normanni, Veneziani e Ottomani si sono incontrati, hanno commerciato, si sono combattuti e hanno imparato gli uni dagli altri.
L'ho definito Mare-Cuore, e ho proposto l'idea di un Mediterraneo allargato che si estende dall'Europa continentale al Medio Oriente, all'Africa settentrionale e subsahariana, e oltre, verso l'Estremo Oriente. 20 Su questo mare ritengo possibile una Pax Mediterranea: un'armonia tra le civiltà che da sempre ne abitano le sponde, una pace tra il Nord Africa e la Mezzaluna mediorientale, tra l'Europa meridionale e i popoli dei Balcani. Una pace aperta sull'Oceano Atlantico che non si lasci governare dalla sua potenza.
Nell'edizione italiana della Teoria del mondo multipolare Giuseppe Marro scrive che l'Italia, per la sua naturale proiezione nel Mediterraneo, è un ponte tra l'Europa occidentale, l'Asia e l'Africa. 21 È così. L'Italia è, o dovrebbe essere, la titolare naturale di una vocazione strategica nel bacino mediterraneo. Non per dominare, cosa che la nostra storia ha già pagato, ma per mediare. Una penisola protesa in mezzo al mare è una mano tesa.
VII. La diplomazia dei Logoi
Che cos'è la diplomazia dei popoli ? È ciò che accade quando i popoli si incontrano senza attendere il permesso delle loro burocrazie. Una diplomazia dal basso, ma anche dal profondo: dalla lingua, dalla memoria, dalla fede, dal modo in cui un popolo intende la vita e la morte.
Nel pensiero di Dugin, come hanno sottolineato i suoi interpreti italiani, il dialogo tra le civiltà è la grande sfida del nostro tempo. Per affrontarla occorre un'élite di tipo nuovo, uomini e donne formati all'antropologia culturale e allo studio delle società arcaiche e tradizionali, capaci di comprendere i codici di civiltà diverse dalla propria e di muoversi entro una mappa comune di significati. In questa visione la diplomazia dovrebbe occuparsi della circolazione delle idee ancor più che della politica o dei commerci. Marro riassume l'idea in una formula felice: la diplomazia dovrebbe diventare "una professione sacra". 22
Quanto ne siamo lontani. Oggi la diplomazia è troppo spesso gestione delle sanzioni, redazione di ultimatum, aritmetica degli armamenti. Eppure l'ambasciatore era un tempo colui che portava la parola di un popolo a un altro, e il suo corpo era inviolabile perché la parola era sacra.
La diplomazia dei popoli, come la intendo, è una diplomazia dei Logoi. Non chiede all'altro di diventare come noi; gli chiede di essere pienamente se stesso, perché possa avere luogo un dialogo reale. Nella Noomachia Dugin descrive il futuro che auspica con parole che potrebbero valere come programma: "molte civiltà, molti poli, molti centri, molti sistemi di valori sullo stesso pianeta e all'interno della stessa umanità. Molti mondi". 23
Molti mondi. Non un mondo amministrato da una sola capitale, che parla una sola lingua autorizzata e crede in una sola verità autorizzata, ma molti mondi, e tra questi un mondo europeo che abbia ritrovato la propria voce.
VIII. Pensare, ricordare, incontrarsi
Prima di costruire nuove istituzioni e di firmare nuove alleanze deve esistere una nuova coscienza. Ciò che un popolo non riesce a immaginare, non riesce nemmeno a farlo. Il primo compito è dunque intellettuale: rendere pensabile un'Europa multipolare, e quindi possibile.
Questo compito ha tre dimensioni. La prima è pensare, cioè costruire una teoria europea della multipolarità che attinga all'intera profondità del pensiero geopolitico del continente, da Ratzel e dalla scuola continentale fino a Schmitt e alla geopolitica delle civiltà di Dugin, restando critica, aperta a ogni tradizione e consapevole dei limiti di ciascuna scuola.
La seconda è ricordare. Occorre recuperare le tradizioni che il consenso atlantico ha spinto ai margini: i pensatori continentali e mediterranei, i filosofi che hanno resistito all'universalismo liberale, le voci dell'Europa orientale ridotte due volte al silenzio, prima dal dominio sovietico e poi dall'egemonia liberale che gli è succeduta.
La terza è incontrarsi. Servono luoghi in cui istituzioni, studiosi, artisti e rappresentanti delle civiltà possano parlarsi da pari: europei con russi e cinesi, con africani e latinoamericani, con i popoli del mondo islamico, con l'India e con il Sud globale. Non il cortese "dialogo" multiculturale in cui tutti concordano in anticipo di non dire nulla, ma un incontro reale tra Logoi diversi, da cui ciascuno esce trasformato.
In questo lavoro il Mediterraneo occupa un posto particolare. Il nostro mare interno deve tornare a essere visto come crocevia di civiltà e non come zona di gestione esterna, e la Pax Mediterranea è un orizzonte d'azione concreto: il laboratorio regionale del mondo multipolare.
Un simile progetto non ha la forma di un partito né quella di una lobby. Ha la forma del mito, quella di una traversata: il viaggio di Europa sul mare ripetuto nel nostro tempo, l'Europa che esce incontro all'altra sponda e l'altra sponda che le viene incontro.
È un lavoro che si misura in decenni, non in anni, e che si compie per una generazione che non si governerà. Non è una ragione per scoraggiarsi. Le cattedrali d'Europa furono costruite da uomini che sapevano che non le avrebbero mai viste finite. Le costruirono comunque, perché sapevano per che cosa stavano costruendo.
IX. La traversata
Quando il toro bianco la portò attraverso il mare, Europa non sapeva dove stesse andando. Non sapeva che il suo nome sarebbe stato dato un giorno a un continente, ai suoi imperi e alle sue cattedrali, ai suoi crimini e ai suoi santi, ai suoi filosofi e ai suoi poeti.
Oggi l'Europa sta di nuovo sul bordo dell'acqua. Alle sue spalle c'è il vecchio mondo che ha costruito e poi perduto, quello in cui una sola civiltà credeva di poter parlare a nome dell'umanità intera. Quel mondo è finito, e non c'è ragione di rimpiangerlo. Davanti a lei c'è un mare pieno di altre sponde, di altri popoli, di altri modi di essere umani.
L'Europa può restare sulla spiaggia, con lo sguardo fisso sull'Atlantico, in attesa di istruzioni. Oppure può riprendere la traversata. Non da conquistatrice, questa volta, né da missionaria di un modello universale, ma come ciò che era all'inizio: una viaggiatrice, un'ospite nei due sensi che la nostra lingua dà alla parola, una civiltà nata da un incontro.
Se compirà questa traversata, il mondo multipolare avrà il suo centro mancante: la civiltà che sa meglio di ogni altra che cosa significhi vivere con la differenza, perché lo fa, con il sangue e con il genio, da tremila anni.
L'Europa non è il passato del mondo. È uno dei suoi futuri, e spetta ai popoli decidere quale.
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1 Ovidio, Metamorfosi, II, 833-875; cfr. anche Mosco, Europa.
2 F. Fukuyama, "The End of History?", The National Interest, 16 (1989), pp. 3-18; poi Id., La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992.
3 The White House, National Security Strategy of the United States of America, Washington D.C., dicembre 2025.
4 A. Dugin, Teorija mnogopoljarnogo mira, Evrazijskoe dviženie, Moskva 2012; ed. ingl. The Theory of a Multipolar World, Arktos, London 2020; ed. it. Teoria del mondo multipolare, a cura di G. Marro, AGA, Milano 2019. Per i titoli russi si adotta la traslitterazione scientifica; i nomi degli autori seguono la forma invalsa in italiano.
5 A. Dugin, Osnovy geopolitiki. Geopolitičeskoe buduščee Rossii, Arktogeja, Moskva 1997.
6 L'immagine ricorre negli scritti raccolti in P.N. Savickij, Kontinent Evrazija, Agraf, Moskva 1997.
7 Ibid.
8 C. Schmitt, Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Reclam, Leipzig 1942; trad. it. Terra e mare, Adelphi, Milano 2002. Per la sistematizzazione duginiana: Dugin, Osnovy geopolitiki, cit.
9 H.J. Mackinder, Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction, Constable, London 1919.
10 G.K. Chesterton, The Everlasting Man, Hodder & Stoughton, London 1925, parte I, cap. VII ("The War of the Gods and Demons"); trad. it. L'uomo eterno.
11 La lettura è riportata da Dugin, Osnovy geopolitiki, cit.; il passo mackinderiano corrispondente resta.
12 N.J. Spykman, The Geography of the Peace, Harcourt, Brace and Company, New York 1944.
13 Dugin, Osnovy geopolitiki, cit.
14 Cfr. L.M. Pacini, Mediterraneo multipolare.
15 Mackinder, Democratic Ideals and Reality, cit.. Su Spykman: N.J. Spykman, America's Strategy in World Politics. The United States and the Balance of Power, Harcourt, Brace and Company, New York 1942; e Dugin, Osnovy geopolitiki, cit.
16 C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Greven, Köln 1950; trad. it. Il nomos della terra nel diritto internazionale dello "jus publicum europaeum", Adelphi, Milano 1991.
17 C. Schmitt, Völkerrechtliche Großraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte, Deutscher Rechtsverlag, Berlin 1939. L'espressione "imperativo dei grandi spazi" e l'appello ai popoli d'Europa e d'Eurasia sono riferiti secondo la lettura di Dugin.
18 J. von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Vowinckel, Berg am See 1979.
19 Per la seconda affermazione: A. de Benoist, Europe, Tiers monde, même combat, Robert Laffont, Paris 1986. Prima occorrenza della formula "né Occidente né Oriente, ma Europa".
20 Pacini, Mediterraneo multipolare, cit.
21 G. Marro, in Dugin, Teoria del mondo multipolare, ed. it. cit.
22 Ibidem.
23 A. Dugin, Noomachija. Vojny uma, Akademičeskij proekt, Moskva 2014