
Lorenzo Maria Pacini
L'approvazione definitiva della nuova legge elettorale, prontamente ribattezzata Melonellum, ha offerto al centrosinistra l'occasione per mettere in scena questo straordinario esercizio di equilibrismo: una mano alzata in difesa della democrazia, l'altra impegnata a sistemare le liste per il 2027.
C'è un momento, nella vita politica italiana, in cui le grandi questioni della democrazia finiscono curiosamente per assomigliare alle piccole questioni della sopravvivenza parlamentare. È il momento in cui i partiti cominciano a parlare di rappresentanza, pluralismo, partecipazione e diritti costituzionali, mentre, sotto il tavolo, qualcuno conta i seggi, qualcun altro le firme e quasi tutti cercano di capire come assicurarsi un posto nella prossima legislatura. L'approvazione definitiva della nuova legge elettorale, prontamente ribattezzata Melonellum, ha offerto al centrosinistra l'occasione per mettere in scena questo straordinario esercizio di equilibrismo: una mano alzata in difesa della democrazia, l'altra impegnata a sistemare le liste per il 2027.
La prima reazione è stata quella di annunciare la prosecuzione della battaglia davanti alla Corte costituzionale. Il campo largo, sconfitto sul terreno parlamentare, intende trasferire il confronto su quello giurisdizionale, affidandosi a un arsenale di contestazioni che comprenderebbe la parità di genere, le sottoscrizioni necessarie per presentare le liste e il premio previsto per il Senato. La staffetta tra parlamentari e società civile, annunciata sul modello della mobilitazione contro la riforma della giustizia, dovrebbe garantire continuità alla protesta. Del resto, quando i numeri in Parlamento non sono sufficienti, resta sempre la possibilità di cercare una maggioranza altrove: nelle piazze, nei tribunali o, più precisamente, nelle pieghe della Costituzione.
Naturalmente, il ricorso alla Consulta è uno strumento pienamente legittimo in uno Stato di diritto. Una legge elettorale deve rispettare i principi costituzionali, e nessuna maggioranza parlamentare può considerarsi immune dal controllo dei giudici. Il problema, semmai, è la facilità con cui il confronto politico italiano scivola dalla discussione sulle regole alla speranza che siano le istituzioni di garanzia a risolvere ciò che i partiti non riescono a risolvere attraverso il consenso parlamentare. La Corte costituzionale non è un secondo Parlamento, né una commissione elettorale incaricata di correggere le strategie dei partiti. È chiamata a giudicare la legittimità delle norme, non a restituire ossigeno a chi non ha trovato i voti necessari per contrastarle.
Eppure, proprio mentre si denuncia la presunta natura antidemocratica della riforma, il centrosinistra si è immediatamente dedicato a una questione assai concreta: come consentire alle forze minori di partecipare alle prossime elezioni senza dover affrontare integralmente gli oneri previsti per la raccolta delle sottoscrizioni. Qui la difesa dei principi incontra la ragion pratica, e la retorica costituzionale comincia a fare i conti con la matematica elettorale.
Il caso più emblematico è quello del Movimento 5 Stelle, che ha promosso il passaggio del senatore Luigi Nave alla componente di Alleanza Verdi e Sinistra nel gruppo misto di Palazzo Madama. L'operazione, secondo la ricostruzione riportata, dovrebbe favorire la nascita di una nuova componente collegata al Nuovo PSI di Enzo Maraio e al Progetto civico Italia di Alessandro Onorato, permettendo alla futura lista centrista di beneficiare di una soglia di raccolta delle firme più favorevole: 1.500 anziché 6.000 per circoscrizione.
La spiegazione ufficiale è edificante: Nave rimarrebbe del Movimento 5 Stelle, pur cambiando collocazione parlamentare, e il suo sarebbe un gesto al servizio della democrazia e della partecipazione. Non una manovra di palazzo, assicurano, ma un'azione contro una legge definita liberticida e antidemocratica. È una distinzione che merita di essere accolta con attenzione, perché la politica italiana ci ha abituati a scoprire che le manovre di palazzo, quando vengono compiute dagli avversari, sono il segno della degenerazione istituzionale, mentre quando servono ai propri alleati diventano improvvisamente raffinati strumenti di ingegneria democratica.
Il punto, tuttavia, non è stabilire in astratto se agevolare le forze minori sia giusto o sbagliato. Un sistema elettorale dovrebbe effettivamente evitare che gli adempimenti burocratici diventino barriere sproporzionate all'accesso alla competizione politica. Il pluralismo non può essere un privilegio riservato a chi dispone di una macchina organizzativa imponente, di risorse economiche abbondanti e di una rete capillare di militanti. Ma se si ritiene che le soglie di sottoscrizione siano eccessive, la soluzione più lineare sarebbe discuterne apertamente e promuovere una modifica generale delle regole. Costruire invece una particolare architettura parlamentare per consentire a una determinata formazione di accedere a condizioni più vantaggiose solleva inevitabilmente una domanda: si sta correggendo un ostacolo alla partecipazione oppure si sta individuando una scorciatoia per un alleato?
La differenza non è secondaria. Nel primo caso si interviene su una regola nell'interesse generale; nel secondo si sfrutta la configurazione del Parlamento per ottenere un vantaggio specifico. Anche quando un'operazione risulta formalmente legittima, resta possibile interrogarsi sulla sua coerenza con la denuncia di una legge che si vorrebbe contestare proprio in nome della trasparenza e dell'uguaglianza politica.
Il Partito Democratico, dal canto suo, si è detto disponibile ad aiutare le formazioni più piccole che intendono contribuire alla costruzione di un'alleanza di centrosinistra. Una dichiarazione comprensibile, se considerata dal punto di vista della costruzione di una coalizione; meno sorprendente se si ricorda che ogni alleanza elettorale è anche un sistema di interessi reciproci. I partiti maggiori hanno bisogno di alleati, quelli minori di condizioni che rendano possibile la loro partecipazione, mentre i gruppi centristi cercano lo spazio necessario per trasformare il proprio peso politico in una presenza parlamentare. Tutti parlano di rafforzare il progetto comune. Nessuno, naturalmente, rinuncia a fare i propri conti.
Il campo largo assomiglia così a un condominio nel quale tutti invocano la ristrutturazione dell'edificio, ma ciascuno pretende di scegliere l'amministratore, decidere la ripartizione delle spese e assicurarsi il posto migliore sul terrazzo. La casa comune è evocata continuamente; la questione di chi debba abitarne il piano attico rimane, invece, irrisolta.
Ed eccoci al secondo atto della commedia: la scelta del candidato alla guida della coalizione. La nuova legge elettorale ha reso ancora più urgente il confronto sulle primarie, ma non ha certo prodotto una soluzione alle rivalità che attraversano l'opposizione. Giuseppe Conte vorrebbe arrivare rapidamente alla consultazione, dopo aver definito un programma unitario. Il Partito Democratico procede con maggiore cautela, anche in vista dell'assemblea del 18 ottobre, appuntamento delicato per Elly Schlein e per gli equilibri interni al partito. Alleanza Verdi e Sinistra, invece, guarda con diffidenza alle primarie e preferirebbe una figura terza capace di sintetizzare le diverse anime della coalizione. Nel frattempo, il nome di Silvia Salis circola nel dibattito, mentre lei stessa invita a non attribuirle dichiarazioni che non ha fatto.
La situazione è quasi didascalica: il centrosinistra vuole presentarsi agli elettori come un'alternativa unitaria, ma non ha ancora stabilito chi debba rappresentarla, con quale programma e attraverso quale meccanismo di selezione. La discussione sulle primarie, che in teoria dovrebbe servire a dare voce agli elettori, rischia così di diventare una trattativa preventiva tra apparati, nella quale il corpo elettorale viene chiamato a ratificare equilibri che i gruppi dirigenti non sono riusciti a definire autonomamente.
Il dilemma Conte-Schlein, in fondo, è soltanto la manifestazione più visibile di una questione più profonda. Che cosa tiene insieme il campo largo, oltre alla comune opposizione al governo ? Quale idea di economia, politica estera, lavoro, welfare, istituzioni e collocazione internazionale potrebbe trasformare una somma di sigle in un progetto riconoscibile ? Senza risposte convincenti, le primarie rischiano di scegliere il volto di una coalizione che non ha ancora deciso quale volto mostrare al Paese.
Ecco perché il monito di Massimo D'Alema, secondo cui l'opposizione dovrebbe evitare divisioni utili a mantenere l'attuale assetto di potere, coglie un problema reale, pur senza risolverlo. L'unità non può essere soltanto un imperativo pronunciato quando incombe il rischio di perdere. Deve essere il risultato di una sintesi politica, non il nome elegante attribuito a un accordo provvisorio tra gruppi che continuano a contendersi leadership, candidature e condizioni di accesso alle liste.
In questo scenario, la battaglia contro il Melonellum rischia di diventare il contenitore simbolico nel quale far confluire tutte le difficoltà del centrosinistra: la contestazione della legge, la protezione dei piccoli alleati, la ricerca di una leadership condivisa e il tentativo di arrivare al 2027 senza che le contraddizioni interne esplodano prima del voto. La riforma elettorale può certamente presentare profili da sottoporre a un serio scrutinio costituzionale. Ma sarebbe riduttivo immaginare che la soluzione delle difficoltà dell'opposizione possa arrivare esclusivamente da una sentenza o da un aggiustamento tecnico delle regole.
La democrazia, dopotutto, non coincide con la possibilità di presentare una lista, così come la partecipazione non si esaurisce nella riduzione delle firme da raccogliere. Questi elementi sono importanti, ma la qualità di un sistema politico dipende anche dalla capacità dei partiti di offrire alternative comprensibili, programmi coerenti e una classe dirigente disposta ad assumersi responsabilità. Si può facilitare la presentazione di una lista senza rendere più credibile il progetto che quella lista rappresenta. Si può ottenere una pronuncia favorevole della Consulta senza risolvere una crisi di identità. E si può organizzare una primaria impeccabile senza riuscire a spiegare perché gli elettori dovrebbero riconoscersi nella coalizione che ne uscirà.
Il paradosso finale è proprio questo: mentre il centrosinistra denuncia una legge che considera costruita per ostacolare la propria partecipazione, si trova impegnato a costruire, al proprio interno, le condizioni minime per partecipare senza inciampare nelle sue divisioni. Da una parte si contestano le regole del campo di gioco; dall'altra si discute su chi debba indossare la fascia di capitano, quali compagni ammettere in squadra e chi debba pagare l'iscrizione al torneo.
La Consulta farà il suo lavoro, se e quando sarà chiamata a pronunciarsi. I partiti, invece, dovranno fare il proprio: spiegare agli italiani che cosa intendono cambiare, con quali strumenti e a vantaggio di chi. Perché il vero problema di una coalizione non è soltanto riuscire a raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle elezioni. È riuscire a raccogliere, prima ancora, ragioni sufficienti per essere votata.
E su questo terreno, purtroppo per chi preferisce le alchimie parlamentari alle sintesi politiche, non esistono scorciatoie burocratiche. Nessuna componente del gruppo misto può sostituire un progetto comune, nessuna deroga alle sottoscrizioni può fabbricare una leadership condivisa e nessuna sentenza può dispensare i partiti dal compito di convincere i cittadini. La democrazia non è un modulo da compilare: è una responsabilità da assumersi. E non basta dichiararsi pronti a difenderla, se poi si trascorre metà del tempo a cercare il modo più conveniente per aggirarne gli ostacoli e l'altra metà a discutere su chi debba guidare la protesta.