
Lorenzo Maria Pacini
Il Comitato militare della NATO al completo si è appena recato a Kiev. Sta analizzando la guerra in Ucraina come se fosse il proprio banco di prova.
Il 6 ottobre l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della NATO, è arrivato a Kiev con i rappresentanti militari di tutti e trentadue gli Alleati. Lo ha scritto lui stesso su X: la delegazione era lì per ribadire un "sostegno incondizionato" all'Ucraina. ANSA ha registrato la notizia come visita ufficiale. Un segnale strategico rivolto anche a Mosca.
I fatti, anzitutto. Il Comitato Militare assiste e consiglia il Consiglio Atlantico, il Comitato di pianificazione della difesa e il Gruppo di pianificazione nucleare; il suo compito è l'indirizzo di politica e strategia militare. È stato invitato dal nuovo comandante supremo delle forze armate ucraine, Mykhailo Drapatyi. Il Comitato tornava a Kiev al completo dopo otto anni e che gli incontri con Drapatyi e con lo Stato Maggiore ucraino servivano a ricevere la valutazione diretta del campo di battaglia, a discutere le priorità militari di Kiev e a portare nell'Alleanza le lezioni di oltre quattro anni di guerra ad alta intensità. Dragone parla di priorità militari e di insegnamenti utili alla prontezza operativa degli Alleati davanti alle minacce di oggi e di domani.
Ora l'interpretazione, che va tenuta distinta dai fatti. Un organo che consiglia il Gruppo di pianificazione nucleare non attraversa un paese in guerra per fare gesti di solidarietà. Va a raccogliere informazioni e a tararci sopra la propria preparazione. Il flusso descritto dalle fonti corre nei due sensi: dall'Ucraina all'Alleanza come esperienza operativa, dall'Alleanza all'Ucraina come indirizzo di priorità. Quando i vertici militari di trentadue Stati si siedono con lo Stato Maggiore di uno dei belligeranti per misurare la propria prontezza sulla guerra in corso, quella guerra ha smesso di essere un fatto esterno. È diventata il banco di prova dell'Alleanza.
La sequenza conferma la direzione. Il 3 giugno il Consiglio Nord Atlantico si era riunito a Kiev, e lì si era tenuto per la prima volta il Consiglio NATO-Ucraina. A ottobre tocca al livello militare. Prima la cornice politica, poi la struttura che la riempie di contenuto operativo, non è una cortesia di passaggio, è una presenza istituzionale che si ispessisce a ogni tappa.
C'è poi la frase che sposta il discorso fuori dall'Ucraina. A chi ritiene che sabotaggi, attacchi informatici e violazioni dello spazio aereo possano incrinare il sostegno occidentale, Dragone risponde: "State fallendo". Attribuisce alla Russia la piena responsabilità di quei comportamenti e dice che l'unità alleata non è mai stata così salda. Il fronte ucraino e la pressione sotto soglia sul territorio degli Alleati finiscono nello stesso quadro, pronunciati dallo stesso uomo e dalla stessa sede. La distinzione su cui poggia la formula "Ucraina contro Russia", quella tra una guerra là e una tensione qui, viene cancellata dal presidente del Comitato Militare in persona.
Immagini, simboli e significati
Resta l'immagine. Nel video-messaggio registrato a Kiev l'ammiraglio parla con due bandiere alle spalle e lo sfondo, nella comunicazione istituzionale, non si improvvisa, dice chi parla e a nome di chi. Chi si presenta sotto quei simboli non è un mediatore né un osservatore. Le bandiere raccontano la stessa storia delle parole, parole che sono quelle di una scelta precisa e consapevole, ovvero la guerra-per-Kiev, la dedicazione totale ad una causa che con l'Europa non dovrebbe averci niente a che fare.
L'obiezione seria è un'altra, e va accolta. Nessuna delle tre fonti documenta truppe alleate in combattimento, e nessuno Stato membro ha dichiarato guerra alla Russia. La delegazione è venuta a consultarsi e a rendere omaggio al Muro della Memoria dedicato ai caduti ucraini. Il diritto dei conflitti armati distingue tra il sostegno a una parte e la partecipazione diretta alle ostilità, e su quel terreno la differenza esiste, ma la qualificazione giuridica non esaurisce l'analisi geopolitica. Gli Alleati non descrivono più il proprio ruolo come aiuto a un terzo: parlano di prontezza propria, di minacce proprie, di unità propria. Quando un'alleanza commisura la propria preparazione alla guerra di un altro e imputa allo stesso avversario i sabotaggi sul proprio suolo, il confronto ha due parti, e una non è l'Ucraina.
La valutazione, quindi. Sul piano politico-strategico il confronto tra NATO e Russia è diretto, e le fonti lo mostrano con sufficiente chiarezza. Sul piano cinetico le fonti non registrano un coinvolgimento alleato diretto, che viene però costantemente invocato e auspicato, quasi fosse il più grande desiderio della NATO. Il margine tra i due piani, però, si assottiglia a ogni visita di questo tipo. Gli indicatori da seguire sono due: l'eventuale insediamento stabile di strutture alleate sul territorio ucraino e il modo in cui verranno trattati i sabotaggi che l'Alleanza attribuisce a Mosca, mentre Zelensky ordina di bombardare altre raffinerie di petrolio russe e nuovi droni volano su Mosca, nonostante Donald Trump avesse detto di smetterla.
Tutto è fuori controllo, la NATO agisce indipendentemente dalla sfera americana perché ha sposato la causa ucraina come l'ultima guerra mondiale, quella in cui l'Alleanza o vincerà, o non vi sarà più niente da fare.
La formula "Ucraina contro Russia" serviva a contenere la guerra in una cornice rassicurante per le opinioni pubbliche europee. Con 32 rappresentanti militari nella capitale ucraina, e un ammiraglio italiano a guidarli, quella cornice regge sempre meno.
Sia ben chiaro che questa scelta non è casuale, non è una trappola politica e non è nemmeno un errore di valutazione, ma è una dichiarazione di guerra, l'ennesima, ibrida e stilisticamente pietosa dichiarazione contro la Russia. Ce lo stanno dicendo a viso scoperto, mentre siamo distratti a pensare ad altro.
Resta da vedere se i governi lo diranno ai propri elettori. E resta da vedere anche se i coraggiosi generali a quattro stelle si renderanno conto di una saggia verità che il generale prussiano Carl von Clausewitz scriveva nei suoi manuali: "L'errore non consiste nel fare un passo falso, ma nel non saperlo riconoscere e nel volerlo difendere a tutti i costi".
Non vi è però ragione per rompere l'incantesimo di Kiev, che in questo momento ammalia l'Europa intera, perché come diceva Napoleone - per fare una seconda citazione - "Non bisogna mai interrompere il nemico mentre sta facendo un errore".