📚 16/10/2026 strategic-culture.su  6min ⁑️ 6 🇮🇹 #330176

 Trump estime mériter huit prix Nobel de la paix

Il Nobel per la non-Pace, versione 2026

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Lorenzo Maria Pacini

Sacrifica ciò che è scomodo, mai il progetto. Il "pal-washing" in azione.

Un copione già noto

Il 9 ottobre 2026 il Comitato norvegese per il Nobel ha  assegnato il Premio per la pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, già giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria Onu per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio per chi attacca e mina il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è dichiaratamente politico, ed è su questo piano che va discusso.

La stessa figura che nel 2011 avrebbe "abbattuto" Gheddafi, spianando la strada al saccheggio del petrolio libico e alla schiavitù dei migranti africani, ora "abbatterebbe" Netanyahu, e preparerebbe così la riabilitazione di Israele. Il filo logico non sarebbe la morale né la pace, ma l'agenda dell'Open Society di George Soros: sacrificare i soggetti diventati scomodi, mai l'essenza del progetto. Qualcuno l'ha battezzata "pal-washing". La domanda di fondo è seria, perché chiede se dietro premi e giurisdizioni dell'ordine liberale ci sia una regolarità.

Occorre sottolineare che il copione è già noto. Vi ricordate quando Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace, inaugurando guerre su guerre ? O vi ricordare i personaggi in cerca d'autore come Machado, Mohammadi, o i difensori dei criminali Ucraini ? Ma andiamo per ordine.

Atto Primo: la Libia

Nel febbraio 2011 Pillay, Alta commissaria, chiese al Consiglio per i diritti umani un'azione vigorosa per fermare le violenze e chiamare i responsabili a risponderne; il Consiglio  condannò le violazioni e istituì una commissione d'inchiesta. Il  passaggio successivo toccò al Consiglio di sicurezza: il rinvio alla CPI con la risoluzione 1970, poi la 1973, approvata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso la guerra. Conta la sequenza: il linguaggio dei diritti umani aprì la porta, quello della protezione dei civili autorizzò la forza, e l'operazione scivolò verso il cambio di regime. Già in aprile Lavrov accusava la NATO di eccedere il mandato, e un ministro francese ammetteva che il cambio di regime avrebbe richiesto un  nuovo voto.

Poi i costi. Nel 2017 l'OIM  documentò aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme tra 200 e 500 dollari. Il nesso con il crollo dello Stato dopo il 2011 è la lettura più plausibile, benché la fonte documenti il fenomeno e non la sua causa. Il prezzo lo pagarono la Libia e i migranti; la cornice giuridica ne uscì, sul piano formale, intatta, anche se la controversia sul mandato avrebbe poi pesato sui veti di Mosca e Pechino in altri dossier.

Atto Secondo: Bibi

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della CPI  emise mandati d'arresto per Netanyahu e per l'ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Pillay  aveva lasciato la Corte nel 2008, ma ha presieduto la Commissione d'inchiesta Onu che il 16 settembre 2025 ha concluso che  Israele ha commesso genocidio a Gaza. Qui il "pal-washing" trova il suo meccanismo. Il diritto penale internazionale lavora su persone: un imputato, un'imputazione, un periodo. Se il caso si chiude con la sorte di un leader, si apre una cesura narrativa, il prima e il dopo di un uomo, dopo la quale lo Stato può presentarsi come reintegrato. La Libia offre l'analogia: là il caso si chiuse con la caduta di un uomo.

I limiti del percorso giocano a favore della lettura. La  Corte non ha una polizia e l'esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parte; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell'intera Onu; lo stesso Comitato, riferisce AFP, ha detto che spetta a una corte stabilire se vi sia genocidio. Il premio non produce effetti giuridici, lo sappiamo, però produce legittimazione per un circuito che promette giustizia e non può garantirla.

Dobbiamo, poi, considerare che dinamiche del genere le abbiamo già viste più volte all'interno dell'ordine globalista che domina in Occidente. L'Open Society Foundations  si presenta come il maggiore finanziatore privato al mondo di gruppi per giustizia, democrazia e diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e  Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso che nel 2011 è andato a Soros e a Neier. Sembra proprio che si ripeta di nuovo il pattern della agenda sorosiana, fatta di fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e un orizzonte, quello di un ordine liberale da perfezionare e mai da rimettere in discussione. Chi opera dentro quel lessico può denunciare un governo, un leader, perfino uno Stato, ma non può contestare i presupposti dell'ordine che gli dà legittimità.

Alcuni obietteranno che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele come Stato, non soltanto ai suoi leader, il che contraddice l'idea di un'operazione puramente personalizzante. Il secondo è la reazione. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una grottesca strumentalizzazione del premio, e Washington ha  annunciato sanzioni contro la CPI poche ore dopo l'annuncio. Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fin dalle sue fondamenta, se il suo sistema giuridico funzionasse, ma così non è, sotto nessun aspetto (e abbiamo avuto già sufficienti dimostrazioni - non scordiamoci anche il caso Epstein).

Se nei prossimi dodici mesi la caduta politica di Netanyahu verrà presentata come chiusura del caso, anziché come una tappa di un procedimento che riguarda lo Stato, il "pal-washing" guadagnerà peso. Se i procedimenti proseguiranno oltre la sua persona, e se gli Stati parte eseguiranno i mandati, forse ne perderà. Allo stato delle prove la tesi è plausibile e, fino a smentita comprovata, questo è l'ennesimo Nobel della non-Pace, che non possiamo chiamare "guerra".

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