
Giulio Chinappi
Le mobilitazioni del 17 ottobre e le violenze che ne hanno accompagnato la fase finale mostrano una Francia attraversata da una crisi sociale e politica profonda. Mentre il macronismo entra nel suo ultimo semestre, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon incarnano due risposte radicalmente opposte alla domanda di rottura.
Le immagini degli incendi, delle barricate e degli scontri che hanno attraversato la Francia nelle giornate del 17 e 18 ottobre rischiano di nascondere il dato politicamente più importante: centinaia di migliaia di francesi sono scesi in strada contro il carovita, la crisi dei servizi pubblici e il progressivo deterioramento delle condizioni materiali di vita. Il ministero dell'Interno ha contato circa 550.000 partecipanti alla giornata nazionale del 17 ottobre, mentre gli organizzatori ne hanno rivendicati circa 800.000. Una mobilitazione di dimensioni tali da costituire la più importante esplosione di protesta sociale dai tempi della battaglia contro la riforma delle pensioni del 2023.
Il fenomeno sarebbe tuttavia incomprensibile se venisse ridotto ai disordini che hanno segnato la conclusione di numerosi cortei. Lungi dall'essere nata il 17 ottobre, la protesta rappresenta il risultato di un processo cominciato settimane prima nelle scuole e nelle università, quando studenti e liceali hanno iniziato a denunciare classi sovraffollate, carenza di personale, precarietà e progressivo impoverimento dell'istruzione pubblica. Alle mobilitazioni giovanili si sono poi aggiunti sindacati, lavoratori, pensionati e settori del movimento dei gilets jaunes, mentre il rincaro dei carburanti ha agito da detonatore di un malessere sociale molto più ampio.
Tale convergenza conferisce agli avvenimenti un significato politico ben superiore a quello di un'ennesima fiammata di protesta francese. L'Humanité ha descritto il corteo parigino come l'incontro tra generazioni differenti accomunate dalle rivendicazioni sui salari, sul futuro della gioventù e sulla difesa dei servizi pubblici, ma soprattutto dal rifiuto delle politiche seguite dal 2017. In questo senso appare particolarmente significativa l'immagine proposta dal quotidiano della sinistra francese: il macronismo rischia di terminare così come era cominciato, in mezzo ai lacrimogeni e a un conflitto sociale che il potere politico sembra incapace di ricomporre.
Nel tentativo di distogliere l'opinione pubblica dalle ragioni concrete delle proteste, il primo ministro Sébastien Lecornu ha accusato gruppi dell'ultrasinistra di avere deliberatamente organizzato gli incidenti, arrivando a contrapporre il "campo della Repubblica" a quello dei "casseurs" e indirizzando buona parte delle proprie accuse contro La France Insoumise (LFI), nonostante lo stesso leader Jean-Luc Mélenchon avesse invitato esplicitamente i propri sostenitori a non partecipare a saccheggi e devastazioni. Il Rassemblement National (RN), dal canto suo, ha rapidamente trasformato le immagini dei disordini in materiale di propaganda, cercando di associare la protesta sociale a una crisi dell'autorità e alla necessità di restaurare l'ordine.
È una dinamica che rischia di favorire l'estrema destra, ma che non deve far perdere di vista l'origine della crisi. L'aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari, il deterioramento dei servizi pubblici e la nuova impostazione austeritaria del bilancio per il 2027 rappresentano il terreno materiale sul quale la protesta è cresciuta.
La risposta televisiva di Emmanuel Macron del 18 ottobre ha mostrato una volta ancora la difficoltà dell'Eliseo a uscire dalla contraddizione che accompagna ormai l'ultimo periodo della sua presidenza. Il capo dello Stato ha riconosciuto la legittimità delle preoccupazioni espresse dai manifestanti, ma ha a sua volta concentrato una parte importante del proprio intervento sulla condanna delle violenze e sulle questioni di ordine pubblico. Ha annunciato consultazioni con studenti, insegnanti, sindacati, parlamentari e rappresentanti delle imprese, senza però indicare immediatamente una svolta economica capace di rispondere alle cause sociali della protesta.
Messi insieme, tutti questi elementi fanno emergere in modo chiaro la dimensione strutturale della crisi del macronismo. Quando Emmanuel Macron conquistò l'Eliseo nel 2017, promise di superare la tradizionale divisione tra destra e sinistra. La sua formula politica avrebbe dovuto sostituire il conflitto ideologico con una gestione pragmatica, europea e modernizzatrice della società francese. Quasi dieci anni dopo, il risultato appare paradossalmente opposto: la Francia non è meno polarizzata, anzi risulta essere molto più polarizzata di quanto fosse all'inizio della presidenza Macron.
La dissoluzione dell'Assemblée nationale nel 2024 aveva già distrutto l'illusione di una maggioranza presidenziale stabile. Da allora la Francia è entrata in una lunga sequenza di governi minoritari, crisi parlamentari e negoziati sul bilancio. Il governo Lecornu resta privo di una maggioranza autonoma, mentre il progetto finanziario per il 2027 è stato accolto con ostilità dalle opposizioni e con crescente nervosismo dai mercati. All'inizio di ottobre i rendimenti del debito francese avevano raggiunto livelli che non si vedevano dai primi anni Duemila, mentre il debito pubblico ha superato il 119% del prodotto interno lordo e la crescita resta debole.
Ma sarebbe riduttivo interpretare questa situazione come una semplice "crisi del debito". Il problema fondamentale riguarda piuttosto la distribuzione dei costi della crisi. Il governo continua a presentare l'austerità come una necessità tecnica, mentre la sinistra francese sottolinea come essa rappresenti piuttosto una scelta politica precisa: ridurre la spesa sociale e comprimere i servizi pubblici anziché intervenire sulle grandi fortune, sui profitti e sulle ingenti sovvenzioni concesse alle imprese. Da qui nasce la domanda che attraversa una parte consistente delle piazze francesi: chi deve pagare la crisi?
La risposta del RN è radicalmente diversa. Marine Le Pen tenta di trasformare la crisi del macronismo in una crisi dello Stato, dell'immigrazione e dell'ordine pubblico. Il suo partito cerca di intercettare lo stesso malcontento che alimenta le proteste, ma di orientarlo verso una soluzione nazionalista e securitaria. Sul terreno economico, inoltre, il RN sta tentando di rassicurare i mercati: Le Pen ha recentemente promesso forti riduzioni della spesa pubblica qualora conquistasse l'Eliseo, mentre Jordan Bardella ha difeso un piano volto a tagliare circa 140 miliardi di euro di spesa e a ridurre rapidamente deficit e debito. La pretesa dell'estrema destra di rappresentare una rottura sociale con il macronismo entra quindi in contraddizione con un programma economico che contiene anch'esso una pesante componente austeritaria.
Ad ogni modo, i dati demoscopici mostrano quanto questa contrapposizione stia modificando la politica francese. Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane indicano Marine Le Pen come candidata nettamente più forte al primo turno, ma contemporaneamente mostrano una crescita di Mélenchon e soprattutto una straordinaria solidità della sua base. Un'indagine Ipsos BVA-Cevipof attribuiva in settembre al candidato di LFI tra il 15,5 e il 17% delle intenzioni di voto, ma con livelli molto più alti tra i giovani: fra i 18 e i 24 anni Mélenchon raggiungeva addirittura il 40%. Un sondaggio successivo, riportato da Reuters, ha delineato perfino scenari nei quali Le Pen e Mélenchon si qualificherebbero insieme per il ballottaggio, estromettendo completamente i candidati dell'area centrista.
Naturalmente manca ancora molto alla primavera del 2027 e ogni previsione resta fragile. Marine Le Pen deve inoltre affrontare ancora l'incognita del proprio contenzioso giudiziario, mentre a sinistra rimangono divisioni profonde tra LFI, socialisti, comunisti ed ecologisti. Ma il dato politico è già evidente: il successore di Macron non sembra destinato a provenire dal blocco che ha governato la Francia nell'ultimo decennio.
La battaglia per l'Eliseo sarà quindi molto più di una competizione tra candidati. Sarà uno scontro attorno all'interpretazione stessa del fallimento macronista. L'estrema destra sostiene che la Francia soffra soprattutto per un deficit di autorità, sovranità e controllo. La sinistra radicale individua invece il problema nella crescente disuguaglianza, nell'austerità, nell'indebolimento dei servizi pubblici e nella subordinazione delle scelte economiche agli interessi del grande capitale. Il campo macronista, nel frattempo, fatica sempre più a convincere che la continuazione delle politiche degli ultimi dieci anni possa rappresentare una risposta alla crisi prodotta proprio durante quel decennio.