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 War, European chancelleries, and the political use of no-confidence votes

La guerra, le cancellerie europee e l'uso politico della sfiducia

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Lorenzo Maria Pacini

Gli Stati Uniti negoziano con Mosca, mentre l'Europa si limita a commentare. La frase di Zakharova "non sono affari suoi" dice tutto.

Una seduta al Senato

Il 14 ottobre 2026, nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha fatto una cosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile per un governo italiano di destra: ha preso pubblicamente le distanze dal presidente degli Stati Uniti per difendere una linea più intransigente della sua. L'oggetto era l'intesa sul gasolio annunciata da Donald Trump dopo una  telefonata con Vladimir Putin, accompagnata da una licenza temporanea del Tesoro americano che riapre al combustibile russo il mercato mondiale. Per la premier si tratta di una scelta "molto rischiosa": legittima Mosca mentre le bombe cadono sulle città ucraine, le procura nuove entrate e indebolisce la leva delle sanzioni. Nella stessa seduta Meloni ha  sostenuto che Putin starebbe cercando un nuovo nemico, e che quel nemico potrebbe essere l'Europa; e che un'Ucraina che smettesse di difendersi non otterrebbe la pace, ma l'occupazione.

Fin qui la cronaca. Il resto lo hanno fatto l'aula e i giornali.  All'applauso della maggioranza si è unito quello di una parte dell'opposizione: Azione, Italia Viva, l'area riformista del Partito democratico. La Stampa ha trasformato il sostegno a Kiev in una questione di valori e di confini, quei confini che "lì si difendono".

C'è poi un dettaglio che vale più di molte analisi. Interpellata dall'ANSA, la portavoce del ministero degli Esteri russo Marija Zacharova ha liquidato le parole della premier con una formula sbrigativa: non sono affari suoi. Nelle stesse ore Volodymyr Zelenskij era a Londra, accolto dal primo ministro Andy Burnham, e denunciava la  limitazione dei servizi satellitari militari forniti all'esercito ucraino. Elon Musk, dal canto suo, chiariva che la rete Starshield appartiene al governo americano e che ogni restrizione dipende dalle forze armate statunitensi e, in ultima istanza, dal presidente. Washington tratta con Mosca, Mosca risponde a Washington. Roma applaude se stessa. Patetico, no?

Non un caso esclusivamente italiano

Sarebbe un errore leggere la seduta del 14 ottobre come un episodio di politica interna. La postura italiana è la declinazione nazionale di una grammatica che oggi accomuna quasi tutte le cancellerie europee, e che ha tre regole. La prima: il conflitto ucraino viene presentato come uno scontro esistenziale tra civiltà politiche, in cui ogni compromesso equivale a una resa. La seconda: la minaccia russa viene proiettata oltre l'Ucraina, sul territorio dell'Unione, in modo da rendere il riarmo una necessità che non si discute. La terza, la più insidiosa: il dissenso interno viene ricondotto all'influenza del nemico.

La Germania offre l'esempio più nitido. Il ministro della Difesa Boris  Pistorius, che già nel 2023 aveva chiesto che il Paese tornasse kriegstüchtig, capace di fare la guerra, e che da allora indica un orizzonte di pochi anni entro cui la Russia potrebbe attaccare un membro dell'Alleanza, ha sostenuto in questi giorni che la paura della guerra diffusa nella società tedesca sarebbe alimentata deliberatamente da Putin e dall'AfD. Il ragionamento merita attenzione. In un Paese che ha perso milioni di vite nelle due guerre mondiali, il timore di un nuovo conflitto non avrebbe bisogno di agenti esterni per spiegarsi. Attribuirlo a Mosca e al principale partito di opposizione significa trasformare un sentimento politico legittimo in un problema di sicurezza nazionale.

Il quadro si ripete altrove con accenti diversi. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski rivendica i risultati degli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture russe; il suo omologo tedesco Johann Wadephul sostiene che non sia il momento di allentare le sanzioni, ma di inasprirle. Francia, Germania e Regno Unito si muovono come direttorio negoziale, tanto che la stessa Meloni ha chiesto che lo facciano almeno con un mandato formale di tutti i partner. Alle parole corrispondono numeri: il piano ReArm Europe presentato dalla Commissione nel marzo 2025, l'impegno assunto al vertice NATO dell'Aia a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, il prestito da 90 miliardi a Kiev deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025. La retorica non è un'eccentricità di qualche ministro, è letteralmente la lingua ufficiale dell'Unione - e purtroppo ci siamo abituati ad essa.

Una postura folle e controproducente

Definire folle questa linea non è un'iperbole polemica, se per follia si intende l'ostinazione nel ripetere un comportamento che produce effetti opposti a quelli dichiarati. Lo si vede su tre piani.

Il primo è strategico. La teoria della deterrenza insegna da decenni che una minaccia vale quanto la credibilità di chi la pronuncia, e che la credibilità dipende dalla capacità di dare seguito alle parole. L'Europa di oggi alza il tono senza disporre degli strumenti per sostenerlo. La vicenda Starlink lo ha mostrato con una chiarezza quasi didattica: l'esercito ucraino, che gli europei finanziano e incoraggiano, dipende per comunicazioni e guida dei droni da un'infrastruttura che appartiene a un'impresa americana ed è controllata dal Pentagono. Basta una decisione a Washington perché una parte delle operazioni si fermi. Promettere la vittoria in una guerra di cui non si controllano i satelliti è una forma di ipocrisia strategica, e gli avversari la leggono per quello che è.

Il secondo piano è economico, ovviamente. Già nel 2024 il  rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea indicava nel differenziale dei prezzi dell'energia rispetto agli Stati Uniti uno dei fattori del ritardo industriale del continente. Da allora la rinuncia agli idrocarburi russi è diventata dogma, la guerra in Iran ha fatto salire ulteriormente i prezzi dei carburanti e l'impegno al 5% del PIL per la difesa promette di assorbire risorse che i bilanci pubblici non hanno, se non a spese di sanità, pensioni e investimenti civili. Il paradosso è evidente: proprio mentre Washington, per ragioni del tutto interne legate alle elezioni di metà mandato, cerca gasolio a buon mercato anche da Mosca, i governi europei rivendicano come principio morale il fatto di pagare l'energia più cara dei loro concorrenti.

Il terzo piano è diplomatico, e forse è quello decisivo. Una politica estera che esclude per principio il negoziato si condanna a non sedere al tavolo quando il negoziato arriva. Ed è esattamente ciò che sta accadendo: Stati Uniti e Russia definiscono intese energetiche, ritmi della guerra e condizioni di un'eventuale tregua, mentre l'Europa commenta. La risposta di Zacharova alla premier italiana non è soltanto sgarbo diplomatico. È la misura esatta del peso che Mosca attribuisce oggi alle capitali europee. Si può discutere se sia giusto; è più difficile sostenere che sia sbagliato come descrizione.

Il prezzo della credibilità

Il danno più profondo, tuttavia, non si misura sul fronte e nemmeno sui mercati. Si misura nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini. Quando la distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che accade diventa visibile a occhio nudo, la parola pubblica perde valore. Da quattro anni i cittadini europei si sentono ripetere che la sconfitta della Russia è vicina, che le sanzioni la stanno piegando, che ogni nuovo pacchetto di aiuti sarà quello risolutivo. Ora vedono il principale alleato trattare con Mosca, l'Ucraina dipendere da decisioni prese a Washington e i propri governi aumentare la spesa militare mentre i servizi peggiorano. Non serve un'opera di disinformazione straniera per produrre sfiducia. Basta il confronto tra i discorsi e i risultati.

Questa sfiducia si innesta su una crisi di rappresentanza che ha radici più lunghe. Peter Mair una decina di anni fa, nel suo libro Ruling the Void, aveva descritto con largo anticipo il ritiro dei partiti dalla società verso lo Stato, e la progressiva separazione tra governo responsabile, cioè fedele ai vincoli esterni, e governo rappresentativo, cioè sensibile alla domanda degli elettori. Insieme a Richard Katz aveva coniato la nozione di partito-cartello, per indicare formazioni che competono nell'arena elettorale ma condividono la gestione delle risorse e delle scelte di fondo. L'applauso trasversale del 14 ottobre è un'illustrazione quasi perfetta di quel modello. Su un tema che riguarda la vita e la morte, il costo dell'energia, il destino dell'industria, l'elettore che dissente non trova in Parlamento un'offerta politica che lo rappresenti.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. In Francia i governi cadono uno dopo l'altro senza che emerga una maggioranza stabile. In Germania la coalizione al potere governa con l'opposizione più forte del dopoguerra alle spalle. In Italia l'astensione è diventata il primo partito. Le procedure restano intatte, le elezioni si tengono regolarmente, ma le decisioni rilevanti si prendono altrove, e il voto finisce per confermare scelte già compiute.

Governare attraverso la sfiducia

A questo punto si impone una domanda meno ovvia. Se la sfiducia danneggia le istituzioni, perché le classi dirigenti europee continuano a percorrere una strada che la alimenta ? La risposta più semplice sarebbe l'incompetenza. Ma esiste un'ipotesi più robusta, che spiega meglio i fatti: la sfiducia, entro certi limiti, è una risorsa di governo.

Il meccanismo funziona così. Un elettorato sfiduciato si frammenta, si astiene, si disperde tra partiti nuovi e instabili. La frammentazione produce ingovernabilità; l'ingovernabilità, a sua volta, rende indispensabili le grandi coalizioni "responsabili", i governi tecnici, gli accordi trasversali che tengono fuori dal potere le forze considerate inaffidabili. Più il sistema è instabile, più diventa necessario il centro che promette stabilità. La crisi della rappresentanza, invece di indebolire chi governa, ne consolida la posizione, perché lo rende l'unico argine contro il caos che la crisi stessa ha prodotto.

La guerra perfeziona questo dispositivo in due modi. In primo luogo, consente di trattare il dissenso come una questione di sicurezza. Quando la paura del conflitto viene attribuita a Putin e all'opposizione, chi chiede di negoziare smette di essere un avversario politico e diventa un veicolo dell'influenza nemica. Carl Schmitt aveva indicato nello stato d'eccezione il luogo in cui si rivela la sovranità; Giorgio Agamben ha mostrato come l'eccezione tenda a diventare tecnica ordinaria di governo. L'emergenza permanente, che sia sanitaria, finanziaria o bellica, sottrae le decisioni al conflitto democratico e le affida a chi si presenta come garante della sopravvivenza collettiva. In secondo luogo, la guerra giustifica lo spostamento delle scelte verso sedi sottratte al controllo elettorale: la Commissione, il Consiglio europeo, la NATO, i formati ristretti come l'E3.

Occorre essere precisi su un punto, per non scivolare nella caricatura. Questa lettura non presuppone un piano concordato in qualche stanza segreta. Non serve. Basta che gli interessi convergano: le industrie della difesa che vedono crescere gli ordini, le burocrazie europee che acquisiscono competenze nuove, i partiti di governo che trovano nell'emergenza una ragione di esistere, i grandi gruppi editoriali che vendono la mobilitazione morale. Ciascuno agisce secondo la propria convenienza, e la somma di queste convenienze produce un sistema che si autoalimenta. Siamo a tutti gli effetti nella gramsciana crisi organica, la fase in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in cui proliferano fenomeni morbosi. La gestione della sfiducia è uno di questi: un modo di sopravvivere alla crisi senza risolverla.

Vincere a qualunque prezzo

Resta l'ultima questione, la più grave. Che cosa sono disposte a sacrificare queste élite per uscire vincitrici dalla fase attuale ? La risposta, guardando agli ultimi anni, è che una parte del sacrificio è già stata compiuta. La politica è stata sacrificata quando le scelte fondamentali sono state trasferite fuori dai parlamenti e la distinzione tra maggioranza e opposizione è diventata ornamentale. L'economia è stata sacrificata quando la competitività industriale del continente è stata subordinata a obiettivi geopolitici fissati altrove, accettando prezzi energetici insostenibili e il rischio concreto di deindustrializzazione. Chi ha già rinunciato a questi due pilastri ha poco da perdere sul terzo, che è il costo umano.

Quel costo, per ora, lo pagano soprattutto gli ucraini. Persino deputate della Verchovna Rada che hanno sostenuto con zelo la linea della guerra a oltranza, come Mar'jana Bezuhla, o che se ne sono distaccate, come Anna Skorochod, descrivono un Paese con le infrastrutture distrutte, una mobilitazione forzata segnata da abusi e una popolazione allo stremo, e ammettono che il conflitto è diventato per alcuni un affare; ma il costo comincia a ricadere anche sulle società europee: nei bilanci pubblici, nei salari erosi dall'inflazione energetica, nell'idea, ormai pronunciata senza imbarazzo da ministri in carica, che bisogna abituarsi alla prospettiva di combattere.

Qui la retorica bellica rivela la sua funzione più profonda, poiché non serve a vincere la guerra contro la Russia, che nessuna cancelleria europea ha i mezzi per vincere da sola. Serve a vincere la partita interna, a conservare il controllo di sistemi politici che non riescono più a produrre consenso e che hanno bisogno di un nemico esterno per giustificare la propria permanenza. In questo senso il prezzo umano non è un effetto collaterale del calcolo. Ne è una variabile, regolata secondo la convenienza del momento, nella perpetua danza macabra dell'utilitarismo politico.

Esiste un'alternativa, e non coincide con la resa: consiste nel riportare la diplomazia al centro della politica estera europea, nel riconoscere che un ordine internazionale ormai multipolare non si governa con le crociate morali, nel restituire ai parlamenti e agli elettori il potere di decidere sulla guerra e sulla pace. Gli indicatori per capire se qualcosa si muove sono concreti: il mandato che il prossimo Consiglio europeo affiderà, o non affiderà, ai negoziatori; il destino del regime sanzionatorio dopo la licenza americana sul gasolio; la tenuta dei bilanci nazionali davanti all'obiettivo del 5%.

Finché la risposta resterà quella applaudita il 14 ottobre, l'Europa continuerà a pagare un prezzo crescente per una guerra che non decide, mentre chi la governa troverà nella sua stessa instabilità la ragione per restare dov'è.

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