📚 29/10/2026 strategic-culture.su  8min ⁑️ 8 🇮🇹 #331554

L'Europa chiamata a pagare il conto ucraino mentre Washington arretra

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Giulio Chinappi

Il Consiglio europeo del 15-16 ottobre ha reso evidente la nuova realtà finanziaria della guerra: mentre Washington riduce progressivamente il proprio impegno, Kiev presenta all'Europa un fabbisogno aggiuntivo di circa 70 miliardi di euro per il solo 2027.

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Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha avuto il merito, forse involontario, di rendere esplicita una questione che da mesi aleggiava sul futuro del conflitto ucraino: chi continuerà a pagare la guerra se gli Stati Uniti ridurranno ulteriormente il proprio coinvolgimento ? La risposta che emerge da Bruxelles è sempre più chiaramente "l'Europa". Ma tra l'affermazione politica secondo cui l'Unione Europea sarebbe pronta a prendere il posto di Washington e la capacità effettiva di farlo esiste una distanza considerevole, che riguarda non soltanto il denaro, ma anche la struttura stessa della potenza europea.

Intervenendo al vertice, Volodymyr Zelens'kyj ha quantificato in 155 miliardi di euro il costo complessivo della guerra per l'Ucraina nel 2027, chiedendo ai partner europei di trovare almeno altri 70 miliardi "per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza". Ursula von der Leyen ha successivamente confermato l'esistenza di un divario finanziario dell'ordine di 70 miliardi, precisando che il fabbisogno per il 2026 è invece coperto.

Si tratta di una richiesta che arriva quando l'Unione Europea sta ancora implementando il gigantesco prestito da 90 miliardi di euro destinato all'Ucraina per il biennio 2026-2027, deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025 e successivamente tradotto nel relativo quadro legislativo. Di questa cifra, 30 miliardi sono destinati al sostegno macroeconomico e al bilancio dello Stato ucraino, mentre ben 60 miliardi sono riservati alle esigenze militari e allo sviluppo e approvvigionamento delle capacità dell'industria della difesa. Il finanziamento avviene attraverso emissioni di debito dell'Unione sui mercati, garantite dal bilancio europeo, mentre il rimborso da parte ucraina dovrebbe avvenire solo una volta ottenute eventuali riparazioni dalla Russia (ovvero mai).

Il problema è che una somma che alla fine del 2025 appariva enorme si è rivelata insufficiente meno di un anno dopo. Le conclusioni ufficiali del Consiglio europeo del 16 ottobre si limitano a constatare che sono state individuate le risorse necessarie per coprire le esigenze di bilancio e difesa dell'Ucraina nel 2026 e rinviano a una nuova valutazione della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale per gli anni successivi. Ma il linguaggio diplomatico non nasconde la sostanza: per continuare la guerra, Bruxelles deve trovare un'altra ingente quantità di denaro, e deve farlo rapidamente.

Già alla vigilia del vertice, il commissario europeo per l'Economia e la Produttività Valdis Dombrovskis aveva spiegato che l'Unione dispone di circa 45 miliardi di euro già previsti per il 2027, ma che la somma non sarebbe sufficiente. Bruxelles punta a coprire approssimativamente due terzi del fabbisogno ucraino, lasciando il restante terzo ad altri partner quali Regno Unito, Norvegia, Canada, Giappone e Svizzera. La stessa Commissione sta valutando di anticipare parte dei fondi già programmati per guadagnare tempo in attesa che altri governi mettano sul tavolo nuove risorse.

Nonostante il possibile contributo di partner esterni all'UE, il cambiamento rispetto ai primi anni del conflitto è comunque notevole. Secondo i dati dello Ukraine Support Tracker dell'Istituto di Kiel, l'Europa ha ormai superato gli Stati Uniti nel volume complessivo degli aiuti militari assegnati all'Ucraina e nel 2025 ha aumentato sensibilmente il proprio contributo nel tentativo di compensare la drastica riduzione delle nuove allocazioni statunitensi. Nel primo semestre del 2026, inoltre, le istituzioni europee hanno ulteriormente incrementato gli stanziamenti attraverso il nuovo prestito da 90 miliardi.

Le istituzioni dell'UE stimano ormai in oltre 220 miliardi di euro il sostegno complessivamente mobilitato dall'Unione e dai suoi Stati membri dall'inizio della guerra, comprendendo aiuti finanziari, economici, militari, umanitari e sostegno ai rifugiati. Una cifra che dimostra come l'Europa sia già diventata il principale finanziatore dell'Ucraina in termini aggregati.

Allo stesso tempo, analizzando i dati emerge una palese contraddizione. Lo stesso Istituto di Kiel rileva che circa il 30% degli acquisti effettuati dai Paesi europei per sostenere militarmente l'Ucraina nella prima metà del 2026 proveniva dall'industria statunitense. Nel meccanismo NATO PURL, destinato a soddisfare le esigenze prioritarie ucraine, oltre il 90% degli armamenti provenienti da scorte esistenti era di origine nordamericana. Lo Ukraine Support Tracker ha sintetizzato il problema sottolineando come l'Europa continui a dipendere dall'accesso ai sistemi d'arma statunitensi, mettendo a nudo le vulnerabilità sia economiche che militati di Bruxelles.

Il problema riguarda soprattutto quelle capacità che non possono essere semplicemente sostituite aumentando uno stanziamento di bilancio: intercettori Patriot, intelligence satellitare, allarme precoce contro i missili balistici, comunicazioni militari satellitari, manutenzione e munizionamento per piattaforme di origine statunitense. Anche gli F-16 forniti da Paesi europei continuano a dipendere in misura significativa da componenti, armamenti e assistenza tecnica nordamericani.

Allo stesso tempo, il progressivo disimpegno dell'amministrazione Trump pone l'UE davanti al problema strategico che per anni è stato rimandato. Gli Stati Uniti, infatti, possono diminuire i trasferimenti finanziari e militari diretti verso Kiev sapendo di possedere comunque alcune delle capacità tecnologiche decisive dalle quali gli alleati continuano a dipendere; l'UE, invece, può aumentare la quantità di denaro impegnata senza acquisire automaticamente la capacità di sostituire Washington nelle funzioni più sofisticate della guerra.

Gli sviluppi delle ultime settimane rendono tale vulnerabilità ancora più evidente. I rapporti tra Donald Trump e Volodymyr Zelens'kyj si sono ulteriormente deteriorati, mentre Washington ha drasticamente ridotto le forniture dirette di armi e ha dato segnali di voler utilizzare alcuni strumenti di sostegno - dall'intelligence ai sistemi satellitari e alle forniture militari - come leve nelle trattative con Kiev e Mosca. Gli Stati Uniti non sono scomparsi dal conflitto, ma il loro ruolo sta cambiando: sempre meno finanziatore incondizionato dell'Ucraina e sempre più potenza esterna che conserva gli strumenti indispensabili per condizionarne le scelte.

A Bruxelles, nel frattempo, rimane soprattutto un salato conto da pagare.

Anche sotto il profilo puramente finanziario, tuttavia, il passaggio di consegne è tutt'altro che semplice. Il prestito europeo da 90 miliardi è stato possibile attraverso un nuovo ricorso al debito comune garantito dal bilancio dell'UE. Il primo ministro estone Kristen Michal ha già indicato apertamente che un nuovo prestito europeo appare la soluzione più probabile per coprire il fabbisogno aggiuntivo del 2027. Ma già il precedente pacchetto era stato approvato tramite cooperazione rafforzata, con la partecipazione di 24 Stati membri e l'esclusione dagli obblighi finanziari di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia.

In altre parole, persino il consenso sul finanziamento dell'Ucraina è meno uniforme di quanto suggerisca il linguaggio delle dichiarazioni finali.

A questa divisione politica se ne aggiunge una economica. L'Europa si trova contemporaneamente ad affrontare bassa crescita, elevato indebitamento pubblico, costi energetici ancora pesanti per famiglie e industria, aumento delle spese per la difesa e pressioni derivanti dall'invecchiamento della popolazione. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dell'Eurozona di appena l'1,2% nel 2027 e segnala che il debito pubblico medio potrebbe passare dall'88,7% del PIL nel 2025 al 91,2% nel 2027. Alla luce di questi dati, lo stesso FMI chiede a gran parte dei governi europei nuovi sforzi di consolidamento fiscale.

Nasce così una contraddizione politica difficilmente sostenibile all'infinito. Agli Stati membri viene chiesto contemporaneamente di rispettare le regole fiscali, aumentare drasticamente la propria spesa militare, finanziare la transizione energetica e industriale, proteggere sistemi sociali sottoposti a crescente pressione e trovare decine di miliardi aggiuntivi ogni anno per sostenere lo Stato ucraino.

La risposta delle istituzioni europee è che il costo del mancato sostegno a Kiev sarebbe superiore a quello dell'assistenza: una vittoria russa renderebbe l'Europa meno sicura e imporrebbe spese militari ancora maggiori nel lungo periodo. È l'argomento fondamentale utilizzato per giustificare il trasferimento progressivo dell'onere finanziario dagli Stati Uniti al continente europeo. Ma proprio perché tale impegno viene ormai presentato come strutturale e potenzialmente pluriennale, il problema del consenso pubblico diventa inevitabile.

Le tensioni politiche sono già visibili: in Francia, Marine Le Pen ha messo in discussione la possibilità di continuare ad aumentare indefinitamente il contributo francese ai programmi europei per l'Ucraina; in Ungheria e Slovacchia, la resistenza a nuovi impegni è ormai consolidata. E il 2027 sarà un anno elettorale particolarmente delicato in diversi Paesi europei, circostanza che spiega perché alcuni governi vogliano chiudere un nuovo accordo finanziario prima che il tema finisca al centro delle campagne elettorali.

Alla luce delle considerazioni emerse, la domanda, dunque, non è più soltanto chi pagherà per l'Ucraina nel 2027. È fino a quando l'Europa e gli europei saranno disposta a pagare, quanto di quel costo verrà trasferito sui bilanci e sui contribuenti degli Stati membri e quale sarà il prezzo politico di una strategia nella quale Washington conserva buona parte del potere decisionale mentre Bruxelles assume una porzione sempre maggiore degli oneri economici.

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